lunedì 22 maggio 2017

Scappa - Get Out (Jordan Peele, USA, 2017, 104')




Archiviati gli anni novanta e l'epoca d'oro di un certo tipo di thriller, riuscire nell'impresa di centrare il bersaglio con un film "dal fiato corto" - dello spettatore, ovviamente - è stato merce rara almeno quanto confezionare un horror che riuscisse davvero a spaventare.
In tempi recenti, di degni appartenenti a questa schiera ricordo soltanto l'Hush che fu sorpresa la scorsa estate e, pur considerandolo a tutti gli effetti un film dell'orrore, Eden Lake, e per il resto, principalmente robetta.
Il Get out di Jordan Peele, giunto dalle parti del Saloon in anticipo rispetto all'uscita italiana spinto da opinioni lusinghiere raccolte oltreoceano - dove ha avuto un successo clamoroso -, si poneva dunque di fronte ad una prova ardua, nonchè alla circospezione del sottoscritto: e devo ammettere con piacere il fatto che, pur non essendo perfetto, sia riuscito a superare la prova più che bene.
A prescindere, infatti, dall'assunto di base che qualcosa non vada e che sia palese il fatto stesso che non vada - ma, del resto, cose come Rosemary's Baby hanno insegnato che non è necessario mettere in dubbio l'evidenza per inquietare - Get out procede prendendosi il tempo necessario con piglio deciso - esempio lampante la sequenza bellissima con il protagonista intenzionato ad uscire in giardino per la sigaretta notturna - prima di esplodere in un'escalation finale che è riuscita in una certa misura a ricordarmi l'Haneke di Funny Games e che affronta in modo senza dubbio intelligente una delle tematiche più importanti degli States attuali, in bilico tra Trump e le ferite passate, ovvero la questione razziale.
Qualcosa, da una parte e dall'altra - così come nell'epilogo - viene concessa rispetto all'ottica della grande distribuzione -purtroppo-, ma il film funziona ed intrattiene a dovere, non pecca in logica e sfrutta la curiosità crescente dell'audience in modo da portare avanti un plot che, come già sottolineato, pare evidente fin dal principio e crea tensione principalmente grazie all'attesa del momento in cui la situazione esploderà divenendo a tutti gli effetti senza ritorno, senza per questo dimenticare alcune parentesi senza dubbio ironiche.
A dare supporto al tutto, un cast ben assortito ed in parte, un'atmosfera in bilico tra Eyes Wide Shut - anche citato - e Non aprite quella porta - privo della componente slasher - ed un naturale senso di straniamento e disagio nato per empatia con il main charachter, cataputato in un vero e proprio incubo ben lontano dall'idea di passare il weekend con i genitori della propria fidanzata - ed in questo senso, ho decisamente giocato con Julez al solo pensiero di quando la Fordina comincerà a portare a casa degli "accompagnatori" - e sentirsi a disagio nel confronto con gli stessi.
A prescindere, infatti, dalla parte scientifica dell'evoluzione della trama - comunque interessante, considerata l'esigenza e la presunzione di alcuni esponenti delle classi sociali "alte" di potersi permettere di vincere anche il Tempo e la Natura -, Get Out funziona come thriller e come survival, inchioda come si deve alla poltrona e tiene benissimo il campo - un campo difficile, come già sottolineato - dal primo all'ultimo minuto, senza sbruffoneggiare con ambizioni troppo alte ma allo stesso tempo mostrando tutta la solidità dei prodotti con le palle.
Di quelli che sopravvivono ai confronti ed ai pregiudizi.
Di quelli che gli appassionati cercano e bramano come l'aria.
Ed è bello, in questi casi, venire soddisfatti.
Anche se il prezzo è una visione a cuore non troppo leggero.




MrFord



sabato 20 maggio 2017

Part time summer



Con l'avvicinarsi dell'estate, complici la voglia di vivere la bella stagione ed una blogosfera morta come raramente era stata, anche White Russian riduce il suo spazio: a partire da questo fine settimana, infatti, adotterò almeno fino a settembre un orario "da ufficio" con post da lunedì a venerdì.
Se non altro, sarà molto contento Cannibal.
Intanto, buon inizio estate a tutti.



MrFord

venerdì 19 maggio 2017

Baby Boss (Tom McGrath, USA, 2017, 97')




Nel corso degli anni, per quanto qui in casa Ford si amino franchise come Kung Fu Panda e Dragon Trainer, ho imparato a diffidare e non poco delle produzioni Dreamworks: se, infatti, di norma Ghibli e Pixar sono praticamente delle garanzie che non sbagliano (quasi) mai un colpo, il colosso padre di Shrek e soci spesso e volentieri incappa in quei terribili scivoloni che fanno credere fuoco e fiamme con un trailer accattivante per poi rivelarsi film assolutamente inutili, o ancor peggio orribili - ho ancora impressa nella memoria l'esperienza agghiacciante vissuta con Trolls -: purtroppo per il sottoscritto - la Fordina ancora se ne sbatte abbastanza di quello che passa sulla tv, a parte per un paio dei titoli preferiti di suo fratello, come Monsters&Co e Oceania - Baby Boss si è rivelato uno di questi.
Inizialmente non convinto e dunque spinto al recupero grazie ad un paio di recensioni inspiegabilmente positive, ho trovato il lavoro di Tom McGrath troppo complesso per i piccoli - non credo che i bambini sotto una certa età possano comprendere i riferimenti al mondo degli adulti nonchè alle dinamiche psicologiche presenti tra fratelli maggiori e minori - ed assolutamente impalpabile per i grandi, considerato che non si tratta di un prodotto coinvolgente o forte dal punto di vista emotivo - nonostante il finale volutamente strappalacrime e ruffianotto - da un lato e neppure divertente dall'altro - non ricordo una sola battuta di quelle che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto far venire giù la sala dalle risate -.
Come se non bastasse - ma in questo caso non imputo completamente il fallimento agli autori della sceneggiatura, essendo tratta da un libro che non ho letto - la storia risulta poco avvincente e tirata per i capelli, la versione del mondo prima della nascita mi ha riportato alla mente l'altrettanto scarso Cicogne in missione ed il ritmo latita nonostante siano presenti i soliti e numerosi inseguimenti che fanno parte del moderno Cinema d'animazione americano - Pixar compresa, pur se con risultati clamorosamente diversi -.
Un'ora e mezza e poco più, dunque, inutili come nei peggiori casi di tempeste da bottigliate, anche se non così terribili da poter pensare di mettersi in competizione con i grossi calibri che si affronteranno a fine anno nella sanguinosa battaglia per il Ford Award dedicato al peggio del duemiladiciassette, che già ora, a sette mesi di distanza, appare già una guerra in stile Westeros con tanto di bagni di sangue incorporati.
Voi che potete, dunque, se avete poco tempo, sapete già di poterlo risparmiare: e magare dedicarvi a fare un bambino con la compagna o il compagno, cosa che vi renderà protagonisti di un film decisamente più bello e coinvolgente di questo.




MrFord



 

giovedì 18 maggio 2017

Thursday's child







Nuova settimana di uscite in sala purtroppo - almeno sulla carta - molto meno entusiasmante di quella appena trascorsa, nonostante in giro si parli maluccio di Covenant - che non ho ancora visto - e King Arthur si sia rivelato una mezza delusione: molti film italiani, un film che ha sbancato a sorpresa negli States, tante scommesse.
Accanto a me - purtroppo per tutti noi -, come di consueto, il blogger più fastidioso della rete, Cannibal Kid.


"Mi raccomando: non rivolgere mai la parola a Cannibal Kid. Potresti trasformarti in un radical chic!"



Scappa – Get Out

"Stai qui tranquillo, Cucciolo Eroico. Tieniti lontano da Ford!"

Cannibal dice: L'horror-comedy low-budget che a sorpresa ha conquistato il pubblico americano si confermerà la rivelazione dell'anno anche dalle nostre parti? Oppure sarà una roba da cui scappare, manco si trattasse di Mr. James Ford in persona?
La risposta nei prossimi giorni solo su Pensieri Cannibali®.
Ford dice: thriller che ha letteralmente spopolato negli States e che potrebbe rivelarsi una delle sorprese di questa spenta primavera. Ne varrà la pena, o sarà una pena?
A brevissimo la risposta, ovviamente su White Russian.

 

I peggiori

"E così non pasteggi a White Russian? Sei davvero una mammoletta come Cannibal!"

Cannibal dice: Dopo l'ottimo Lo chiamavano Jeeg Robot, film di cui tutti hanno giustamente parlato benissimo tranne il solito scettico bastian-bastard contrario Ford, un nuovo cinecomic italiano, anzi romanesco che promette bene. Riuscirà a convincere i due peggiori blogger dell'Internet?
Ford dice: l'entusiasmo eccessivo per i film italiani discreti usciti in questi ultimi anni da parte di critici radical come Cannibal ha ulteriormente alzato le mie difese rispetto ai prodotti nostrani. Riuscirà questo I peggiori a rivelarsi, al contrario, uno dei migliori del genere, almeno qui da noi? Sinceramente, spero proprio di sì. E spero che la risposta divida me e Peppa Kid come ai bei tempi.

 

Fortunata

"Che palle! Ma quando finiscono di insultarsi a vicenda, quei due bloggers?"

Cannibal dice: Altro film italiano promettente della settimana. Il nuovo di Sergio Castellitto, regista che nonostante la mia diffidenza iniziale mi ha convinto con diverse pellicole, con un cast che vanta Jasmine Trinca, Stefano Accorsi e Alessandro Borghi. Sarà in pratica l'unico rappresentante del nostro cinema al Festival di Cannes appena partito, sebbene non nel Concorso principale bensì nella sezione Un Certain Regard, e sono convinto saprà farsi valere. E forse potrebbe piacere pure a Ford che ormai, oltre che mio ex nemico, sta diventando anche ex nemico del cinema nazionale.
Ford dice: Castellitto mi è sempre piaciuto, e ho letto discretamente bene di quella che potrebbe essere la fortunata pellicola italiana da consigliare della settimana, dunque, dovendo scegliere qualcosa di proveniente dalla Terra dei cachi, vado con questo.
Sperando di essere fortunato e non trovarmi di fronte alla solita cannibalata.

 

7 minuti dopo la mezzanotte

Cannibal  Ford in un momento - rarissimo - di tenerezza.

Cannibal dice: Nuovo film di Juan Antonio Bayona, di ritorno ad atmosfere fanciullesche/fantasy/inquietanti alla The Orphanage dopo il deludente (almeno per me) The Impossible. Mi sembra un possibile incrocio tra Tim Burton, Steven Spielberg e Guillermo del Toro, ma riuscirà a trovare la sua identità, così come Ford lontano dalla mia ingombrante ombra?
Ford dice: altro film del quale in giro ho letto molto, e spesso bene. Devo ammettere che non vado pazzo per Bayona - sopravvalutato The Orphanage, bruttino The impossible -, eppure la curiosità è riuscita comunque a salire.
Salirà di nuovo anche l'odio tra il sottoscritto ed il Cucciolo Eroico?

 

The Dinner

"Anche qui niente White Russian a tavola: darò un voto negativo su Trip Advisor!"

Cannibal dice: Richard Gere continua a girare film che non si fila nessuno e per lui i tempi d'oro sembrano parecchio lontani. Anche questa sua nuova pellicola, un dramma da camera a tematica politica, non sembra avere un forte appeal, però il regista è il valido Oren Moverman che con Oltre le regole – The Messenger aveva incredibilmente entusiasmato sia me che Ford, quindi potrebbe meritare una possibilità.
Ford dice: guardando il trailer di questo film mi sono detto "Cazzo, ma ormai Gere gira film tutti uguali?", ed ero pronto a bollarlo neanche fosse l'ultimo di Malick come una robetta dimenticabile, quando ho scoperto che il regista è Oren Moverman, che con Oltre le regole era riuscito nella un tempo ardua impresa di mettere d'accordo i due quasi ex nemici giurati della blogosfera.
Speriamo che questo The dinner compia l'ardua impresa - in questi tempi - di riportarli in disaccordo.


Orecchie

"Una foto di Cannibal e Ford? Bruciala, quei due sono il demonio!"

Cannibal dice: Questa settimana escono già due film italiani promettenti, quindi questo lo lascio volentieri alle orecchie da Amplifon e agli occhi accecati di Ford.
Ford dice: non voglio essere troppo buono con il Cinema italiano, e neppure con le orecchie di Cannibal, che potrebbero essere afferrate per fargli subire una qualche nuova manovra di wrestling.

 

Sicilian Ghost Story

"Spero di non incontrare nel bosco il Cannibal cattivo."

Cannibal dice: Una misteriosa fiaba siciliana che passo anch'essa a quel ghost vivente di Ford.
Ford dice: è quasi estate, di ghost stories non voglio neppure sentir parlare.

 

My Italy

"Cosa vorrà dire questa scena? Non lo so neppure io!"

Cannibal dice: Pellicola sperimentale e artistica italiana che sa di radical-chiccata troppo clamorosa. Persino per me.
Ford dice: radicalchiccata mostruosa che spero di non trovarmi mai di fronte, neanche si trattasse di Cannibal durante una delle sue corsette di allenamento.

 

Alcolista

"Pensavo di riuscire a bere quanto Ford, ma evidentemente mi sbagliavo!"

Cannibal dice: Altro film italiano della settimana (il sesto!). Questo pare perfetto per quel blogger alcolista che scrive i suoi deliri alcolici su White Russian.
Ford dice: nonostante il titolo possa invogliarmi a scoprire di cosa si tratta, direi che, al sesto film, il Cinema italiano ha rotto le palle anche questa settimana. Più di Cannibal.

 

La notte che mia madre ammazzò mio padre

"Tieni giù le mani: il bicchiere è mio!"

Cannibal dice: In mezzo a tante pellicole italiane, eccone anche una in arrivo dalla Spagna. Sembra la solita commedia grottesca brutta copia di Almodovar che potrebbe piacere a Ford e non a me, ma potrei sbagliarmi (anche se questa è una cosa che non capita quasi mai).
Ford dice: di Almodovar ce n'è uno, tutti gli altri son nessuno. Un po' come Ford. Ahahahahah!

 

mercoledì 17 maggio 2017

King Arthur - Il potere della spada (Guy Ritchie, USA, 2017, 136')




Ricordo bene il periodo in cui Guy Ritchie fece il botto, quando tra Lock&Stock e The Snatch molti erano pronti a proclamarlo una sorta di nuovo Tarantino, nel rispetto dello spirito sopra le righe del ragazzaccio di Knoxville che scomponeva il tempo di narrazione e giocava con i diversi generi: purtroppo, però, a prescindere dalle decisamente più limitate capacità di scrittura ed approccio, il buon Guy, al contrario di Quentin, ha finito per imborghesirsi, negli anni, e giocare sempre in casa fornendo al pubblico quello che il pubblico si aspettava da lui.
Niente di più, niente di meno.
Penso ai due Sherlock Holmes, più fumo che arrosto - per quanto piacevoli da vedere -, o a questo recente King Arthur, che pare una sorta di Robin Hood caciarone più che il ritratto di uno dei personaggi più sfaccettati ed interessanti della Letteratura anglosassone: ricordo ancora l'effetto che mi fece, pensando ai personaggi trattati, fin dalla prima visione, Excalibur di John Boorman, che affascinò e stimolò nel Ford bambino la curiosità del recupero del ciclo arturiano, lontano anni luce da questo "moderno" cocktail che pare shakerare Il signore degli anelli - clamorosamente scopiazzato nella battaglia che apre il film -, un pò di musica tradizionale che stimola lo spirito dei maschi alfa in cerca di un confronto, una rissa o un modo per mostrare i muscoli ed uno sviluppo talmente noioso da far apparire una cosa come il tanto criticato Macbeth dello scorso anno una vera e propria passeggiata.
Ritchie, da par suo, cerca di affiancare lo stile scanzonato e sopra le righe all'epicità della materia, senza riuscirci, poggiandosi sulle spalle dei due - sempre bravi e sempre fordiani - Jude Law e Charlie Hunnam, che paiono due fuoriclasse di una squadra di calcio abbandonati in campo senza una direzione nel corso di una partita destinata a finire nel peggiore dei modi.
Un peccato, considerata l'ispirazione di base, molti dei caratteristi e la possibilità di andare oltre a quello che ci si aspetterebbe da Guy Ritchie ma in una versione più seriosa e pesante rispetto a quella di un film di Guy Ritchie.
Ed un peccato anche per il Saloon ed i suoi abitanti, che hanno aspettato questo film quasi quanto Covenant ed ora si trovano a sperare che l'operato di Ridley Scott non sia così pessimo come si legge in giro per evitare di vedere bruciata la prima settimana di uscite interessanti da un paio di mesi a questa parte.
In qualche modo, pare quasi che Ritchie non abbia saputo che direzione dare al suo lavoro: si tratta di un blockbuster tamarro e casinaro o di un tentativo autoriale di modernizzare un charachter ed una saga splendidi per conto loro?
Ha più importanza l'utilizzo della CGI o delle sequenze ad effetto oppure l'epicità del dramma in stile Shakespeariano?
Le risposte, purtroppo, latitano dall'inizio alla fine, ed il risultato, più che una battaglia da ricordare, è una lotta per restare svegli senza pensare di essere finiti su una giostra già provata e riprovata mille volte, semplicemente ridipinta per apparire diversa.




MrFord




martedì 16 maggio 2017

13 reasons why (Netflix, USA, 2017)




SPOILER ALERT.



Cara Hannah Baker,
se stai leggendo queste righe dal cellulare, dal tablet, dal computer o da qualche mezzo spirituale sconosciuto ovunque tu sia ora, sappi che nella tua tanto chiacchierata epopea televisiva qualcosa non ha funzionato.
Parecchi qualcosa, a dire il vero.
Ma andiamo con ordine: in realtà, 13 reasons why, in termini di serial televisivo, funziona eccome.
Avvince, fa parlare e discutere, tiene bene tempi e ritmi, ha una colonna sonora notevole ed una cura di alcuni dettagli altrettanto importante.
Ma a volte, e tu lo sai bene, le cose semplicemente non bastano.
Dunque ho deciso di scriverti, e raccontarti in tredici passi - ti ricorda qualcosa? - per quali motivi considero questo titolo come uno dei più gonfiati fenomeni della cultura pop del passato recente.

1) La sceneggiatura manca a più riprese di logica.
Alcuni esempi: per quale motivo una coppia di genitori che della propria figlia non sa praticamente nulla - come capita a quasi tutti i genitori di quasi tutti gli adolescenti -, al suicidio della stessa - e senza alcuna lettera o indicazione che lo giustifichi - decida di intentare una causa alla scuola che frequentava perchè convinta che ci sia qualcosa che non va all'interno dell'istituto?
Per quale motivo il "prescelto" Clay passa dall'essere uno sfigato che non ha mai bevuto un goccio d'alcool in vita sua pronto a sbronzarsi con una birra a partecipare alle feste senza preoccuparsi di bere o sorseggiare uno scotch con il suo nemico numero uno, o il ragazzo con il quale tutte vogliono uscire?
Per quale motivo Tony, che nei flashback compare poco o nulla, e pare non avere un ruolo attivo non solo nella vicenda narrata, ma nella tua vita, cara Hannah, di punto in bianco viene considerato l'angelo custode delle cassette?

2) Il sensazionalismo.
Ho avuto a più riprese la sensazione non proprio piacevole di trovarmi in una versione più indie del salottino da pomeriggio Mediaset di Barbara D'Urso, o di Studio Aperto, pronti a capitalizzare luoghi comuni e dolori grandi e piccoli che tutti provano nel corso degli anni più duri della vita, quelli dell'adolescenza.

3) L'incoerenza.
Dieci persone - undici, contanto Tony - ascoltano le cassette seguendo le istruzioni perchè minacciate da un'eventuale resa pubblica delle stesse - ma non si lottava contro il bullismo? - facendo finta di niente e proseguendo nelle loro vite, poi arriva l'undicesima, che con loro c'entra poco e nulla in termini sociali, e di colpo tutti finiscono per cagarsi sotto perchè potrebbe scatenare un vespaio quando avrebbero semplicemente potuto "saltare un giro" come Clay decide di fare nell'ultimo episodio con la dodicesima.

4) Il pressapochismo.
Il fatto che ognuno di noi sia fallibile è un dato di fatto. E nel corso della vita, ad ognuno sarà capitato di soffrire e far soffrire, e spesso non in egual misura.
Dunque per quale motivo le tue sofferenze, Hannah, dovrebbero avere più valore rispetto a quelle degli altri?

5) La vendetta.
13 reasons why non è un racconto di formazione, o una storia atta a formare o sensibilizzare su temi molto importanti come, per l'appunto, il bullismo. E' una sorta di revenge movie a capitoli.

6) L'invidia.
Anna, parliamoci chiaro, ti rode il culo.
Fin dal principio, quando manifesti il desiderio di farti il ragazzo della tua amica in partenza, è chiaro che vorresti essere la reginetta della scuola, la studentessa figa che tutti vorrebbero seguire, e che tutti idolatrano e venerano. In un certo senso, vorresti essere i vari Zack, Justin, Bryce.
Dev'essere per quello che l'unico che di fatto rifiuti con convinzione e violenza - verbale - sia proprio Clay, l'unico che, almeno sulla carta, desideri che ti ami.

7) Lo scarico delle responsabilità.
Che io non sia il tipo da suicidio è chiaro da un sacco di tempo.
Ho impiegato più di un anno per accettare quello del mio amico Emiliano, che ha deciso di andarsene in pace e senza rompere i coglioni a nessuno.
Ma è troppo, troppo facile dire "voglio essere salvata".
Equivale ad andarsene dicendo "la palla è mia, e se non si gioca come voglio allora nessuno gioca".

8) L'omertà.
Se questa è una serie realizzata in modo da sensibilizzare soprattutto il pubblico giovane su un argomento importante come il bullismo - una volta ancora -, mi pare eticamente e moralmente fuori bersaglio.
Per poter combattere certe dinamiche occorre che le stesse vengano denunciate, portate a galla, mostrate per quelle che sono.
E no, non vale neppure fare come Clay, che sbologna le cassette al counselor e dice "decida lei cosa farne".
E ripenso a Scent of a woman.

9) Il crimine.
A prescindere dal fatto che ognuno può buttare la sua goccia nel mare e non sapere che quella goccia potrebbe essere quella che fa traboccare il vaso e che se tutti ci trattassimo meglio sarebbe tutto più bello e che gli asini volano, quasi nessuno degli "accusati" ha fatto qualcosa di davvero grave per meritare un fardello come quello che hai deciso di scaricare sulle sue spalle.
Certo, hanno combinato cazzate, ma quale adolescente non l'ha fatto?
A ben guardare, gli unici davvero colpevoli di qualcosa sono Bryce - la violenza sessuale non ha alcuna giustificazione o attenuante -, Justin - che consegna la sua ragazza a Bryce, rendendosi complice di uno stupro - e te, Hannah.
L'omissione di soccorso è un reato penale, principessa.
E tu sei colpevole quanto i due colpevoli principali della storia.

10) L'egocentrismo.
Cristo santo, Baker, ma ti sei accorta di quanto questo tuo "metodo" sbugiardi quello che denunci?
A prescindere dal fatto che, da genitore, penso che far penare così due persone che ti volevano bene sia proprio da stronza fatta e finita, e non ci sono sofferenze che tengano, con le tue azioni tu porti non una, due, tre ma tredici esseri umani a forzare la mano decisamente più - per la maggior parte delle volte - di quanto loro non abbiano fatto con te.

11) Le contraddizioni.
Queste posso concedertele.
Non sono più adolescente da un pezzo, e forse mi sono dimenticato di quanto si può essere stupidi a quell'età. Almeno in parte.

12) La rabbia.
C'è livore, nelle tue azioni. Del resto, ho già scritto di invidia e vendetta.
La verità è che quello che hai fatto, l'hai fatto solo ed esclusivamente per te stessa.
Niente di meno di quello che farebbe un Bryce qualsiasi.

13) Il bullismo.
La verità è che, nel corso della visione, ci ho pensato più volte.
Non credo che 13 reasons why sia un'opera che si possa associare al bullismo.
Al crimine, questo sì. Ma non al bullismo.
Quantomeno quello scolastico, lavorativo, sociale del quale tutti, soprattutto nel corso dell'adolescenza, abbiamo fatto esperienza.
Ma se così fosse, tu saresti il primo dei bulli.
Giudichi, ti imponi, costringi gli altri a stare alle tue regole.
Non lasci scappatoie che non siano violente, che si tratti di qualcosa di fisico, o mentale.
Ti metti al di sopra delle parti perchè sai bene che sono le parti che non ti vogliono con loro.
E riduci un povero cristo come Clay a sentirsi perfino in colpa per una serie di scelte che sono esclusivamente tue - sempre violenza a parte, si intenda -.
Sei tu il bullo, Hannah Baker.
E quindi, dato che a me non piacciono i bulli, te lo dico sinceramente.
Fanculo.
Una parola che vale per tutte e tredici le ragioni.



MrFord



lunedì 15 maggio 2017

Legion - Stagione 1 (FX, USA, 2017)




Quando, lo scorso anno, qui in casa Ford ci imbattemmo nell'allora osannatissimo Mr. Robot sperando di andare incontro ad una delle sorprese migliori della stagione del piccolo schermo, restammo clamorosamente delusi: il risultato, noia mortale a parte, fu l'abbandono del titolo più o meno a metà della stagione, nella speranza che una situazione del genere - specie per un prodotto incensato a più non posso - non si ripetesse mai più.
Quand'ecco comparire Legion.
Gli avventori di vecchia data del Saloon ben sanno quanto ami i supereroi a causa del mio passato da lettore e sceneggiatore di fumetti, quanto piacere mi faccia vedere l'esplosione che questo tipo di prodotti ha avuto negli ultimi anni - andando addirittura in sovraesposizione, a dirla tutta -, e quanto bene possa volere agli eroi o antieroi outsiders, lontani dalla divinità di Thor e compagnia e più vicini a noi poveri cristi comuni mortali.
In questo senso, alcuni tra gli esempi di outsiders meglio riusciti sono senza dubbio dati dai mutanti, perseguitati e reietti per la maggior parte della loro carriera cinematografica e non solo: Legion, outsider tra gli outsiders, dunque, aveva davvero tutte le carte in regola per trovare il mio pieno sostegno.
Purtroppo, però, è bastato il pilota per capire che l'avventura non sarebbe stata affatto rose e fiori: troppa carne al fuoco, un abuso totale di situazioni apparentemente folli, personaggi al limite dell'insopportabile - a partire da Legion stesso -, una confezione molto bella in pieno stile anni settanta bruciata da un'atmosfera da pesantissimi anni novanta e soprattutto una capacità di rendere il tutto lento, soporifero e pesante come raramente ne avevo viste prima.
Nel corso dei quattro episodi passati su questi schermi prima di decidere, di comune accordo con Julez - che pure inizialmente era stata ottimista -, di abbandonare la nave, credo infatti di aver infranto il record personale di piccole penniche nel corso della visione che avevo settato proprio con Mr. Robot, pur essendo quest'ultimo avvantaggiato dal fatto che fosse nato e "cresciuto" come una visione da pranzo/cena: un pasticcio dal piglio pseudo autoriale ed intellettuale all'interno del quale non pare esserci un filo conduttore logico preciso, o qualcuno che possa creare il legame necessario allo spettatore per empatizzare con la proposta e nutrire ed alimentare il desiderio di buttarsi sull'episodio successivo.
Ancora una volta, dunque, la domanda principale rimbalzata tra noi Ford nel corso della visione è stata principalmente quella legata al perchè un mappazzone come questo possa essere stato incensato neanche si stesse parlando di Breaking Bad, o Stranger Things: in questo per ora molto spento duemiladiciassette, forse i radical stanno preparando qualche colpo a sorpresa per farmi giungere a fine anno con un numero di proposte adatte alle classifiche del peggio ben superiore a quelle che finiranno nelle liste del meglio.
Liste che Legion, con tutti i suoi poteri, non riuscirà, da queste parti, a vedere neppure da lontano.
O con l'occhio della mente.




MrFord




 

domenica 14 maggio 2017

The survivalist (Steven Fingleton, UK, 2015, 104')




Nel grande oceano costituito dalla settima arte esistono i titoli popcorn, perfetti per le serate di stanca e per tutti i tamarri senza ritegno come il sottoscritto, e quelli d'essai, pane quotidiano per i radical chic e chiunque - me compreso, non crediate -, pensa di essere un gradino sopra la massa dei consumatori occasionali di Cinema.
Ma, come per la vita reale, tra il bianco ed il nero esistono molteplici sfumature di grigio che possono essere migliori o peggiori di quelle divenute famose grazie a romanzo e trasposizione dello stesso - in questo caso posso parlare solo per la seconda, inguardabile -, e che finiscono per solleticare il gusto di alcuni o finire nel dimenticatoio per altri.
The survivalist si tuffa senza guardare indietro in questo caos: il lavoro di Stephen Fingleton, animato da pretese assolutamente autoriali - dubito che il grande pubblico possa sopportare una prima parte come quella mostrata dal regista grazie al protagonista, il ruvido sopravvissuto interpretato da Martin McCann -, reso interessante da una riflessione forse non nuova ma efficace come quella dell'homo homini lupus e da un buon comparto tecnico ed una tensione che si fa sentire nonostante i ritmi dilatati, perde assolutamente terreno nel latitare della scintilla che, di norma, fa da spartiacque tra i titoli destinati a diventare, in una misura o nell'altra, cult e quelli che il pubblico perderà nei meandri della memoria.
A tratti decisamente derivativo e a tratti quasi irritante, The survivalist rientra alla perfezione nel novero dei titoli da Festival indie pronti a far gridare al miracolo qualche critico radical in erba ma che, al confronto con opere "di sopravvivenza", per l'appunto, rimaste nella Storia perde nettamente il confronto, mancando della potenza dei primi Malick - La rabbia giovane in questo senso è irraggiungibile -, dello spirito caustico di Romero con i suoi morti viventi ed anche del coraggio di portare avanti la vicenda o chiuderla con la sfrontatezza che ci si aspetterebbe quando si affronta un titolo che, sulla carta, dovrebbe essere non tanto senza speranza, quanto crudele come la Natura che, a volte, pone le sue creature di fronte a realtà tanto inevitabili quanto difficili da digerire.
A conti fatti, e visione a ventiquattro ore di distanza, non riesco ancora a trovare una ragione che possa aver guidato Fingleton nella realizzazione di questo film, un'esigenza, la voglia di raccontare una storia: pare più che il regista e sceneggiatore abbia voluto mostrare una sua versione del genere cercando di porsi un gradino sopra le tamarrate come tutti i cinefili che non intendono mischiarsi al mucchio selvaggio degli spettatori occasionali senza avere, però, il colpo di genio o le palle d'acciaio per distinguersi davvero.
In un grande oceano popolato da squali di qualsiasi dimensione come quello della settima arte, temo che Fingleton e The survivalist abbiano davvero poche chances di sopravvivenza.





MrFord





 

sabato 13 maggio 2017

L'odore della notte (Claudio Caligari, Italia, 1998, 101')





Quando, lo scorso anno, il mio cammino incrociò per la prima volta quello di Claudio Caligari grazie a Non essere cattivo - purtroppo, ultimo film del regista prima della scomparsa -, rimasi colpito al cuore: da tempo, nonostante discrete ma patinatissime produzioni come Suburra o ACAB, infatti, non mi capitava di finire catapultato nel cuore della Roma criminale neanche fossi tornato ai tempi della serie Romanzo Criminale, delle borgate raccontate da Pasolini o degli esempi di cinema noir rozzo e cattivo come quello di Cani arrabbiati di Bava.
L'odore della notte, lavoro precedente del regista - datato novantotto, giusto per dare un'idea delle difficoltà produttive cui Caligari andò incontro nel corso di tutta la carriera -, traccia in un certo senso il percorso proprio di Non essere cattivo, forse in modo meno incisivo e dirompente ma non per questo poco ispirato o funzionale.
Le vicende del piccolo gruppo di criminali "di quartiere" - all'interno del quale trova spazio un allora quasi mio coetaneo Marco Giallini, lontano dai fasti e dal successo attuali - guidati dall'ex poliziotto in cerca di adrenalina interpretato da Valerio Mastandrea definiscono ed alla grande lo status di outsiders - o losers, verrebbe da scrivere - della bassa manovalanza della strada, che vive rapine ed esistenze al di fuori della Legge quasi come una rivincita verso il Destino o tutta quella classe sociale e politica protetta da Potere e Denaro che complotta, organizza e progetta in modo che lo status quo del mondo possa non cambiare mai.
L'odore della notte è la storia della parabola discendente - che pare a tratti voluta, quasi autodistruttiva, a tratti inevitabile, quasi non ci fosse alternativa alla sconfitta - delle piccole realtà di quartiere, del crimine "operaio" e di tutti i disadattati che sguazzano in uno stagno neanche si trovassero nel più grande e ricco - in termini di prede - degli oceani.
Da questo punto di vista il lavoro del regista è ottimo soprattutto nell'umanizzazione dei main charachters, che perfino a fronte delle loro azioni peggiori paiono vulnerabili e figli di un disagio profondo ed intimo, di una società che li ha voluti lì dove si trovano quasi fin dalla nascita.
Non mancano una percentuale di grottesco - l'ultima rapina nella villa, l'incontro con Little Tony - ed un tocco artigianale che rendono il tutto quasi "grindhouse" - come la metterebbe Tarantino -, così come una partecipazione sentita da parte di tutti i protagonisti, che paiono usciti dritti dritti da quei luoghi popolari - nel senso buono del termine - ma degradati e lontani dalla città "vera" o dal sottobosco urbano descritto, tra gli altri e alla grande, dal già citato Pasolini.
E la riflessione sul moto che porta qualcuno sulla "cattiva strada" - e qui entra in campo un altro mostro sacro, De Andrè - oltre alla ricerca di un brivido che nient'altro, probabilmente, nel corso di una vita "normale", può dare, ovvero la volontà segreta - come pare sia per la maggior parte dei serial killers - di correre incontro al fallimento, sfiorarlo ogni volta con più decisione fino a finire mangiati dallo stesso per stanchezza, età, desiderio di andare davvero oltre.
Ma sarà davvero così?
Sarà paura di vincere, o di essere come quelli che additiamo come "cattivi"?
Non essere cattivo, avrebbe recitato il film segnalato in apertura di post.
E già, non dovremmo.
Ma a volte il richiamo della foresta è più forte di qualsiasi altro.




MrFord




 

venerdì 12 maggio 2017

La notte del giudizio - Election Year (James DeMonaco, USA/Francia, 2016, 109')




Quando si parla di saghe, che si tratti di ambito letterario o cinematografico, si entra sempre e quasi obbligatoriamente in un campo minato.
Mantenere, infatti, un livello qualitativo alto - o quantomeno discreto - per tutti i capitoli delle suddette senza snaturare ad un tempo lo spirito originario è cosa non da poco, ed i titoli che ci sono riusciti, da Star Wars a Il signore degli anelli - senza contare Game of thrones -, sono entrati nel cuore dei fan di tutto il mondo.
Certo, per me la saga cinematografica per eccellenza - alla faccia del più autoriale Il padrino - è e resterà per sempre Rocky, ma devo ammettere che spesso e volentieri il fascino di un mondo, personaggi o vicende in qualche modo legate mi attrae non poco, dando ad un'opera di fiction una dimensione a suo modo più reale: La notte del giudizio, survival urbano legato alla riflessione sull'uso della violenza legalizzata come arma per ridurre la criminalità, uscito qualche anno fa e ben accolto dal pubblico e da parte della critica, aveva dato inizio ad un franchise che, per quanto certamente non scarso o protagonista di momenti destinati al peggio della stagione cinematografica, non aveva mai raggiunto picchi di emozione, coinvolgimento o qualità complessiva davvero in grado di fare la differenza.
In questo senso, non è da meno neppure quest'ultimo Election Year, che annuncia una svolta decisiva per l'evoluzione della storia del "Purge" - ovvero la possibilità di revoca dello stesso, e dunque del motore del prodotto - ma, fatta eccezione per quest'eventualità e la cronaca "politica" che in un periodo di elezioni e post-elezioni americane funziona sempre non cambia di una virgola la ricetta dei precedenti, sprecando alcune buone cartucce - le ragazzine folli in pieno stile Spring Breakers che promettevano faville liquidate come se nulla fosse - e consegnando al pubblico quello che il pubblico si aspetterebbe considerati i precedenti del brand.
Una sicurezza, dunque, per certi versi, ed un peccato per altri.
In fondo, anche questo Election Year in termini di azione, atmosfera e costruzione funziona e si lascia guardare, pur mancando completamente di quella scintilla in grado di trasformare una visione in un'esperienza che non si dimenticherà facilmente.
A rendere il tutto più "movimentato" i numerosi volti noti di caratteristi passati su grande e piccolo schermo nel corso degli ultimi anni, da Lost a Justified, ed una serie di riflessioni politiche in grado di dare un certo spessore al prodotto finito, ed un ritmo comunque tutto sommato buono, probabilmente legato - come i capitoli precedenti - alla lezione data ai tempi dal cultissimo I guerrieri della notte.
A conti fatti, dunque, un titolo in grado di intrattenere ma incapace di segnare la memoria dell'audience, o di sorprendere davvero: in un mondo in cui accadono cose che paiono ben peggiori di quelle mostrate sullo schermo, del resto, è difficile restare davvero stupiti.



MrFord



 

giovedì 11 maggio 2017

Thursday's chid



Il risveglio primaverile del Cinema prosegue in una settimana ricca di potenziali blockbusteroni e sorprese di nicchia, nonchè di una delle più grandi certezze rispetto alla rivalità tra il sottoscritto e Cannibal Kid: Terrence Malick.
Riuscirà il guru dei pipponi a rimettere in carreggiata la rivalità tra noi colleghi di rubrica, oppure sarà l'ennesima conferma di un anno clamorosamente pacifico?



"Io l'avevo consigliato di non guardare il nuovo film di Malick, e lui niente: ed ecco il risultato!"



King Arthur – Il potere della spada

"E così sono questi, i giochi che si fanno in casa Ford? Sarà contento Cannibal!"

Cannibal dice: Mai stato appassionato delle vicende di Re Artù, o delle pellicole su Re Artù, o delle pellicole di Guy Ritchie, quindi questa fordianata suprema mi sa che potrebbe non fare al caso mio. La presenza degli ottimi Charlie Hunnam e Jude Law però potrebbe farmi cambiare idea... forse.
Ford dice: non mi sono mai strappato i capelli, per quanto interessante possa essere, per Guy Ritchie, ma ho sempre adorato il ciclo della Tavola Rotonda sui libri così come al Cinema fin dai tempi di Excalibur. Se a questo si aggiungono Charlie Hunnam e Jude Law, direi che questa bella tamarrata medievaleggiante ci sta tutta.

 

Alien: Covenant

La nuova versione di Gollum pasteggia con Cannibal Kid.

Cannibal dice: Mai stato appassionato nemmeno della saga di Alien, al contrario di Ford. Eppure il precedente prequel, Prometheus, anche se mi era sembrato parecchio mediocre, mi aveva schifato meno rispetto a diversi fan storici della serie. Questo sequel del prequel Alien: Covenant potrebbe quindi riuscire nella stessa impresa, cioè non schifarmi troppo. Se proprio va bene.
Ford dice: finalmente, dopo settimane di desolazione, un pò di movimento in sala. Ho sempre amato la saga di Alien, anche se i primi due film - in particolare quello meraviglioso di Scott - restano sempre decisamente al di sopra di tutti gli altri, e non vedo l'ora di scoprire se il ritorno dei terribili predatori spaziali sarà all'altezza degli antichi fasti o un'operazione riuscita solo in parte come il recente Prometheus.
Di sicuro, mi godrò il fatto che andrà di traverso a Cannibal.

 

Song to Song

"Cerchiamo di menarcela un pò di più, altrimenti Malick non ci prende per il suo prossimo film."

Cannibal dice: Terrence Malick è tornato... di nuovo! Per la gioia mia e per la disperazione di Ford. Per tutta onestà, c'è però da dire che con Knight of Cups era riuscito a far storcere il naso persino a me, quindi questo Song to Song un pochino mi preoccupa. Ambientazione musicale e cast più che all-star lo rendono comunque un potenziale nuovo cult cannibal-malickiano.
Ford dice: il movimento in sala di cui scrivevo sopra continua, nella speranza che la nuova fatica del bollitissimo Malick un tempo grande regista ed ora solo grande fuffa possa far tornare la lotta tra me ed il mio antagonista qui presente ai livelli dei tempi di Tree of life, quando l'ascia di guerra era decisamente sporca di sangue.

 

On the Milky Road – Sulla Via Lattea

"Ed eccoci finalmente arrivati a casa Ford: sarà già ubriaco a quest'ora del mattino?"

Cannibal dice: Il fordiano Emir Kusturica alle prese con un film autorialissimo e visionario, che ha già scatenato reazioni tra le più variegate all'ultimo Festival di Venezia. Il tutto impreziosito da un'interpretazione di una Monica Bellucci che pare tra le migliori della sua carriera. Non che ci volesse molto... Nella battaglia tra film pretenziosi e probabilmente senza senso della settimana, io punto decisamente su Malick.
Ford dice: ho sempre amato Kusturica, soprattutto quello della prima parte della sua carriera, mentre ammetto di averlo perso per strada tra escursioni in ambito musicale, documentari e libri degli ultimi anni.
Che questo film apparentemente molto radical possa essere un risveglio di una delle passioni cinematografiche che ricordo con maggiore affetto dei tempi in cui iniziai il mio viaggio attraverso la settima arte "d'autore"?


Qualcosa di troppo

"Non pensavo che ristrutturare il vecchio campo di battaglia delle Blog Wars sarebbe stato così difficile!"

Cannibal dice: Possibile sorpresa settimanale numero 1. Una francesata con i fiocchi, leggera e allo stesso tempo chic, diretta e interpretata dalla promettente Audrey Dana. Diventerà la mia nuova idola, nonché la nuova nemica radical di Ford?
Ford dice: film francese che fino a poche settimane fa avrei evitato come la peste temendo una radicalchiccata con i fiocchi. Il recente successo al Saloon de L'avenir, però, ha cambiato le carte in tavola, tanto da mettermi la pulce nell'orecchio anche rispetto a questo Qualcosa di troppo. Sperando che questo qualcosa non si riveli una terrificante cannibalata.

 

This Beautiful Fantastic

"Sono vestito peggio di Ford e Cannibal, dici? Allora devo essere messo proprio male!"

Cannibal dice: Possibile sorpresa settimanale numero 2. Film britannico con protagonista Jessica Brown Findlay, attrice da me vista in un episodio di Black Mirror e non vista in Downton Abbey. Si preannuncia come una romcom fiabesca potenzialmente molto gradevole (come un post di Pensieri Cannibali) o molto fastidiosa (come un post di White Russian).
Ford dice: essendomi giocato tutti i bonus della settimana rispetto alle potenziali cannibalate, direi che questa rom com finisce dritta in fondo alla lista delle mie priorità, insieme al decisamente non beautiful ed ancor meno fantastic Cannibal Kid.

 

Tutto quello che vuoi

"Per quanto ancora dobbiamo far finta di essere Le iene?"

Cannibal dice: Commedia italiana diretta da Francesco Bruni, già regista del valido Scialla! (Stai sereno). Potrebbe sembrare il film giusto per me, ma potrei anche passare il compito della visione a Ford, che ultimamente nel tentativo di imitarmi si è incredibilmente avvicinato al magico mondo del cinema nostrano recente.
Ford dice: di recente ho mostrato un'apertura inaspettata anche per me verso il Cinema italiano e le sue proposte più o meno alternative. Potrebbe essere la volta buona per un altro recupero a sorpresa con potenziale promozione? Solo il tempo lo dirà.
Intanto, tutto quello che voglio è un Cannibal che finalmente cominci a capirne qualcosa di Cinema.

 

E se mi comprassi una sedia?

"E così quel tipo è Cannibal: sarò lieto di fracassargli una sedia sulla schiena!"

Cannibal dice: E compratela, ma non farci su un film, per favore!
Ford dice: per me non c'è problema. Puoi tranquillamente comprarla. Se poi ti serve per fracassarla nella schiena di Cannibal, ancora meglio!

 

Una settimana e un giorno

"Ma se Ford non ha intenzione di venire a vedere il nostro film, allora chi verrà?"

Cannibal dice: Commedia drammatica from Israele che potrebbe essere una radical-fordianata clamorosa. Ma togliamo anche il “potrebbe essere” e mettiamo al suo posto un “sarà sicuramente”.
Ford dice: film d'autore proveniente da Israele che ai tempi sarebbe stato in cima alla lista dei miei ripescaggi improbabili.
Dubito che questo accadrà oggi.

 

Richard – Missione Africa

Cannibal e Ford ai tempi della loro accesa rivalità.

Cannibal dice: Possibile che tutte le settimane debba per forza uscire (almeno) un filmino d'animazione? Ford, tu per caso c'entri qualcosa?
Ford dice: è curioso che ogni settimana venga buttato in sala un film d'animazione indipendentemente dal suo valore, un po' come accade per il Cinema italiano. Ma dato che so che questa cosa disturba il mio rivale, non mi lamento.

 
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