mercoledì 29 marzo 2017

The ring 3 (F. Javier Gutierrez, USA/Canada, 2017, 102')





Faccio una premessa: anni fa - e lo ammetto, dovrei rivederlo - considerai il giapponese Ringu un grande horror, ho apprezzato molto la versione a stelle e strisce firmata da Gore Verbinski, considero Samara uno dei charachter del genere più interessanti del passato recente.
Con queste certezze e nessuna aspettativa se non quella di passare una serata in grande relax condita magari da qualche jump scare, con Julez abbiamo affrontato il terzo capitolo del brand e della vicenda dell'appena citata Samara.
Peccato che, a partire dalla visione di The Ring 3, l'unica cosa che mi sia venuta in mente sia stata quella di raccogliere titoli come questo e creare una nuova rubrica periodica con microrecensioni in stile Bullettin battezzata per l'occasione "Vere merde".
Ora non so se effettivamente darò il via a questo nuovo appuntamento qui al Saloon, ma quello che è indubbio è che The Ring 3 appartenga pienamente alla categoria: scrittura pessima, trama trita e ritrita, inutili "twist", logica non pervenuta - elemento, purtroppo, ricorrente negli horror scadenti -, noia tanta e paura assolutamente inesistente.
A parte, dunque, sperare che Samara esista realmente e si prenda la briga di rendere la vita un inferno a chi ha fatto scempio del suo personaggio, non resta davvero altro da dire per quello che si batterà con armi decisamente d'impatto per il podio del peggio di questo duemiladiciassette.
E come per altri titoli destinati alla stessa lotta, da quest'anno ho deciso di non spendere più energie di quante non ne meritino, o servano per definirli.
In fondo, i primi ad averle risparmiate - soprattutto in fatto di cervello - sono proprio i loro autori.




MrFord




 

martedì 28 marzo 2017

Elle (Paul Verhoeven, Francia/Germania/Belgio, 2016, 130')




Come più volte mi è capitato di scrivere, da buon appassionato cinefilo che si rispetti e si è "fatto da solo" ho attraversato un periodo fortemente autoriale durato parecchi anni, nel corso dei quali, classici a parte, mi dedicavo esclusivamente a visioni impegnate, senza alcuno svago, e più apparivano impegnate o benviste dalla critica "illustre", meglio era.
E' stato così anche con la Letteratura, o la Musica, del resto.
Approfondire il proprio rapporto con un mezzo artistico prevede spesso e volentieri una sbornia "alta" prima di tornare sulla Terra: in fondo, a meno che non abbiate discreti fondi, quando uscite a bere difficilmente vi sbronzate a suon di Zacapa o Lagavulin, quanto più probabilmente con l'ultimo dei cocktails d'asporto a buon mercato, per la legge secondo me legata a vita ed esperienza che è sempre meglio un bicchiere mezzo pieno che mezzo vuoto, e perchè quell'una - o poche - eccezioni danno un senso a tutte quelle che non lo sono, e viceversa.
O forse, semplicemente, è giusto che nel corso di una vita ci siano alti e bassi, che poi non è mai detto che la pancia sia necessariamente peggio del cervello - Swiss Army Man, e ho detto tutto -.
Dunque, quando è giunto sugli schermi del Saloon uno dei film più celebrati dalla comunità cinefila "alta" dell'anno appena trascorso - in realtà visione e post sono datati novembre duemilasedici -, ho sperato che si trattasse di uno di quei casi in cui l'opera in questione finisce per essere talmente grande da mettere d'accordo perfino questo vecchio cowboy e Cannibal come erano ai bei tempi, tanto per dire.
Purtroppo, Elle non rientra in quel ristrettissimo novero.
Dico purtroppo perchè non parliamo di un film spocchioso, o mal realizzato.
Perchè al timone c'è Paul Verhoeven, uno a cui io voglio parecchio bene.
Perchè a reggere le fila dovrebbe esserci un mostro sacro come Isabelle Huppert, forse il vero volto della delusione - troppo tronfia, sopra le righe, per essere brava come senza dubbio è -.
Eppure, non ho davvero trovato un senso, se non quello di piacere ad un certo tipo di pubblico o di critica, a questo film.
Non è un thriller, non è un'indagine approfondita su qualcosa che possa sconvolgere, non è una critica alla società "borghese", o forse è tutte queste cose messe insieme.
Eppure manca dell'ironia nera del primo Almodovar, della genialità di Bunuel, dell'allucinazione di Lynch.
Elle è un "vorrei ma non posso", è l'essere profondamente stronza della sua protagonista ed il sesso vissuto solo ed esclusivamente attraverso la violenza con "l'antagonista".
Ma, almeno qui al Saloon, non amiamo il fumo negli occhi e le discussioni da analisti.
Io voglio la pancia, "sentire" la pellicola, voglio avere il brivido di Eyes Wide Shut, non osservare o subire una provocazione che, a conti fatti, non mi provoca perchè trasmessa poco o nulla perfino da chi la porta sullo schermo.
E, volendo proprio fare le pulci, non ho trovato granchè scrittura e logica.
Nel corso delle ultime stagioni, ci sono stati film d'autore che ho odiato profondamente - su tutti, Kynodontas - ma che in maniera oggettiva ho sempre considerato straordinari.
Elle, come scrivevo poco sopra, non fa parte del novero.
E non riesce neppure a rientrare nella categoria dei pipponi che fanno incazzare.
E' come una brutta scopata.
Quelle che servono per dare senso a quelle belle.
Ed in questo, quantomeno ha la sua utilità, come un cocktail d'asporto economico per una sbronza.
Curioso che sia un risultato agli antipodi rispetto a quella che doveva essere la volontà dei suoi autori.




MrFord




 

lunedì 27 marzo 2017

Victoria (Sebastian Schipper, Germania, 2015, 138')




Se, nel corso della vita, vi siete concessi qualche nottata wild, sarà di sicuro capitato, qualche volta, di trovarsi in situazioni - pur non così estreme, sia chiaro - in pieno stile "Fuori orario" - che non solo è uno dei titoli che preferisco di Scorsese, ma uno dei miei cult assoluti -: personalmente ricordo l'ultimo giorno che passai a Barcellona nel mio viaggio in solitario del luglio duemilasei, nel pieno del mio periodo allo stato brado.
Avevo passato il pomeriggio a tatuarmi - quello che, allora non lo sapevo, sarebbe stato il secondo di una lunga serie - e dopo aver mangiato qualcosa al volo avevo deciso di rivedere l'amica di una tizia con la quale ero uscito a Milano nel corso di giugno che si trovava a nella città catalana per lavoro e che avevo già incontrato un paio di sere prima per andare al Michael Collins, un pub irlandese di fronte alla Sagrada Familia che negli anni è diventato la mia seconda casa ad ogni visita in quello che è uno dei miei posti preferiti al mondo, dove era in programma un concerto acustico di un duo argentino che aveva in scaletta una serie di cover di classici del rock niente male.
Ad una certa ora, l'amica della mia amica decise di prendere un taxi per tornare a casa, e sul punto di rientrare in albergo - in fondo il giorno dopo avevo il volo di ritorno - pensai invece di riprendere posizione al Michael Collins e vedere quantomeno la fine dell'esibizione: quando arrivò, diversi Jameson e Coca dopo, venni fermato da una fanciulla niente male che mi disse "Hola, Working Class Hero!", alludendo alla scritta sulla t-shirt che indossavo.
Venni a sapere che non era spagnola neanche lei, bensì americana, si chiamava Dawn ed insegnava alla scuola americana - per l'appunto - a Barcellona: le cose si fecero quasi subito abbastanza ovvie, ma lei, nel locale con un'amica, mi disse che avremmo dovuto trovare qualcuno anche per la suddetta in modo da poterci divertire come si conveniva senza sensi di colpa da parte sua.
La scelta ricadde su un giovane ben vestito che pareva uscito da Wall Street, inglese, che propose di prendere un taxi a sue spese ed andare a casa sua: ricordo un appartamento esageratamente grande per un single in una città straniera, privo di qualsiasi quadro o immagine alle pareti e di mobili che non fossero la cucina, il divano e i letti delle due camere da letto.
Ci disse di non credere ad altro che al fare soldi, e dunque non gli interessava abbellire casa sua, tanto che televisione e stereo erano bellamente appoggiati sul pavimento: per quello che ne sapevo, poteva essere tranquillamente un serial killer.
Fortunatamente andò bene, sparì in camera sua dicendo che doveva alzarsi presto il giorno seguente, l'amica di Dawn tenne il divano mentre io e lei ci aggiudicammo la camera degli ospiti: la mattina seguente il tizio - non ricordo il suo nome - ci pagò di nuovo il taxi fino alla Sagrada e tanti saluti.
La cosa divertente fu che non sapevo ancora che avrei passato le successive trentasei ore all'aeroporto di Barcellona a causa di uno sciopero del personale di terra, dormendo accanto ad una ragazza olandese conosciuta in coda nell'area del check in sdraiati su scatoloni piegati come senzatetto con i bagagli a mano come cuscini, dimenticando il pin del bancomat e di conseguenza impietosendo la stessa ragazza che finì per offrirmi cena e colazione in aeroporto prima di riuscire entrambi finalmente a ripartire.
Ma tant'è.
Il bello di notti così, è l'improvvisazione totale.
Ed è anche il bello di Victoria, un gioiellino strepitoso girato grazie ad un vertiginoso piano sequenza di quasi due ore e venti che ha tutta l'energia, l'emozione, la paura, la magia di notti come quelle, in cui può andarti bene e regalare aneddoti che racconterai per tutta la vita o male, e portartela via.
Inutile raccontare di più di una vicenda che afferra lo spettatore e non lo lascia neppure al termine della visione, che passa dall'ironia e spontaneità della commedia romantica - quasi fossimo tornati ai tempi di Before sunrise - alla tensione del thriller in cui scappa sempre il morto, dall'intimismo - la parte di scoperta al pianoforte di Victoria e Sonne - all'hard boiled - la rapina e la fuga -, quasi avessero fatto un cocktail con il già citato Fuori orario, Enter the void, Irreversible, L'odio e Linklater, senza sbagliare praticamente nulla.
Sinceramente, se non avete mai avuto, nella vita, qualche nottata totalmente priva del vostro controllo, vi consiglierei di recuperare per evitare di perdervi qualcosa di unico, e se volete sentire quanto il Cinema, a volte, può avvicinarsi alla vita, dovete perdervi dentro un film come questo.
Perchè sarà come il ricordo della gioventù senza freni, il sogno di qualcosa che poi, chissà, forse non si sarà avverata, quella notte che rappresenterà per sempre la notte.
Anche quando non avremo vinto.
Anche quando saremo solo sopravvissuti.
Perchè sarà comunque la nostra notte.
Una volta e per sempre.



MrFord



 

domenica 26 marzo 2017

7 White Russians Up



E così, anche quest'anno, ci siamo arrivati.
Sinceramente, non l'avrei neppure immaginato, quella sera del ventisei marzo duemiladieci.
E neppure lo scorso anno, quando in questo periodo cominciavo a considerare l'idea di mollare, prima di prendermi un'estate più vacanziera e tornare rigenerato in una blogosfera pur - purtroppo - lontana da quella del periodo duemiladodici/tredici.
E invece, eccomi qui.
White Russian compie oggi sette anni fatti di film, serie tv, bevute, incontri, grasse risate e lacrime amare.
La sera in cui mi misi al computer per imboccare questa nuova strada io e Julez eravamo ancora senza figli, non sapevamo se ne avremmo avuti - voluti, quello sempre -, lavoravamo nella stessa azienda - pur se in settori e con competenze diverse - ed avevamo abbandonato Milano da non più di un paio di mesi, Lost doveva ancora giungere al termine, avevamo meno tatuaggi ed ero sicuramente meno grosso di adesso.
Curioso, quanto le cose cambino in un intervallo di tempo relativamente breve - per quanto, e l'esperienza me l'ha provato in più occasioni, a volte in un anno si concentrano così tanti eventi che pare di averne vissuti quattro o cinque -, e quante persone e situazioni entrino a far parte della nostra vita.
Ad ogni modo, per festeggiare questa giornata ho pensato di raccontare qualcosa in più su chi sta da questa parte della tastiera, senza sbrodolare una biografia o uno di quei post tipicamente fordiani bersagliati da Cannibal, quanto, più che altro, buttare nella mischia un pò di "Ford Facts".
Potrebbero essere dieci, come una sorta di classifica.
Dunque, in alto i calici, amici e nemici: al termine di questa bevuta potrete dire di conoscermi un pò di più.


1) Per quanto ora sia un bevitore da competizione, il mio rapporto con l'alcool è nato soltanto attorno ai ventitre/ventiquattro anni, per esplodere definitivamente superati i venticinque.
Da adolescente, quando tutti, tra compagni di scuola, fidanzate ed amici, cercavano di sballarsi in ogni modo, io conducevo una strenua lotta da straight edge, probabilmente, come ogni bravo teenager, per farmi notare.
Tendenzialmente, mi rendeva solo un pò più stronzo.
Di recente, per dare un contegno economico ed un contentino al mio corpo che invecchia, ho deciso di dedicarmi all'astensione per due giorni la settimana, che non sono un problema considerato che, in casa, nelle vetrinette che sono uno degli angoli sacri del sottoscritto, si trova circa un'ottantina di bottiglie, che riescono anche a restare (quasi) piene - ovviamente senza contare la scorta di birre in dispensa -.

2) Un altro angolo sacro di casa Ford è la sezione Cinema, che conta svariate migliaia di dvd e bluray divisi tra Cinema internazionale, Cinema italiano, Horror, Serie tv, Cofanetti e Cinema d'animazione. Tutti i settori sono in rigoroso ordine alfabetico, fatta eccezione ormai per quello dei cartoni, continuamente in subbuglio a causa dei Fordini.

3) Quando non bevo, il mio equivalente a quello che potrebbe essere il whisky è il the, che adoro per colazione ma anche la sera, in particolare se tra le sue sfumature è presente una nota di menta - come nel caso delle miscele arabe, tra le mie preferite -.

4) Se i pomodori - due a pasto, non si scappa - e la carne sono due le colonne sulle quali si basa l'alimentazione del sottoscritto, con il passare degli anni l'elemento dato dal piccante in tutte le sue forme è diventato quasi un rito. Di recente ho acquistato un vasetto di polvere di uno dei peperoncini più tosti al mondo, e quando la uso - molto poca, considerate potenza e costo in proporzione alla quantità - per il sugo della pasta, mi pare di aver bevuto una ventina di Red Bull. Una bomba.

5) Così come per l'alcool, anche la pratica della palestra è una cosa nata con l'avanzare dell'età: pur avendo sempre fatto sport, da ragazzino e più in generale da giovane sono sempre stato lontano dall'idea di mettermi a fare pesi, e sono sempre stato, infatti, una specie di grissino ambulante. Negli ultimi dieci anni, allenandomi costantemente, sono aumentato di più di venti chili.

6) Come molte persone amanti dei tatuaggi e parecchio tatuate, non tengo il conto del numero di volte in cui un ago ha iniettato dell'inchiostro sotto la mia pelle, ma ricordo bene i momenti che hanno portato ad ognuno di quelli che ho. Curioso che, dopo il primo - estate duemiladue - ho atteso quattro anni e la rivelazione che fu Barcellona - estate duemilasei - per capire che senza mi sentirei molto più "nudo". Gli spazi cominciano a ridursi, ma non per questo ho intenzione di fermarmi.

7) Patisco parecchio le altezze e mi sento profondamente a disagio quando qualcuno che, al contrario, non ha questo problema, si sporge dalla cima di un monumento o di qualsiasi luogo in cui ci si trovi in quel momento. Per cercare di vincere questa paura, non mi sono mai risparmiato quando, nel corso di un viaggio, ho avuto occasione di "scalare" qualcosa, dal World Trade Center all'Harbour Bridge di Sidney - in quel caso ero anche il primo della cordata dopo la guida -, senza considerare, sempre in Australia, l'esperienza di parasailing con Julez ed i tuffi da dieci metri durante le giornate di canyoning in compagnia di Julez e di Dembo.

8) Per quanto la nostra classe politica faccia di tutto per ostacolarmi e molti dei miei eroi a stelle e strisce siano o siano stati Repubblicani convinti, non ho mai votato una volta in vita mia la Destra.

9) Nell'estate del duemilaundici ho preso - con consistente ritardo - la patente di guida, più che altro per utilità nel caso in cui dovesse esserci bisogno estremo ed urgente.
In realtà odio guidare, che si tratti di macchina, moto o motorino, e stare al volante è una delle cose che mi provoca più tensione - di norma io sono easy su quasi tutto -: la notte in cui Julez ebbe le prime contrazioni che portarono alla nascita del Fordino, guidai la macchina fino all'Ospedale di Lodi - che sarà a cinque minuti scarsi da casa nostra - per poi scendere e far parcheggiare la signora Ford con il pancione, perchè temevo di sfondare la nostra macchina così come quelle nelle sue immediate vicinanze.

10) Da quando sono nati i Fordini sono diventato decisamente più sensibile a film, musica e romanzi: ora mi capita molto, molto più spesso di commuovermi. E capita anche che accada in stereo con Julez.



MrFord

sabato 25 marzo 2017

The grey (Joe Carnahan, USA, 2011, 117')




Liam Neeson non è mai stato tra i miei attori favoriti.
Fin dai tempi di Darkman - a memoria, il primo film in cui lo vidi come protagonista -, l'ho sempre trovato fisicamente brutto, poco adatto al ruolo di protagonista - quantomeno dei film che guardavo allora, in cui anche un antieroe come la creatura di Raimi doveva essere figo -, compagno adatto in termini di aspetto terrificante delle mani di Megan Fox.
Negli anni della mia formazione come cinefilo, però, il buon Liam si riscattò prendendo parte a progetti importanti come Schindler's List o Gangs of New York, scalando almeno in parte le graduatorie del Saloon in quanto garanzia di qualità delle pellicole che rappresentava.
A seguito della morte della compagna - avvenuta nel duemilanove a causa di un incidente sugli sci simile a quello che di fatto ha ucciso, per quanto si possa pensare il contrario, anche Schumacher -, forse per cercare in qualche modo di esorcizzare il dolore, il Liamone ha deciso di cambiare completamente direzione artistica, prendendo parte a progetti principalmente action e principalmente trash appartenenti al grande filone esploso negli ultimi dieci anni dei "nonni alla riscossa", che se nel caso di vecchie glorie del genere come Sly, Schwarzy, Van Damme e soci risulta una piacevole e divertente operazione di amarcord, nel suo risulta decisamente fuori tempo massimo.
Ricordo bene le sonore bottigliate piovute a cascata su tutta la saga di Taken, ma anche un paio di altre cosette che la mia mente ha giustamente fatto di tutto per rimuovere dalla memoria: dunque questo The Grey, datato duemiladodici, era rimasto nonostante alcuni pareri incoraggianti in naftalina senza che avessi mai abbastanza voglia di recuperarlo neppure nelle serate di stanca invernali, dato che la collocazione temporale di un film è per me fondamentale - non potrei mai e poi mai concedere una visione ad un titolo come questo in piena estate, per intenderci -.
Spinto, però, da una serie di casualità - la promozione di un paio di settimane gratuite per Cinema e Serie tv sul box di Now TV, una domenica mattina di fine inverno con i Fordini da intrattenere dopo colazione per concedere un pò di giusto riposo a Julez -, ho deciso di tuffarmi, su suggerimento di AleLeo - che appena ha sentito dei lupi ha dato il suo benestare immediato -, in questa avventura al freddo e al gelo di Neeson, che interpreta - guarda caso - il ruolo del vedovo tormentato e sull'orlo del suicidio al lavoro in Alaska per far fuori i lupi pronti ad avvicinarsi agli impianti di estrazione.
Impostato come fosse un survival horror, con la presenza animale che assume connotazioni quasi mitiche - più volte mi è tornato alla mente Gmork de La storia infinita -, ma raccontato come una sorta di palestra del riscatto nel cuore della Natura più selvaggia e crudele di un gruppo di uomini apparentemente cattivi e che in realtà così cattivi non sono, quanto più esuli e sopravvissuti, non aggiunge sicuramente nulla di nuovo al genere o a livello tecnico - del resto, dietro la macchina da presa troviamo il regista dell'agghiacciante A-Team, uno dei film action peggiori del Nuovo Millennio -, eppure riesce ad assumere una connotazione quasi epica e sopra le righe nel senso positivo del termine, regalando al pubblico l'aspettativa di un'escalation in pieno rispetto delle regole non scritte dell'action e dei suoi eroi trasformandosi poi, minuto dopo minuto, in una sorta di racconto crepuscolare di una sconfitta a testa alta che non ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo, con tanto di finale da brividi che regala senza dubbio qualcosa di più all'intero film.
L'inverno, e non posso che esserne felice, dato che io vivo per la bella stagione dodici mesi all'anno, è ormai alle spalle, ma se dovesse capitarvi, ai primi freddi o per festeggiare la neve, di aver voglia di un prodotto di genere solido e fracassone il giusto, crudo e tosto, una sorta di versione povera di Revenant, allora per una volta fidatevi del Liam action man e buttatevi in questo confronto terribile con Madre Natura ed i suoi lati più oscuri.
In fondo, non fa male ricordarsi chi è che davvero comanda, sulla Terra.




MrFord




 

venerdì 24 marzo 2017

On the job (Erik Matti, Filippine, 2013, 118')





Fin dai primi passi mossi nell'incredibile mondo del Cinema d'Oriente, compiutid a suon di pallottole grazie a Kitano e To, sono sempre stato affascinato dal modo di raccontare il dramma e lo struggimento del crimine e di una realtà senza uscite dei nostri cugini ad Est: probabilmente liberi dai condizionamenti religiosi e culturali presenti da queste parti, infatti, ho sempre trovato gli autori asiatici ben più capaci di quelli occidentali di rappresentare senza nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso la crudeltà di un certo tipo di storie e di mondi, così come la semplicità, l'emozione e, a tratti, l'ironia macabra delle stesse - una sequenza come quella del confronto tra Kitano ed il pedofilo in L'estate di Kikujiro, probabilmente, qui avrebbe provocato uno scandalo -.
Dunque, quando si tratta di crime violento proveniente da Oriente, da queste parti si sfonda una porta aperta: doveva ben saperlo il mio fratellino Dembo quando, nel corso di un pomeriggio a casa sua con i bimbi scatenati, il Fordino in fremente attesa di vedere ancora una volta il pappagallo Elvis ed i consueti scambi "tra genitori", ha gentilmente offerto al sottoscritto questo On the job, teso crime filippino di qualche anno fa inspiegabilmente uscito sul mercato home video anche in Italia e ben recensito in rete.
Il risultato è stato, oltre ad un viaggio nel tempo fino all'epoca in cui il già citato Kitano e John Woo erano i miei mostri sacri, una vera, interessante scoperta: a prescindere dal fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti - e non mi stupisco, Manila è una delle metropoli con il più alto tasso di corruzione e criminalità di tutta l'Asia -, On the job rappresenta il tipico racconto senza speranze manifesto dell'hard boiled, in cui tutti perdono, specie se sono "buoni" o animati da intenzioni "giuste", il Potere vince sulla Giustizia, il sangue sulla speranza e chi più ne ha, più ne metta.
Da entrambi i lati della barricata, che si tratti di poliziotti o criminali, la bassa manovalanza finisce fagocitata dai meccanismi dei grandi burattinai di entrambe, spesso soffocata nel sangue: in questo senso, occorre ammettere una perizia notevole - nonostante un montaggio a mio parere non sempre all'altezza - nel rappresentare con un realismo sconvolgente le fasi più concitate e violente di inseguimenti ed uccisioni, così come l'ottima scrittura che permette allo spettatore di trovare spunti di coinvolgimento che si parli dei poliziotti in caccia, dei criminali pronti a tutto - anche a fare da sicari per il Governo - pur di toccare con mano una speranza tradotta in termini economici o di promesse di libertà, e delle vittime.
Come di consueto, eminenza grigia ed avversario di tutti - nonchè mio, da spettatore e da uomo - il Potere costituito manovrato dalle dittature silenziose, che si esprimono per bocca di personaggi come il generale Pacheco e tutti quelli come lui, "guardiani" silenziosi di democrazie che celano imperi, monarchie pronte a spacciarsi per repubbliche: e non nascondo che, per indole ed inclinazione, se non ci fosse stata l'azione a stemperare il mio lato ribelle e politico, mi sarei indignato di fronte all'ennesima dimostrazione di come vanno le cose, a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova.
Per poter quantomeno accantonare il pensiero, mi sono rifugiato, neanche fossi tornato ai tempi di The Killer, al rapporto ed allo struggente finale dello stesso tra i due sicari: umanità, sangue e lacrime.
Qualcosa di vissuto, nel bene o nel male.
Qualcosa che il potere non potrà mai comprendere.
Perchè quello si mangia tutto, senza badare al sapore.




MrFord




 

giovedì 23 marzo 2017

Thursday's child



Passata la sbornia degli Oscar e lo sconvolgimento per questo duemiladiciassette che pare dominato da una tregua fin troppo prolungata tra questo vecchio cowboy ed il suo ormai quasi ex antagonista numero uno Cannibal Kid, ecco una settimana di visioni più tranquilla, che non pare promettere botti particolari ma che, almeno in parte, alimenta la speranza dei due rivali per antonomasia della blogosfera di tornare a combattere come si deve. Speriamo sia davvero così.



"Mi hanno chiamato questo taxi. Spero solo che al volante non ci sia Ford."



Life – Non oltrepassare il limite
 
"Nessun segno di vita cannibale. Meno male."
 
Cannibal dice: Un film con Jake Gyllenhaal lo si guarda a prescindere. L'ambientazione claustrofobica su una stazione spaziale e la possibilità di trovarsi di fronte a un potenziale nuovo Gravity invece mi preoccupano un po' e mi sanno di solita fordianata a livelli stellari, però prevale comunque la fiducia in Jake.
Ford dice: Gyllenhaal è uno dei pochissimi attori a trovare grande sostegno su Pensieri Cannibali così come su White Russian. Questo film, però, non pare ispirare granchè nessuno dei due ormai spenti rivali numeri uno della blogosfera. Si rivelerà una sorpresa, o la conferma di una schifezzina inutile?
 
 


La cura del benessere
 
"Neanche con i metodi da Arancia Meccanica diventerò un fan di Pensieri Cannibali."
 
Cannibal dice: Ritorno all'horror per Gore Verbinski, il regista del primo terrificante (dico in senso positivo) The Ring a stelle e strisce, poi passato alla noiosa saga dei Pirati Fordiani dei Caraibi. La speranza di un lavoro che possa curare dal malessere del cinema dell'orrore degli ultimi tempi c'è.
Ford dice: Verbinski non mi dispiace, l'ho sempre sostenuto sia nella sua versione horror che family-friendly, ho adorato Rango e anche The Lone Ranger. Questo ritorno alle origini sarà convincente e spaventoso abbastanza per me? La risposta spero presto, nel frattempo correrò a comprare dei pannolini per il Cucciolo Eroico, notoriamente un cagasotto quando si tratta di film di paura.
 


Elle
 
"Tu che sei uscito da un racconto di Poe sei perfetto per essere il nuovo gatto di casa Goi."
 
Cannibal dice: Un'ottima Isabelle Huppert in un film francese molto radical-chic che quindi ho apprezzato parecchio. A Ford invece credo abbia fatto storcere di più il naso, ma d'altra parte si sa che in realtà tra noi due quello davvero con la puzza sotto il naso sempre pronto a criticare è lui.
Ford dice: ho visto Elle, incensato dalla critica in lungo e in largo, ormai lo scorso novembre, ed ho tenuto in serbo il post per quando sarebbe uscito - forse - in Italia. Ora ci siamo, e finalmente posso sperare in uno dei titoli che potrebbe ridare linfa alla mia rivalità con Cannibal. Almeno spero.
 


Victoria
 
"Cannibal? Ecco la mia risposta alle tue avances!"
 
Cannibal dice: Esce finalmente nei cinema italiani questo strepitoso film tedesco ambientato tutto in una notte e tutto girato con un unico piano sequenza. Qui (http://www.pensiericannibali.com/2016/01/victoria-che-bello.html) potete recuperare il mio post su questo gioiello, che Ford colpevolmente (e prevedibilmente) penso si sia perso.
Ford dice: mentre su Elle ho giocato d'anticipo, con Victoria sono clamorosamente in ritardo. Questo titolo che ha colpito molti dei miei colleghi della blogosfera, infatti, giace nell'hard disk del Saloon da almeno un anno, in attesa di tempi migliori.
Direi che quei tempi sono arrivati.
 

Non è un paese per giovani
 
"Facciamo un selfie e mandiamolo a quei due bloggers che pensano di essere giovani!"
 
Cannibal dice: Che l'Italia non sia un paese per giovani non è certo una novità. Basta solo dire che Ford e Cannibal sono ancora considerati dei giovani blogger in erba... Oddio, forse Ford no.
La pellicola comunque è teen abbastanza per piacermi e per tenere alla larga il mio blogger rivale.
Ford dice: di questa pellicola ho visto il trailer per caso in tv qualche giorno fa, e mi sono detto “ecco qui la classica cannibalata italiana”. Inutile dire che non correrò alla ricerca di una sala che lo inserisca in programmazione.
 
 


Slam – Tutto per una ragazza
 
"Bello, sei meno mobile di Ford quando balla o Cannibal quando tenta di fare wrestling."
 
Cannibal dice: Un film italiano tratto da un libro di Nick Hornby. Può suonare come una cosa strana, ma in realtà era già successa con È nata una star? con Luciana Littizzetto. Oltre all'ispirazione hornbyiana, in questo caso ci troviamo pure di fronte a una pellicola adolescenziale, quindi il sapore di cannibalata è molto forte. Si prega ai gentili Ford di girare al largo.
Ford dice: seconda cannibalata italiana della settimana. Che sia l'inizio di un nuovo, proficuo periodo di insulti e colpi bassi all'indirizzo del mio rivale e dei suoi gusti?
 
 

In viaggio con Jacqueline
 
"Hey, venite tutti a vedere un esemplare di Ford!"
 
Cannibal dice: Ambientazione campagnola per una di quelle pellicole francesi che non sanno tanto di radical-chicchismo cannibale, quanto piuttosto di roba indigesta pane & salame buona giusto per gli stomaci più fordiani. Io in questo viaggio con Jacqueline e con Ford non ci parto.
Ford dice: e dopo due cannibalate italiani, eccone servita una francese. Quasi quasi rimpiango perfino la delusione cocente di John Wick 2.
 
 

Moda mia
 
"Ford, non ho più intenzione di essere in disaccordo con te!" "Cannibal, non ci provare neanche, o te ne arriva uno!"
 
Cannibal dice: La storia di un ragazzino sardo che vuole diventare uno stilista e nel cast c'è pure Melissa Satta! Si tratta di un piccolo film italiano in cui il cannibalismo fashion incontra il panesalamesimo fordiano, o solo di una boiata?
Ford dice: non mi sono mai preoccupato della moda, da buon tamarro. Lascio volentieri il campo a quel fighetto senza quartiere di Cannibal, che si potrà sbizzarrire a sfilare in passerella come un novello Zoolander.
 
 

Sfashion
 
"Dove stiamo andando?" "Hanno messo dentro Cannibal. Ford ha richiesto i migliori avvocati per tirarlo fuori, o non avrà neppure un finto rivale."
 
Cannibal dice: Altra pellicola italiana in uscita questa settimana a tematica fashion, o meglio sfashion. Adesso basta!
Ford dice: comincio a pensare che questa sia una settimana horror allo stato puro. Speriamo in un ritorno del caro, vecchio, sano panesalamismo fordiano la prossima settimana.
 


mercoledì 22 marzo 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe (Ang Lee, UK/USA/Cina, 2016, 113')


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E' curioso quanto la guerra, uno degli atti più terribili che l'Uomo possa concepire eppure, tristemente, anche uno dei più reiterati della Storia, continui a venire sfruttata per manipolare le masse, coprire gli interessi di uno Stato - o più di uno -, alimentare ideali più o meno logici, ispirare canzoni, film, romanzi che si battano a favore o contro la stessa, e ad un tempo provochi l'inevitabile allontanamento dalla società che la genera di coloro che si sono trovati a combatterla, fosse "per un ideale, per una truffa o un amore finito male", come cantava De Andrè.
Da E Johnny prese il fucile, M.A.S.H., Full Metal Jacket a Rambo, Apocalypse Now ed American Sniper, solo per citarne alcuni, il reduce o il soldato spesso e volentieri ha finito per diventare l'outsider di una storia che era la sua, una vicenda di miserie umane senza dubbio più che di eroismi e grandi sogni: perchè un soldato non è un eroe, una figura da stigmatizzare o mitizzare.
E' un uomo che ha scelto -  o è stato portato a scegliere - una strada difficile e terribile, che spesso non ha nulla di meglio in cui credere o sperare, e che ritrova se stesso e la propria condizione di equilibrio - se così si può definire - solo accanto a quella che diviene la sua famiglia, ovvero chi al suo fianco condivide la follia, il rischio, il dolore e l'adrenalina della guerra.
Ang Lee, regista premiatissimo che nel corso della sua carriera ha portato sullo schermo film agli antitesi tra loro, torna in sordina - credo che questo sia stato uno dei suoi lavori meno pubblicizzati in assoluto, almeno qui in Italia, ed un flop devastante negli States, forse lontani ad una logica "contro" come questa - per raccontare con un rigore ed un'asciuttezza che in precedenza avevo visto soltanto nel Cinema di Eastwood un'altra storia in grado di far ripensare all'assurdità non solo - o non tanto, putroppo - della guerra, ma anche e soprattutto di quella che è la percezione della stessa all'esterno, in un mondo lontano da quello che i soldati provano sulla pelle, e che finisce per demonizzarli o idealizzarli senza pensare che loro, come la maggior parte di noi che viviamo in contesti sociali "evoluti", siano solo strumenti, come se non bastasse sacrificabili.
Ang Lee che, da non americano, mostra a partire da un romanzo nato per criticare determinati approcci, contesti e strascichi con grande umanità sia il lato in una certa misura "romantico" della guerra - il rapporto tra il protagonista ed il suo mentore al fronte, quel "è inutile cercare di scappare dai proiettili, perchè quello che ti toccherà è già stato sparato il giorno della tua nascita", il cameratismo con i commilitoni - sia quello tristemente reale, dalla strumentalizzazione dei singoli gesti o atti "eroici" - agghiaccianti i confronti con il magnate interpretato da Steve Martin, o tutta la sequenza del concerto durante l'intervallo della partita di football, dai fuochi d'artificio pronti a sconvolgere i soldati abituati a ben altre esplosioni al ballerino che, sul palco, durante l'esibizione pronuncia quel "vaffanculo" che, più che di lotta per la pace, sa di insulto all'intelligenza -, agli egoismi sentimentali - il rapporto di Billy con la sorella, che lotta più per se stessa che non per lui affinchè richieda il congedo, a quello con la cheerleader conosciuta durante l'evento, che trova spazio nel faccia a faccia prima dell'epilogo per uno dei confronti più terribili che possano essere stati pensati per una storia d'amore, o potenziale tale, in un film -.
Così come per The Hurt Locker o Jarhead, ancora una volta si torna a parlare di quanto incida un atto terribile come la guerra sul corpo, la mente e la socialità di chi l'ha combattuta o la combatte: in un certo senso, viene quasi da pensare che per gente come Billy, che a casa, nella cittadina del Texas dove è cresciuto, era solo un cazzone casinista che al fronte è maturato e cresciuto, fugga a combattere mettendo in gioco la propria vita perchè decisa ad allontanarsi da situazioni che potrebbero rivelarsi decisamente più terribili, perchè legate ad una perdita di libertà che fa impallidire quella che viene usata come scusa per essere mandati al macello.
Dalla guerra, vivi o morti, difficilmente si torna.
E forse c'è chi parte per combatterla perchè sa bene che le probabilità di sopravvivere a quella che lo aspetta a casa sarebbero ancora più scarse.




MrFord






martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (Chad Stahelski, USA, 2016, 122')

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Quando si parla di action movies tamarri, l'hype che mi travolge nell'attesa della visione è superiore a quello di qualsiasi proposta d'autore, film di Clint Eastwood o Michael Mann.
Probabilmente, soltanto un ritorno a sorpresa del mitico Stanley potrebbe scatenare dentro di me qualcosa di più devastante.
Dunque, capirete bene quanto attendessi, dopo l'ottimo exploit - inaspettato, tra le altre cose - di John Wick qualche anno fa, il nuovo film della saga dedicata all'ex assassino spaccaculi ed ammazzacristianiamazzi interpretato da Keanu Reeves, che lasciati a casa i panni del "cibernetico signore degli anelli" con il buon John aveva ritrovato il posto che gli competeva nel panorama action dai tempi di Speed.
E capirete bene quanto possa essermi sentito deluso e quasi incazzato, non fossi stato intorpidito completamente dal sonno al termine della visione.
Perchè il secondo capitolo di John Wick è una delle delusioni più terribili che abbia patito nel corso degli ultimi mesi: un prodotto moscio, privo di ironia, eccessivamente serioso, statico non tanto nelle sequenze d'azione - ben congeniate - quanto nello spirito, un trito e ritrito portato avanti per due ore che paiono interminabili - ed in questi casi non dovrebbe certo andare in questo modo - e che hanno il sapore di raccordo per un eventuale terzo capitolo, quasi si volesse cercare di trasformare John Wick in una produzione, per l'appunto, nello stile di Michael Mann, senza ricordare che le tamarrate non solo devono restare tamarrate, ma anche e soprattutto pestare il piede sull'acceleratore ogni volta possibile - in questo senso, una lezione è data dall'impietoso confronto tra Expendables 2 e 3, per citare una saga che adoro alla follia -.
E pensare che l'unico a seguire questo consiglio sia il nostrano Riccardo Scamarcio - che non è esattamente Marlon Brando, per essere quantomeno alla lontana politically correct - è l'indice di quanto, purtroppo per me e per tutti i fan del personaggio, questo secondo capitolo sia un fallimento su tutta la linea, quasi un ritorno alle atmosfere cupe e pesanti degli anni novanta che, lo sanno anche i sassi, con l'action sguaiata sono stati teneri quanto John con chi gli ha rubato la macchina ed ammazzato il cane.
Peccato davvero, perchè mi sarei aspettato fuochi d'artificio, momenti di esaltazione con salti sul divano ed un giro aggiuntivo di bevute per festeggiare e mi sono ritrovato abbattuto, deluso, quasi stroncato dal sonno e per la prima volta dopo settimane desideroso di andare a letto senza passare dal via, e soprattutto senza neppure avvicinarmi alla mezzanotte - non succede praticamente mai, a meno che non stia davvero male -.
John Wick - Capitolo 2, dunque, pecca nel tentare di apparire come un action d'autore - perchè non siamo certo sul pianeta, nella galassia o nell'universo di cose come The Raid 2 o Blackhat - così come una tamarrata senza ritegno alcuno - cosa perfettamente riuscita con The Equalizer, ad esempio -, e si tuffa neppure troppo bene nel grande oceano di titoli destinati ad essere dimenticati in fretta e senza alcun rimpianto.
L'unica nota positiva potrebbe essere data dal fatto che, dal molto probabile capitolo tre, mi aspetterò decisamente meno.




MrFord






lunedì 20 marzo 2017

Logan - The Wolverine (James Mangold, USA, 2017, 137')





Senza ombra di dubbio, quasi quanto e forse più del buon, vecchio Spidey, e ben oltre il livello degli eroi "cosmici" come gli Avengers, Wolverine ha rappresentato una svolta ed una fortuna enorme per Mamma Marvel, la casa editrice di fumetti mainstream più importante degli USA e del mondo.
Il mutante artigliato, spigoloso ed arcigno, lontano dalle regole eppure cuore ed anima degli X-Men per decenni, rappresenta senza dubbio il prototipo perfetto dell'antieroe tanto quanto finisce per esserlo Batman nella diretta concorrente DC - nonostante la versione marvelliana del Cavaliere Oscuro sia senza dubbio più quella fornita da Daredevil -: un catalizzatore perfetto dell'attenzione sia del pubblico molto nerd e sfigato - che Wolverine vorrebbe essere per esorcizzare le proprie debolezze - che di quello cool e cocky - che nello stesso si specchia per massaggiare il proprio ego -.
L'idea - ispirata da una graphic novel all'esterno della normale continuity, per quanto io ormai sia fuori da tutti i giochi, come lettore - di portare in sala un film - che dovrebbe essere l'ultimo con protagonista Hugh Jackman - che almeno per il momento chiuda i conti con la sua figura risulta interessante principalmente perchè giunta quasi a fungere da botto d'addio ad una saga cinematografica - quella, per l'appunto, dedicata a Wolverine - decisamente non esaltante, e che per la prima volta si propone di rendere il giusto onore ad un charachter che ha fatto la Storia del Fumetto.
James Mangold, artigiano di grande esperienza e qualità - portano la sua firma titoli che ho molto amato come Identità e Walk the line -, centra il bersaglio con un on the road crepuscolare dal vago sapore Western che mostra un Logan invecchiato e messo alle corde dalle cicatrici delle fin troppe battaglie muoversi in un mondo in cui i mutanti sono solo un vecchio ricordo, fatta eccezione per sparute eccezioni come lui stesso, il tracker Calibano ed il vecchio Xavier, ormai novantenne e sboccato come si era visto solo nella sua incarnazione giovane e scombinata fornita da James McAvoy.
Un mondo con ben poche speranze, al quale cercano di sopravvivere nuovi e giovanissimi mutanti creati in laboratorio a partire dai DNA di esemplari più "anziani" - come lo stesso Wolverine - pronti a tentare il tutto per tutto per raggiungere il Canada e la speranza di un futuro migliore - ed in questo senso, pare quasi di osservare una critica agli States made in Trumpence -: braccati dai Reavers guidati dal bieco Pierce - si rivede il Boyd Holbrook di Narcos - e lanciati, tra ironia, malinconia, rapporti genitoriali ed uno sguardo appena accennato al futuro, i protagonisti della vicenda abbracciano la grande epopea degli outsiders tipica dei film action di Cimino, Peckinpah e Friedkin, buttandosi a capofitto in un'impresa apparentemente suicida senza voltarsi indietro, o sperare che le cose, il mondo, dio o chissà cos'altro possano cambiare la realtà e regalare un sogno colori pastello, tutti amici ed andate in pace.
E vedere quello che, da sempre, è il supereroe ribelle per eccellenza, sopra le righe e praticamente immortale vecchio - o quantomeno, invecchiato -, stanco e ferito dentro e fuori, aggiunge epicità ad un prodotto che pare la versione crepuscolare dello scanzonato e grottesco Deadpool, che dotato di poteri simili a quelli di Wolverine pare rappresentarne l'aspetto più ludico e larger than life.
Qui, al contrario, c'è spazio solo per la polvere.
Ma attenzione: non parliamo di un film cupo e triste per il quale i fan potranno essere contenti solo pensando alla violenza per una volta resa in modo decisamente più esplicito, quanto di una sorta di poesia, di canto del commiato di quella che è una leggenda, Fumetto o Cinema che sia.
E come amo ripetere, in fondo si sa che nel West, quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda.
E vince Logan.




MrFord




 

domenica 19 marzo 2017

Justified - Stagione 5 (FX, USA, 2014)




Fin dai tempi dei suoi esordi sugli schermi del Saloon, la saga del Marshall Raylan Givens è entrata subito a far parte del ristretto novero dei titoli assolutamente ed inequivocabilmente fordiani del piccolo schermo, finendo per diventare, con il tempo, dapprima un'ideale compagna di Sons of anarchy e dunque un palliativo al termine della cavalcata dei SamCro.
Del resto, con una cornice southern perfetta ed uno stile da Western moderno, un protagonista che unisce faccia da schiaffi ed un approccio cool e letale ed un antagonista - il Boyd di Walton Goggins, che ormai è parte del club dei miei idoli - che spesso e volentieri finisce per mangiarsi tutta la serie, Justified aveva tutte le carte in regola per fare breccia da queste parti: inoltre, giunti alla quinta e penultima stagione, si può notare quanto la qualità sia rimasta sostanzialmente immutata, anche grazie ai due main charachters appena citati ed alla capacità degli autori di non puntare mai troppo in alto o accontentarsi del troppo in basso nel continuare a raccontare le vite e le morti nella Contea di Harlan, sperduta tra le campagne del Sud in cui si spara prima di fare domande.
Nonostante tutto, devo ammettere che con questa quinta stagione ho impiegato più tempo che con le precedenti a sentirmi davvero all'interno della storia: sarà che, per quanto costante, il livello di questo titolo è rimasto sempre sugli stessi standard - alti - e non ci sono stati veri e propri scossoni - siano essi molto positivi o molto negativi -, o che i Crow, rappresentati dalla parte di famiglia giunta ad Harlan dalla Florida attratta dai soldi del patetico e grottesco Dewey - uno dei personaggi più sfigati ed involontariamente comici che ricordi - non mi sono mai sembrati davvero all'altezza di Raylan e Boyd, ma ci sono voluti il Cartello messicano - o almeno, una sua parte - ed un'escalation del mitico Crowder che con ogni probabilità porterà al definitivo confronto tra lui e Raylan nell'ultima stagione della serie - che, lo ammetto, fosse anche solo per questo non vedo l'ora di vedere - per premere sull'acceleratore e consentire a Givens e compagni di rimanere senza alcun dubbio tra i preferiti del sottoscritto, quantomeno in termini di affinità con un certo tipo di genere e narrazione.
Justified, del resto, è come uno di quei bourbon da stendere i cavalli che solo i bevitori più tosti riescono a reggere in quantità importanti, una storia che non fa sconti a nessuno e lascia cicatrici da una parte e dall'altra della barricata, mostra le sfumature oscure dei "buoni" e quelle luminose dei "cattivi" - in questo senso, Raylan e Boyd sono assolutamente perfetti -, senza scene madri o sparatorie epiche da antichi duelli - si veda il confronto tra Raylan e Danny, il Crow più squilibrato ed odioso della cricca, e l'assurda morte di quest'ultimo -, specchio di una provincia made in USA dove il sogno delle stelle e delle strisce non è mai arrivato, in cui l'unica possibilità resta quella di cercare di sopravvivere, a prescindere da dove porterà la strada che viene scelta.
Non resta, dunque, che tenersi stretti alla "sella" e cavalcare verso l'ultima stagione dedicata alle gesta di questo insolito tutore dell'ordine e dell'ancor più insolito suo amico/nemico d'infanzia, specchio, di fatto, delle scelte che l'uno o l'altro hanno abbracciato o allontanato nel corso della vita.
Spero soltanto non venga sparso troppo sangue.




MrFord




sabato 18 marzo 2017

La ragazza del treno (Tate Taylor, USA, 2016, 112')




Ai bei tempi - per una volta - degli anni novanta della mia adolescenza, ricordo bene l'epoca d'oro che visse il genere thriller, da Il silenzio degli innocenti a Se7en passando per Misery non deve morire e I soliti sospetti, neanche la grande tradizione di Maestri come Hitchcock si fosse rinnovata ed avesse trasmesso ispirazione ai registi saliti alla ribalta in quel periodo: un periodo che, purtroppo, giunse troppo presto al termine segnando un calo vertiginoso della qualità, tanto da essere considerato dal sottoscritto ormai una cosa da "sabato sera su Italia Uno" e non in accezione positiva, ovviamente.
La ragazza del treno, uscito qualche mese fa in sala e diretto dal Tate Taylor del pur buono The help è l'ennesimo esempio riconducibile alla categoria: un film funzionale e non brutto, in grado di tenere il ritmo ma assolutamente prevedibile - chi ha una certa passione per la settima arte e ne conosce non solo le grandi stelle ma anche i cosiddetti caratteristi avrà il colpevole servito su un piatto d'argento fin dalla prima apparizione dello stesso -, piatto ed incapace di rimanere davvero nella memoria dello spettatore, un pò come, in tempi recenti, sono stati anche Go with me o Premonition - Solace.
Produzioni che paiono la pallida copia di quelli che erano stati i cult di un ventennio fa per un genere che necessita di nuova linfa come l'aria, per evitare di finire soffocato in un mare di proposte confezionate a modo ma incapaci di comunicare davvero qualcosa.
Lo stesso spunto de La ragazza del treno - non ho letto il romanzo, dunque partivo a mente totalmente libera - è interessante, specie perchè giocato sia sul tema del voyeurismo - ed in questo senso, La finestra sul cortile ed Omicidio a luci rosse sono capisaldi imprescindibili - che su quello del dubbio, considerata l'inclinazione alcolica della protagonista, spesso e volentieri non considerata attendibile proprio a causa delle sue simpatie per la bottiglia che la rendono per la quasi totalità della pellicola una sorta di inascoltata Cassandra: eppure, a conti fatti, c'è qualcosa che non scorre, nell'ingranaggio, tanto da quasi annoiare più che avvincere nonostante qualche scossone proprio nella parte finale, e rendere la vita difficile ai poveri bloggers che, dopo una giornata alle prese con due piccole bestie selvagge - ed alludo ai Fordini -, una notte che potrebbe essere spezzettata dalle sveglie delle suddette ed al quarto e meno ispirato post consecutivo vorrebbero trovare una scintilla di portata decisamente superiore di quella offerta da Taylor e soci.
La ragazza del treno, dunque, appartiene a quella sfortunata categoria di film insipidi come una pasta senza sale o un'insalata senza aggiunta di limone o aceto - a seconda di quelli che sono i vostri gusti -, o peggio, di una birra analcolica o un mojito in lattina sempre rigorosamente alcool free: il sapore potrà anche essere quello, ma la sostanza decisamente no.
Se, dunque, volete riempire una serata o un pomeriggio senza correre il rischio di incazzarvi ma senza voler essere necessariamente impegnare lo spirito, eccovi serviti.
Non lamentatevi, però, se non avrete avuto non solo la cena del secolo, ma neppure il godurioso e lascivo sbracare dei fast food o degli all you can eat.




MrFord



venerdì 17 marzo 2017

Autobahn - Fuori controllo (Eran Creevy, UK/Germania/Cina, 2016, 99')




Di norma, quando in sala approda qualche nuovo filmaccio action da neuroni zero, finisco quasi subito per esaltarmi e considerarlo come priorità per la prima serata di stanca disponibile, o come visione cuscinetto nel corso delle sessioni di gioco con i Fordini: fin da bambino, del resto, le tamarrate hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nel mio rapporto con il Cinema, e fatta eccezione per gli anni - fortunatamente pochi, a conti fatti - di radicalchicchismo estremo non credo ci sia stato un altro periodo in cui non le abbia alternate alle visioni più profonde ed impegnative.
A volte, però, nel grande oceano di questo tipo di produzioni, si finisce per pescare pesci davvero indigesti, e dunque la soglia di attenzione nella scelta deve essere inevitabilmente alta: questo Autobahn - Fuori controllo, adattamento assurdo dell'originale Collide, era entrato nel novero dei titoli potenzialmente rischio merdata estrema, tanto da non farmi prendere, almeno inizialmente, in considerazione il recupero.
Quando, poi, il periodo da casalingo del sottoscritto ha finito per liberare parecchio spazio nei ripescaggi, ho deciso che il rischio poteva essere corso, e che alla peggio non avrei fatto altro che massacrare l'ennesimo tentativo action moderno non all'altezza dei miti degli anni ottanta: in questo senso, il lavoro di Eran Creevy non è risultato così agghiacciante, finendo per ricordare l'atmosfera di cose come Transporter - certo, l'assenza di uno Statham pesa, ma considerata l'aura "romantica", devo ammettere che il buon Nicholas Hoult finisce quasi per starci - e portando sullo schermo almeno due o tre sequenze legate alle rocambolesche fughe del protagonista dal punto di vista di ritmo ed adrenalina davvero niente male, dalle corse a piedi tra le viette di un paesino della provincia tedesca agli spettacolari incidenti d'auto in autostrada.
Certo, scrittura e realizzazione sono elementari, i due villains interpretati da Anthony Hopkins e Ben Kingsley caricaturali oltre misura - ed occasione per i loro interpreti di gigioneggiare in maniera quasi irritante -, l'evoluzione della trama ed in particolare il finale totalmente implausibili, ma mettendo a nanna il cervello e limitandosi a godere dei tentativi degli sgherri del boss - che paiono per la maggior parte hipster in versione killer dal passato militare - di far fuori il giovane ladro d'auto con il quale si trovano ad avere a che fare, direi che ce lo si può godere senza sentirsi troppo in colpa.
In un certo senso, prodotti innocui come questo vanno presi come - e l'ho già sottolineato in più di un'occasione - i fast food del Cinema, cibo porco e normalmente indigesto che in alcuni momenti, però, sta proprio bene, specialmente se accolto senza pretese: dunque armatevi di ignoranza, e soprattutto se amate spingere sull'acceleratore, prima che con la bella stagione giunga Fast 8 a fare la differenza, concedetevi uno snack da distributore automatico con questo Autobahn: non sazierà o non rappresenterà certo una nuova frontiera "culinaria", ma senza dubbio riempirà quel buco che separa la seconda colazione da un lauto pranzo.




MrFord




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