martedì 25 aprile 2017

Via da Las Vegas (Mike Figgis, USA, 1995, 111')




Di norma, considerati il mio background, i vizi e le debolezze, gli stronzi con un cuore dediti ad alcool e donne finiscono sempre per colpire il sottoscritto, che con ogni probabilità fa parte senza neppure fare troppa fatica della categoria.
Da anni sentivo parlare di Via da Las Vegas, cult per moltissimi spettatori che avevo sempre in qualche modo mancato e che non troppo tempo fa, in occasione del Day dedicato da noi bloggers al mitico Nicholas "Parrucchino Selvaggio" Cage, avevo dovuto abbandonare per mancanza di tempistiche nel recupero del dvd: a causa di quell'ennesimo colpo a salve, ho deciso che in un modo o nell'altro avrei recuperato questo lavoro di Mike Figgis, che nel corso della vita ho perfino sentito definire Capolavoro da alcuni tra i miei amici e colleghi decisamente a loro agio in materia cinematografica.
Onestamente, il responso non è stato, almeno per questo vecchio cowboy, dei più positivi.
Perchè certo, Via da Las Vegas è un film intenso e struggente, in grado di raccontare con grande forza sia la passione di una storia d'amore sia quella che ogni persona con una dipendenza ha rispetto al veleno che si è scelta, con un'ottima escalation ed un paio di momenti decisamente toccanti, ma è anche un film prigioniero del suo tempo - puzza di anni novanta, come stile e contenuti, lontano miglia -, fin troppo volutamente "alternativo", lento e, a tratti, perfino noioso.
E a fare da contraltare ad una Elizabeth Shue bellissima come sempre, un Cage che, per quanto gli voglia bene, pare troppo sopra le righe perfino per lui, anche se, lo ammetto, il dubbio che il suo esserlo fosse legato anche all'esserlo della pellicola mi è passato per la mente: basterebbe pensare, sempre per rimanere in ambito alcolico, ad un Capolavoro - quello sì - come Giorni perduti di Wilder, forse ancora oggi uno dei ritratti più drammatici e toccanti del dramma dell'alcolismo, che se confrontato con il tentativo di Figgis finisce per ridimensionare lo stesso non poco.
Eppure, nonostante tutto e nonostante il fatto che, a conti fatti, non mi sia particolarmente piaciuto, non sono proprio riuscito a voler male a questo film, forse per lo spirito da outsiders e perdenti che lo pervade fin nell'anima, e che consegna al pubblico un ritratto - anzi, due - dei losers a stelle e strisce che dal grande sogno sono stati masticati e sputati fuori perchè non troppo graditi.
Con ogni probabilità, infatti, è stato sopravvalutato come molti film generazionali - presumo che i trentenni di allora abbiano visto in un lavoro come questo la versione romantica di quello che fu Trainspotting, decisamente superiore sotto tutti i punti di vista - e per chi lo vede ora per la prima volta, privo dell'occhio dell'amore, non resta molto altro se non i difetti.
Anche se, in una certa misura, è giusto così: Via da Las Vegas è la storia devastante di due solitudini che si incontrano e che sono inevitabilmente destinate al disastro.
E a volte è dura ammettere che dal disastro non c'è speranza di salvarsi.
Soprattutto se non lo si vuole.




MrFord



 

lunedì 24 aprile 2017

Rectify - Stagione 1 (Sundance TV, USA, 2013)




La percezione che dall'esterno possono avere di noi è una delle variabili più clamorose, scombinate e potenzialmente pericolose della nostra esistenza: tendenzialmente io sono una persona tranquilla e molto paziente, ed è difficile - ed è meglio che sia così - vedermi perdere davvero le staffe, sono molto gioviale e compagnone, ed anche al lavoro - almeno fino a qualche mese fa - sono sempre stato l'anima ed il motore della mia squadra.
Eppure, saranno i tatuaggi, l'abbigliamento, il piglio, il modo di pormi o di camminare, il fatto che negli anni mi sia decisamente irrobustito - anche se, ammetto, accadeva molto spesso anche prima -, ma sono stato fermato dalla polizia neanche fossi tornato ai tempi dell'adolescenza dei capelli lunghi e del fare da ribelle alternativo anni novanta.
In particolare ricordo l'estate di un paio d'anni fa, quando, tra canotte e taglio mohawk, ho fatto il pieno di controlli, in particolare uno sulla banchina della stazione mentre stavo prendendo il treno una domenica mattina per andare al lavoro - "Ma la bici che ha parcheggiato fuori dalla stazione è sua? E' italiano?" -, uno tornando alle nove passate la sera sempre dal lavoro e sempre in bici - e mi chiedo, ma quale squilibrato si metterebbe a rubare ed utilizzare per sfrecciare per le strade con la musica in cuffia una bicicletta con due seggiolini per bambini? - ed uno addirittura al mare, quando in una mattina di tempo non eccezionale e con il Fordino - la Fordina era ancora "in forno", ai tempi - a spasso con i miei genitori decisi di andare a fare un pò di spesa al market, e fui affiancato da una volante con tre baldi giovani - per una volta in ottima forma fisica - che mi trattennero per controlli per un buon quarto d'ora intimandomi di rimanere di fronte alla macchina ed in vista - ed io sempre in canotta, pantaloni lebowskiani ed infradito - di fronte ad un passaggio a livello con i passanti che mi guardavano come fossi una sorta di evaso.
Ricordo bene anche casi cinematografici come il meraviglioso Il sospetto, che proprio sulla percezione dall'esterno portavano una riflessione profonda sui pericoli del giudizio in una società, specie se molto ristretta numericamente - anche se, a ben guardare, le cifre contano molto relativamente, in questi casi -.
Rectify, recuperata prontamente dopo il parere entusiastico di Lisa Costa, è legata a doppio filo agli stessi temi: Daniel Holden, neanche ventenne nella Georgia di provincia è arrestato per l'omicidio e lo stupro della sua fidanzata e condannato a morte, scontando vent'anni tra ricorsi e vita da recluso tra i reclusi fino ad essere scagionato da una prova del DNA che gli permette, ormai adulto mai davvero cresciuto, di fare ritorno dai suoi cari e nella sua città.
E cosa accadrebbe, se qualcuno che per così tanto tempo aveste pensato colpevole di un delitto efferato tornasse a camminare per le vostre strade, libero e comunque - vent'anni nel braccio della morte penso possano segnare chiunque - instabile?
Nel corso di questa prima stagione di Rectify ci si concentra su questa domanda ed ancor di più sulla condizione di esule e prigioniero del protagonista anche una volta abbandonata la cella, in bilico tra ricordi ed una vita mai davvero vissuta: a prescindere, dunque, dagli sviluppi della trama e dalla nuova indagine che dovrebbe mettere chiarezza una volta per tutte sul suo caso, seguiamo principalmente il difficile reinserimento emotivo di Daniel nella società, tra sequenze splendide - il ritrovamento del baule con i suoi "cimeli" anni novanta - ed altre terrificanti - il pestaggio che chiude l'ultimo episodio -, una famiglia spezzata nel profondo dalla tragedia messa a confronto con quella ugualmente segnata della ragazza uccisa.
Il risultato è un interessante viaggio nell'animo umano, luminoso o oscuro che sia, sfumature comprese, che mette molta carne al fuoco ma al quale, per il momento, manca ancora la scintilla in grado di far mordere il freno per recuperare immediatamente il resto della serie: quello che è sicuro è che, da parte mia, uno come Daniel Holden merita una possibilità.
Fosse anche solo di dimostrarsi colpevole.



MrFord



 

domenica 23 aprile 2017

Steve McQueen - Una vita spericolata (Gabriel Clarke&John McKenna, USA/UK, 2015, 102')




Penso non ci siano dubbi rispetto al fatto che Steve McQueen sia stato uno degli attori più cool di tutti i tempi.
Personalmente, credo che soltanto in due potessero superarlo, uno in bellezza - Paul Newman - ed un altro in carisma - Marlon Brando -.
Ma tant'è.
Per me, il vecchio McQueen sarà per sempre quello "che tiene i cavalli", il mitico protagonista de L'ultimo buscadero di Peckinpah, uno dei film di riferimento della mia formazione di cinefilo e non solo.
Ma anche l'icona di Getaway!, La grande fuga, Bullit e chi più ne ha, più ne metta.
Nonchè l'emblema di uno spirito libero, ribelle, senza peli sulla lingua, devoto alla vita così come a velocità, donne, alcool, rischio.
Uno che non toglieva il piede dall'acceleratore, quando si trattava di qualcosa che amava.
E Steve McQueen amava alla follia l'automobilismo.
La 24 ore di Le Mans, film uscito dopo numerose e non felici vicissitudini produttive all'inizio degli anni settanta, era l'incarnazione su pellicola di quell'amore.
Da non amante della guida, proprio il titolo che il veloce Steve ha amato di più è paradossalmente uno dei pochi della sua filmografia ancora a mancarmi, anche se attraverso questo interessante documentario si assiste non solo alla realizzazione del suddetto film, ma anche allo scontro tra McQueen ed il suo sogno di portare se stesso all'interno di quello che era il suo lavoro, quasi dovesse completarlo per la prima volta con la passione.
Emblema della "candela che brucia dai due lati", espressione di una virilità non tanto ostentata, quanto vissuta attraverso la sicurezza in se stessi e l'amore per il rischio, McQueen in realtà rappresenta principalmente l'antieroe romantico che passa da stronzo e che, al contrario, per la sua trasparenza risulta più pulito di tanti finti bravi ragazzi, un uomo devoto alle sue passioni e pronto a giocarsi il tutto per tutto per esse: in un certo senso, con tutti i suoi difetti, un personaggio così è di quelli che si trovano raramente, a prescindere dai compromessi accettati a malincuore o rifiutati palesemente, o degli eccessi.
Il percorso compiuto, dapprima come produttore e quasi regista e dunque come "semplice" attore, sempre come pilota, all'interno di quello che era il progetto più importante della sua carriera, non solo rende il mito McQueen fallibile e grandioso proprio per la sua sconfitta, ma anche e più di quanto non si percepisca dall'esterno come pane e salame, dall'influenza sul figlio Chad - che probabilmente vorrebbe essere il padre - alla lettera ai "pezzi grossi" rispetto al riconoscimento economico per il pilota Piper, che perse una gamba durante le riprese, dalla sua prima moglie alle innumerevoli avventure, dall'atteggiamento molto "cocky" ad un cuore che si sente battere ben oltre le poltroncine della sala, o il divano di casa.
Steve McQueen visse al massimo della sua velocità, ed in tutta serenità, quando il tumore ai polmoni che gli costò la vita - e che pare derivasse dall'amianto presente nelle tute da pilota che spesso indossava - se lo stava portando via, dichiarò serenamente "di aver finito la benzina".
Per uno che, probabilmente, non si sarebbe mai fermato, tanto di cappello.
Ed in tutta onestà, quando anche per me arriverà la fine della corsa, vorrei poter affrontare la cosa allo stesso modo: coscienza dei propri limiti e palle, quantomeno, per sfidarli.
Anche se tutti sappiamo che con la morte non si vince.
Perchè a volte capita che, nella sconfitta, si trovi un segreto ancora più profondo.



MrFord



sabato 22 aprile 2017

Tutta colpa di Freud (Paolo Genovese, Italia, 2014, 120')




E' davvero curioso come e quanto possa cambiare la percezione dei punti di vista quando si passa dall'essere uomini all'essere padri: personalmente, devo dire di essere stato quasi sempre un bello stronzo, dal punto di vista sentimentale.
Del resto, sono un ingordo di vita, un egoista, un predatore, e negli anni ho preso le mie mazzate ma senza ombra di dubbio le ho restituite nel modo peggiore, perchè non l'ho fatto per vendetta, ma per natura, e spesso e volentieri non l'ho fatto con chi se le meritava davvero, anzi.
Eppure, il lato oscuro di me è anche quello che definisce quello che invece vive in piena luce, e che tira fuori qualità che senza i difetti non ci sarebbero, e si perderebbero in un nulla che, sinceramente, non mi attrarrebbe neppure in una donna, per l'appunto.
Ma non sono giustificazioni, quanto ammissioni.
Di colpa e di presenza.
Ora che la Fordina è con noi, a volte, penso a quanto mi sarei preso a pugni se fossi stato il padre di una qualsiasi delle ragazze o donne che nel corso della mia vita ho trattato male, o deluso, o fatto incazzare, o qualsiasi cosa si possa combinare in amore: è difficile, da questo punto di vista, essere padre, e cercare di crescere la propria figlia sapendo bene a cosa andrà incontro, perchè in un modo o nell'altro ci andrà.
In un certo senso, pare quasi di consegnare quella che diviene la donna della nostra vita ad un branco di bestie pronta a masticarla e, in caso, risputarla fuori: una cosa che spaventa tantissimo anche me, credo dal giorno dell'ecografia in cui scoprimmo che era femmina.
Eppure, come in tutte le cose, esistono sfumature e punti di vista, così come i difetti che non solo ci definiscono anche per quanto riguarda il nostro meglio, ma che, soprattutto nei rapporti di coppia e quelli con i propri parenti, la propria Famiglia, creano quella magia, quel legame che permette ad alcune persone di legarsi per la vita, ed imparare a conoscersi sempre di più.
Tutto questo pippone, in realtà, viene tradotto dal film di Paolo Genovese in modo molto più naif e leggero, quasi come se di fronte ci trovassimo ad una commedia pseudo indie americana e non ad una pellicola pop tutta Roma, da Gassman a Giallini, per non parlare della città: una pellicola che, e ben sapete quale sia stato il mio rapporto con il Cinema nostrano negli ultimi anni, ho trovato piacevole e ruffiana al punto giusto, in grado di guardare da più angolazioni l'amore ed i rapporti e che, cosa curiosa, ho scoperto casualmente quando il suocero Ford, che non sempre ha rapporti semplici con Julez, l'ha lasciata probabilmente in modo che fosse sua figlia, a vederla.
Ed è curioso che, guardandola, ho pensato che forse avrebbe dovuto trovare il modo di chiederle di vederla insieme, così come al fatto che già adoro ci possa essere la possibilità che, tra una quindicina d'anni, possa vedere un film come questo insieme alla Fordina, e cominciare a condividere con lei le gioie ed i dolori che comporterà avere a che fare con gli ominidi, o con l'amore in generale.
E così come in un rapporto il bello, una volta passati il sesso, i sogni, i progetti e via discorrendo, è andare incontro ai pregi ed ai difetti dell'altro, e sapere bene ed in anticipo di cosa avrà bisogno, quando si tratta di figli pare quasi tutto spogliarsi del lato più incasinato dell'amore, in modo che resti a definirlo solo quello più puro.
Fortunatamente, è solo un'apparenza.
E, seppur diversi, casini sono e saranno sempre.
Ma del resto, senza quelli, gli occhi non sarebbero così belli.



MrFord




 

venerdì 21 aprile 2017

Beata ignoranza (Massimiliano Bruno, Italia, 2017, 102')




I lettori più assidui di questo blog ben sanno quanto, soprattutto nel corso delle ultime stagioni, sia stato decisamente diffidente rispetto alle produzioni nostrane, complici annate pessime, scelte esclusivamente banali o troppo commerciali, e via discorrendo.
Come con quasi tutto quello che so che potrebbe piacermi, però, anche con il Cinema difficilmente non sperimento o faccio tentativi - alla peggio, possono andare male e tanti saluti -, dunque spinto da una serata di relax, un bel White Russian formato Ford e la curiosità di rivedere Marco Giallini dopo le buone prove di Rocco Schiavone e Perfetti sconosciuti, qui al Saloon è giunto Beata ignoranza, commedia decisamente popolare che tocca temi molto vicini al sottoscritto: la Famiglia, la paternità, l'insegnamento - se solo non fossi stato così stronzo da mollare l'università, mi sarebbe piaciuto diventare un professore di liceo - e l'importanza che, nel bene e nel male, hanno avuto internet e la cultura "social" rispetto al mondo.
In questo senso penso immediatamente alla mia generazione, nata con il walkman e le cassette riavvolte con la Bic, quando per invitare fuori una ragazza dovevi chiamarla sul fisso, a casa, e sperare non ti rispondesse il padre per non impappinarti, e nessuno sapeva dove fossi quando uscivi fino a quando rientravi: oggi tutte queste difficoltà non sono neppure immaginabili, e sulla mia pelle ho provato quanto sia diventato più semplice, negli anni, tra sms ed internet, per esempio rimorchiare.
Poi, certo, ho uno smartphone, un blog, Instagram, qualche giochino, uso il navigatore o cerco qualche recensione o dritta, ma difficilmente mi sentirei perso senza la tecnologia, per quanto ci si sia tutti abituati - altra cosa per la quale ricordo fatiche incredibili, lo sfruttamento del porno: ai tempi te li scordavi Pornhub o Youporn, era una battaglia fatta di registrazioni di film "da bollino rosso" ad orari improponibili -: da questo punto di vista Beata ignoranza centra il bersaglio con leggerezza e profondità ad un tempo, unendo elementi da commedia di grana grossa ad un messaggio di fondo per nulla scontato, con spazio a sentimenti non lacrimevoli ma sicuramente toccanti, soprattutto per un genitore.
E dunque, mentre con Julez ci si stuzzicava paragonandoci ai due protagonisti - io che uso il telefono solo nel momento in cui mi serve, e per lunghe ore della giornata giace in tasca o in un cassetto, e lei che ormai lo sfrutta con la velocità di una pistolera del vecchio West -, si è trovato spazio per risate grasse e sincere, simpatia per i personaggi, riflessioni su quanto sia importante non tanto l'assenza o la presenza di qualcosa, ma l'utilizzo che se ne fa ed un pò di vecchio e sano sentimentalismo che, quando viene presentato pane e salame, funziona sempre: una promozione su (quasi) tutta la linea, dunque.
Una cosa che non mi sarei mai aspettato da un prodotto nato per la grande distribuzione che, sulla carta o qualche anno fa nel mio periodo radical, avrei considerato meno di zero: e invece non solo Beata ignoranza si becca un giro gratis qui al Saloon, ma anche un consiglio a recuperarlo a chi non l'avesse visto da parte di questo vecchio cowboy sicuramente più avvezzo alle grandi frontiere a stelle e strisce che non alla periferia romana da Come te nessuno mai versione professori invece che studenti.
E anche in questo senso, ci si trova di fronte ad una lezione importante: genitori o professori, o semplicemente adulti, non si smette mai di imparare.
Che, forse, è la cosa più bella di questo nuovo mondo "social" in movimento.




MrFord




 

giovedì 20 aprile 2017

Thursday's child




Nuova settimana di uscite, nella rinnovata speranza che la rivalità tra me e Cannibal torni quella dei bei tempi almeno quanto la smortissima blogosfera.
Curioso che, ormai, i leit motiv degli intro di questa rubrica riguardino più questi argomenti che non i film in uscita, come ogni primavera ormai piuttosto smorti rispetto al periodo di Oscar e affini ad inizio anno.



"Mi pare di aver avvistato Cannibal: il sergente Ford ha detto di sparare a vista."

Baby Boss

"Ebbene sì, mi cambio il pannolino da solo: del resto, devo stare al passo con i Fordini."

Cannibal dice: Tipica bambinata esaltata da Ford, oppure simpatica robetta DreamWorks che potrebbe convincere un anti-Pixar come me?
Mi sa più la prima...
Ford dice: ennesima produzione scommessa Dreamworks che potrebbe rivelarsi una vera schifezza in stile Trolls o una cosa carina come i due Cattivissimo Me. Spero nella seconda, più probabilmente sarà come la prima.

 

Boston – Caccia all'uomo

"Cannibal è ancora latitante: Ford non la prenderà bene. E neppure The Rock."

Cannibal dice: La ricostruzione degli attentati della maratona di Boston con Mark Wahlberg?
Potrebbe essere un vero attentato al cinema.
Ford dice: quando, nel trailer visto in sala prima di Fast and Furious 8, ho sentito Mark Wahlberg dire "Hanno scherzato con la città sbagliata" questo Boston era già balzato in vetta alla classifica dei potenziali guilty pleasures dell'anno.
Speriamo possa essere così.

 

The Bye Bye Man

"Bye bye, Cannibal."

Cannibal dice: Un horrorino che non mi attira particolarmente. Sono io a dirgli bye bye!
Ford dice: un horroretto di quelli buoni giusto a spaventare Cannibal. Bye bye, e a mai rivederci!


Le cose che verranno – L'avenir

"Così sola in mezzo alla Natura forse finirò per avere una parte nel nuovo film di Malick."

Cannibal dice: Film francese con Isabelle Huppert. A me è piaciucchiato abbastanza, ma l'ho trovato troppo super radical-chic persino per i miei standard. Tra le cose che verranno posso solo immaginare la reazione sconcertata di Mr. Ford di fronte a una visione del genere.
Ford dice: film radical chic che da tempo attende di passare attraverso le fauci del Saloon. Ora che l'uscita incombe mi dedicherò con grande piacere a massacrarlo. Almeno spero.

 

Famiglia all'improvviso – Istruzioni non incluse

Katniss Kid con il vecchio Ford pronti a festeggiare la loro rinnovata non rivalità.

Cannibal dice: Altra francesata della settimana. Omar Sy mi pare sia un po' intrappolato in queste commedie drammatiche, ma se il film vale anche solo la metà di Quasi amici una chance se la merita lo stesso.
Ford dice: Omar Sy ormai pare uno di quegli attorni navigati e con una carriera consolidata che da un certo punto in avanti continuano a riproporre lo stesso personaggio in salse diverse. E questa non è una cosa buona. A meno che non si decida di puntare su altro.


Acqua di marzo

"Fino a quando Ford e Cannibal continueranno ad andare quasi d'accordo, ce lo scordiamo il bel tempo."

Cannibal dice: Classica pellicola italiana poco promettente della settimana, ma poteva anche andarci peggio. Se non altro questo weekend non mi sembra siano in arrivo porcate action fordiane.
Ford dice: tipica schifezzina italiana che Cannibal non vedrà l'ora di esaltare come se fosse un nuovo cult. Lascio volentieri a lui l'incombenza.

 

L'accabadora

"Non c'è proprio verso di convincere Ford a passare all'energia elettrica."

Cannibal dice: Co-produzione italo-irlandese ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Mi attira quasi quanto un film che si prende 4 bicchieri su White Russian.
Ford dice: il binomio Italia/Irlanda sfonda una porta aperta, qui al Saloon, ma sinceramente non so quanto potrebbe fare questo film. Per il momento attendo tempi migliori, e mi consolo brindando con un Jameson.

 

Lasciami per sempre

"Forza, Max: incita Ford a lasciare per sempre le sale in cui proiettano il nostro film ricordando Basilicata coast to coast!"

Cannibal dice: Se questa settimana devo proprio puntare su un film italiano, andrei con questa commedia potenzialmente piacevole, che ha anche un titolo che suona come un mio invito a Ford: lasciami per sempre.
Ford dice: lasciami per sempre, Cannibal. Fammi contento. E fai contenti anche tutti gli appassionati di Cinema della blogosfera e non.


 

mercoledì 19 aprile 2017

Resident Evil - The final chapter (Paul W.S. Anderson, USA/Germania/Francia/UK/Giappone/Canada/Sud Africa/Australia, 2016, 106')




Fatta eccezione per uno dei suoi capitoli risalenti agli anni novanta - erano ancora i tempi della prima versione della Playstation - del quale ora non ricordo il nome, un survival tesissimo che faceva stringere il culo ad ogni partita e che riuscì a superare soltanto molto tempo dopo la saga di Dead Space in quanto a tensione, non ho mai amato il franchise di Resident Evil.
Questo quando si parlava di console e games, figurarsi in sala.
Eppure,  nel corso di questi anni, che fosse per staccare i neuroni o per dovere di cronaca rispetto al blog, ho finito per passare in rassegna tutti i prodotti legati alla Ombrella Corporation nati ad uso e consumo del grande schermo, finendo per stroncarli senza neppure troppo divertimento uno dopo l'altro.
A questo giro di giostra, considerato anche il titolo, ho finito per cascarci sperando di scrivere finalmente la parola fine al mio rapporto con le gesta dell'eroina ammazza zombies Alice, come di consueto portata sullo schermo con grande atletismo, occorre dirlo, da una delle cagne maledette più maledette del Cinema, Milla Jovovich: peccato che, neanche a dirlo, il titolo - SPOILER - sia assolutamente fuorviante rispetto al futuro del brand, che probabilmente sarà deciso dagli incassi di questo cosiddetto e presunto ultimo capitolo.
Per il resto, nulla di eccezionale da segnalare: prodotti come questo sono tanto innocui quanto inutili, finiscono per apparire lunghissimi nonostante il minutaggio e a presentare un modello perfetto di sceneggiatura tagliata con l'accetta, costruita neanche fossimo, per l'appunto, in un videogioco a livelli che tanto fanno anni ottanta e novanta, condito da un'atmosfera survival figlia di tutti gli horror all'interno dei quali i comprimari muoiono accanto al o alla protagonista come mosche uno dopo l'altro, roba che, se fossi uno di quei personaggi e vedessi arrivare la Jovovich di turno, eviterei accuratamente di imbarcarmi in una missione al suo fianco neanche fossi certo al cento per cento di una riuscita della stessa ed un montaggio così frenetico da far impallidire i videoclip più sfrenati, di norma indice di uno scarso livello di regia - e nel caso del mitico Paul W.S. Anderson, credo il regista con il maggior numero di Ford Awards dedicati al peggio nel palmares, ci sono pochi dubbi -.
Peccato, da fan di Game of Thrones, per il mitico Jorah Mormont, una spanna sopra tutti a livello recitativo - e lo dico contenendomi - e decisamente sprecato in una produzione come questa, se non si considera il giovamento che probabilmente ne avrà tratto il suo conto in banca, ma per il resto, davvero nient'altro da segnalare.
Se siete fan di Resident Evil - benchè faccia gran fatica a comprendere come sarebbe possibile esserlo, soprattutto a livello cinematografico - troverete esattamente quello che cercate e che questa serie ha sempre garantito - e su questo non mi pronuncio troppo -, mentre se al contrario, come me, speravate in una chiusura con o senza botto, mettetevi l'anima in pace.
Questa Alice pare davvero avere la scorza più dura di qualsiasi non morto.




MrFord




 

martedì 18 aprile 2017

Fast and furious 8 (F. Gary Gray, USA, 2017, 136')




Se una decina d'anni fa qualcuno mi avesse predetto che la saga di Fast and furious sarebbe diventata una delle mie certezze cinematografiche quantomeno legate alla parte più tamarra, sguaiata ed ignorante della settima arte, avrei riso forte o forte dato del pazzo al povero malcapitato.
Ed avrei clamorosamente sbagliato.
Curioso come questo franchise, partito molto in sordina dalle mie parti - lo recuperai anni fa su consiglio nientemeno che del Cannibale, per darvi un'idea - e massacrato ben volentieri rispetto ad episodi per me terribili come Tokyo Drift, che parevano l'antitesi di quella che è l'action che adoro e venero, figlia degli anni ottanta degli eccessi e dei muscoli tirati al massimo, abbia subito un brusco e positivo cambio di rotta con l'inserimento di elementi, vicende ed attori che proprio agli eighties facevano più o meno volontariamente riferimento e che sono diventati, capitolo dopo capitolo, colonne portanti del prodotto, da Kurt Russell a Dwayne "The Rock" Johnson, passando per Jason Statham.
Certo, alle spalle il sentitissimo settimo capitolo reso profondo ed emozionante dalla morte di Paul Walker, protagonista fin dagli esordi della saga con Vin Diesel, l'hype e le aspettative per questo numero otto erano molto alti, complice un trailer che lasciava davvero ben sperare rispetto all'evoluzione della storia: da questo punto di vista, non illudetevi.
F. Gary Gray non è James Wan, e l'impressione data dal suddetto trailer - il tradimento di Toretto ai danni dei suoi compagni, amici e membri della Famiglia - non rispecchia quello che appare chiaro fin dal principio nel corso della pellicola, ma messo agli atti questo, Furious 8 è un vero e proprio tripudio di tamarraggine e guasconeria, che lascia da parte il serio - se non con un paio di riferimenti, una volta ancora, al fu Brian/Paul Walker - per concentrarsi sulle tipiche battute da film macho - imperdibili i siparietti tra The Rock e Statham così come tra uno scatenato Tyrese Gibson e Scott Eastwood - e sequenze ben oltre il limite della fantascienza dal potere di gasamento altissimo per il pubblico, specialmente quello pronto a sedersi in sala per dimenticare le angosce della vita quotidiana e godersi una corsa a perdifiato sul grande schermo, neanche tutto quello che viene mostrato fosse davvero possibile, alla guida così come nel mondo criminale e non solo.
Un tripudio, dunque, di spettacolo, esplosioni, botte da orbi, inseguimenti ad alta velocità e più casino possibile, in barba a qualsiasi profondità di intenti o sentimenti così come ad una qualsiasi ansia: l'ottavo capitolo di Fast and Furious è il giocattolo perfetto, l'action che, allo stato attuale, non sfigura rispetto ai suoi avi illustri figli dell'epoca d'oro del genere, che non risparmia nulla - al limite del geniale e del grottesco la sequenza di Statham con il bambino nel trasportino sull'aereo di Cypher, o l'evasione dal carcere dello stesso Statham e The Rock - e gioca a carte scopertissime dal primo all'ultimo minuto.
Fast and Furious, parentesi sentimentali necessarie a parte, è e resta la saga di grana grossa per eccellenza degli Anni Zero, ed è proprio per questo che ho imparato ad amarla.
E nonostante questo numero otto non sia certo il migliore, viene quasi da pensare che i dieci previsti stiano davvero stretti, a Toretto e soci.
Neanche fossero una canotta comprata appositamente di una taglia o due più piccola per mostrare ancora meglio i muscoli.




MrFord




 

lunedì 17 aprile 2017

Quindici19 - Short Film Festival




Nel corso di questi sette anni di Saloon ed uno dei motivi che anche nel deserto che è la blogosfera attuale rispetto ad allora continuano a motivare il sottoscritto sono le collaborazioni e le possibilità di arricchirsi e conoscere nuove realtà, persone, iniziative.
Una di queste è Quindici19 - Short Film Festival, dedicato ai giovanissimi e potenziali cineasti ancora nel pieno della tempesta che è l'adolescenza: mesi fa questo vecchio cowboy è stato contattato dall'organizzazione del Festival per partecipare allo stesso in qualità di giurato per il settore media, e dunque avere un ruolo attivo nell'assegnazione dei riconoscimenti ai vincitori.
In attesa, dunque, di poter parlare più approfonditamente delle opere in concorso e dell'esperienza, approfitto per segnalare l'evento: in fondo, dietro la macchina da presa in queste opere fresche e giovanissime potrebbero nascondersi i futuri Dolan o Tarantino.
Da appassionato, posso solo sperarlo.




MrFord





domenica 16 aprile 2017

Dr. House - Stagione 5 (Fox, USA, 2009)





Con il passare dei mesi e delle stagioni quello che, tempo fa, era soltanto un recupero riempitivo di una vecchia serie di culto buono per pranzi o cene in casa Ford, ha finito per assumere un'importanza sempre maggiore grazie all'ascendente esercitato dal suo protagonista - lo spigoloso Greg House - sul Fordino, che ha nel buon dottore uno dei suoi idoli da piccolo schermo.
Puntata dopo puntata, devo ammettere che anche rispetto al sottoscritto un titolo che odiavo cordialmente ha finito per tramutarsi in un guilty pleasure in costante escalation, con tanto di culmine nella stagione quattro, curiosamente la migliore nonostante fosse stata realizzata nell'anno terribile per le serie televisive dello sciopero degli sceneggiatori.
Purtroppo, e per la prima volta, con questa quinta annata il Saloon ha ricevuto la sua prima, grande delusione dal medico claudicante e dal suo staff: una season che procede stancamente, ripetitiva, priva degli spunti interessanti delle precedenti, ripresasi soltanto nella manciata di puntate conclusive a causa della morte di uno dei medici al lavoro per House - evento improvviso che fu legato al fatto che l'attore che lo interpretava ebbe un ruolo nella prima amministrazione Obama e dovette rassegnare le dimissioni - e la conclusione, che mostra un House sempre più instabile prendere una decisione che potrebbe influire e non poco sull'evoluzione del personaggio e delle restanti tre seasons.
Troppo poco, comunque, considerati i quattro anni precedenti e le potenzialità di un personaggio che ha la grande fortuna di riuscire a conquistare grandi e piccini senza per questo doversi "svendere", rimanendo fedele al suo essere un vero stronzo.
Anche l'evoluzione della relazione di Cameron e Chase ed il nascere di quella tra Foreman e 13, o il ruolo di "anti House" di Taub e quello di eterna storia d'amore mancata della Caddy riescono a dare verve ad un giro di giostra davvero sottotono, che abbassa e non di poco l'hype per quelli successivi e forse finisce per perdere anche diversi punti rispetto al Fordino, che di norma avvinto dalle vicissitudini dell'esperto immunologo si è dedicato per buona parte della stagione a rendere a noi davvero difficile la fruizione di ogni puntata grazie ad interminabili monologhi a volume altissimo tenuti a tavola.
Considerato che, a meno di tracolli devastanti o di schifezze atomiche, non abbandono mai una serie, posso solo sperare che da qui in avanti quel sacco di merda di Greg House torni ad essere se stesso e scuota un titolo che, l'avessi visto ai tempi, mi avrebbe fatto considerare l'idea che, forse, con questa quinta stagione si era arrivati al punto del non ritorno, quello dato dalla chiusura prima di andare definitivamente in vacca.
Dexter e True Blood ne sanno qualcosa.



MrFord




 

sabato 15 aprile 2017

Il sapore del successo (John Wells, USA, 2015, 101')





Dai tempi in cui cominciai a superare la timidezza adolescenziale ed a cambiare in quello che sono oggi, realizzai da subito che mangiare, per me, sarebbe stato importante almeno quanto bere.
Non sono uno che mangia tutto, ma sul cibo, come sulla vita, ho una mentalità molto aperta, e se qualche ingrediente dovesse avere anche solo una possibilità di piacermi, non mi tirerò mai indietro dal provarlo: dal sushi alla cipolla cruda, sono molte le cose che una ventina d'anni or sono non mi sarei neppure sognato di assaggiare che ora fanno parte senza colpo ferire del mio background culinario, nonostante sia più un consumatore che non un cuoco, se non di sopravvivenza - Julez può testimoniare di essere stata conquistata con la pasta al tonno -.
Questa passione, questo istinto - che, a ben guardare, va di pari passo con quelli alcolici, sessuali e legati alla fisicità -, trova libero sfogo anche nella ricreativa visione di produzioni televisive come Masterchef, appuntamento fisso in casa Ford fin dai suoi esordi qui in Italia, pronto a far conoscere anche a noi comuni mortali la realtà dietro una cucina alta e stellata: Il sapore del successo, adattato e distribuito malissimo qui nella Terra dei cachi, dal cast ricco e sceneggiato dallo Steven Knight di Locke, si riferisce proprio a quel mondo fatto di aspirazioni, sacrifici, talento, esperienze sensoriali che è la cucina, specialmente stellata.
A partire da una vicenda forse narrata in modo troppo spiccio e semplice, il lavoro di John Wells finisce per diventare un gustoso divertissement che, seppur lontano dalle "tre stelle" inseguite dal suo protagonista - un Bradley Cooper nella sua versione da bad guy - e da cose molto più saporite come Soul Kitchen, emoziona, diverte e coinvolge senza perdere un colpo, dai passaggi più drammatici a quelli più leggeri, stuzzicando anche la fame grazie alla danza di alcuni piatti più simili ad opere d'arte che non a portate da pranzo o da cena.
La vita in una cucina, inoltre, come mostrato dal già citato Soul Kitchen o da Ratatouille, soprattutto se si tratta di una cucina stellata, pare l'equivalente di un addestramento nei marines orchestrato dal Sergente Hartman, all'interno del quale si sacrifica tutto, si mangia un sacco di merda e si deve essere disposti a dare il meglio in qualsiasi condizione per poter sperare di avere anche solo una possibilità alla lontana di emergere: una specie di piscina popolata da squali all'interno della quale, nonostante l'appetito, si può cercare soltanto di non essere mangiati, e se di tanto in tanto va bene di guadagnare qualche briciola.
In fondo, dietro l'atto d'amore che secondo me è il cucinare, c'è qualcosa di splendido e crudele ad un tempo: il fatto di poter creare qualcosa che conquisti, stimoli e nutra il tuo prossimo - soprattutto se si tratta di un prossimo che, per un motivo o per un altro, desideri vedere soddisfatto - è una delle cose più fantastiche che esistano, ma allo stesso tempo una delle più terribili, considerato che non ti permette, se non attraverso il piacere altrui, di godere di quello che fai.
In un certo senso, la cucina è una versione alternativa del sesso orale, del momento in cui ti concentri solo ed esclusivamente sul piacere di un'altra persona, e poco importa se per te sarà solo di riflesso.
In un certo senso, il percorso di maturazione e superamento del dolore - e di se stesso - del protagonista interpretato da Bradley Cooper passa proprio da questo: a volte, per poter imparare ed evolvere in prima persona, si deve concedere qualcosa al mondo, agli altri, a quello stesso esterno che permetterà di imparare a migliorarsi, conoscere sapori nuovi e far godere chi abbiamo di fronte di quello che avremo raccolto.
Io adoro imparare almeno quanto insegnare.
E la cucina, il cibo, quell'istintività così simile al sesso, sono un veicolo perfetto.
Il sapore del successo ruota tutto attorno a questo favoloso concetto.
Poi, poco importa che il film sia solo piacevole, e non favoloso.
In fondo, io sono una buonissima forchetta.




MrFord




 

venerdì 14 aprile 2017

Perfect Day (Fernando Leon De Aranoa, Spagna, 2015, 106')




Senza dover tornare con la memoria ai telegiornali, alle canzoni ed alle terrificanti notizie che giungevano da questa parte dell'Adriatico ai tempi del conflitto in seno all'ex-Jugoslavia, i miei ricordi più vividi rispetto a quello che accadde sui Balcani all'inizio degli anni novanta hanno radici più recenti, con la scoperta del cinema di Kusturica - che, in coda al conflitto, realizzò alcuni dei più grandi film di fine Millennio, su tutti il Capolavoro Underground - ed il rapporto di amicizia e professionale che mi legò ad un paio di disegnatori provenienti da quelle zone con i quali lavorai nel mio periodo da sceneggiatore di fumetti, più o meno tra il duemiladue ed il duemilasei.
Uno di loro, Zoran, accanto al quale pubblicai il mio lavoro più "lungo" in termini di pagine per una casa editrice di Novara, Lo Sciacallo Elettronico, originario di Sarajevo e fuggito prima in Svizzera e dunque in Italia all'inizio della guerra, era un personaggio curioso: puntuale allo sfinimento - ricordo le scenate che faceva per i miei ripetuti ritardi agli appuntamenti -, cinefilo accanito, fisicamente ed apparentemente innocuo eppure con una carica quasi violenta dentro da fare spavento, gelosissimo della sorella, grande bevitore almeno per me che, ai tempi, quasi non toccavo alcool.
Proprio questa sera, ricordando i vecchi tempi grazie a questo post, l'ho googlato giusto per capire che cosa stesse combinando, ma non avendo Facebook ho potuto solo constatare che fisicamente non è cambiato, baffi a parte.
Sinceramente, non so se potrebbe apprezzare fino in fondo un film come Perfect Day, senza dubbio un lavoro che, inevitabilmente, essendo frutto di una produzione "straniera" - il regista è quello dell'ottimo I lunedì al sole, ma il cast è assolutamente eterogeneo, tra Europa e USA -, mantiene sul conflitto dei Balcani un'ottica che, probabilmente, i locali e chi l'ha vissuto sulla pelle non potranno mai concepire fino in fondo, e viceversa, eppure, con tutti i suoi limiti, appare funzionale e quantomeno non eccessivo nel raccontare una guerra da un punto di vista - quello degli operatori umanitari - per l'appunto "internazionale" e da stranieri ma non per questo non coinvolto da quanto accadeva ai tempi nelle città ed in provincia nelle zone più calde della fu Jugoslavia.
L'alternarsi di momenti grotteschi e quasi comici - il rapporto "sentimentale" tra Del Toro e la Kurylenko - ed altri assolutamente drammatici - la visita alla casa del piccolo Nikola -, culminati con un finale legato da un lato alla "sconfitta" degli operatori e dall'altro alla rivincita della Natura e del caso rispetto ai civili vere vittime di conflitti come quello che percorse l'ex-Jugoslavia, funziona e coinvolge pur mantenendosi su livelli discreti di artigianato cinematografico, consegnando all'audience un prodotto che non rivoluzionerà o sarà destinato all'eterna memoria ma che riesce a rendersi umano proprio nel suo essere piccolo e vissuto.
Guardandolo, nel corso di un sabato pomeriggio travolto dalle sessioni di gioco con entrambi i Fordini, e godendomelo almeno in parte, ho ripensato con piacere al fatto che Zoran ce l'abbia fatta a scamparla, ed a quanto si sarebbe lamentato di questo titolo, così come quanto mi sarebbe piaciuto provocarlo fino a farlo arrivare al limite - ricordo quando, una volta, dopo averlo stuzzicato a dovere rispetto al suo idolo Tarantino, minacciò di spaccarmi un boccale di birra in faccia -.
Ed è bello sapere che, qualche volta, anche nel peggiore dei momenti, possa arrivare un "perfect day" a regalare un pò di speranza.




MrFord




giovedì 13 aprile 2017

Thursday's child







E finalmente, dopo quasi un mese di poco o nulla, si avvicina un fine settimana che promette scintille in sala, almeno per quanto riguarda il sottoscritto e l'hype per il nuovo capitolo di uno dei brand più fordiani al momento in circolazione, Fast and Furious.
La speranza è che, con il ritorno di Vin Diesel e soci, torni a ravvivarsi la rivalità spentissima tra il sottoscritto e Cannibal Kid.


"E così quelli sono Ford e Cannibal: chissà cosa accadrebbe se si scambiassero loro i corpi!?"


Fast & Furious 8

"A Cannibal potrebbe piacere questo film? Cos'è, uno scherzo!?"

Cannibal dice: Saga automobilistica iniziata come cannibale e poi diventata sempre più una fordianata action trash, ma avendo già visto tutti gli altri episodi non mi perderò nemmeno questo. Sebbene le quasi 3 ore di durata mi sembrino un pochino esagerate. Soprattutto per un film che dovrebbe essere fast...
Ford dice: curioso quanto una saga nata sotto una cattivissima stella molto cannibalesca sia divenuta, capitolo dopo capitolo, il volto dell'action trash più figo del Nuovo Millennio fordiano, complici inserimenti di lusso - Statham e The Rock - ed un livello di tamarraggine elevatissimo.
Inutile dire che dalla visione del trailer sono esaltatissimo, e l'hype è a mille. Speriamo bene.

 

Moglie e marito

"Forse lo scambio di corpi tra Ford e Cannibal è troppo eccessivo perfino per un horror."

Cannibal dice: Commedia italiana sullo scambio di corpi che fa molto commedia americana alla Freaky Friday/Tale padre tale figlio, con in più due validi protagonisti come Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak: direi che una visione ci sta tutta. Sperando che non mi capiti mai di scambiare il corpo con Mr. Ford.
Ford dice: le commedie sullo scambio di corpo sono da sempre piuttosto divertenti. Riuscirà ad esserlo anche un prodotto italiano, almeno per gli occupanti del Saloon? Sinceramente, spero di sì. Anche se non ho troppa fiducia.

 

Lasciati andare

"Mi sa tanto che la prossima volta che Ford mi invita fuori a bere farò meglio a declinare."

Cannibal dice: Toni Servillo in un film non diretto da Paolo Sorrentino e che per di più è una commedia? Questa sì che è una cosa inaspettata. Quasi come se Ford si perdesse un Wrestlemania.
Ford dice: Servillo senza Sorrentino ed impegnato in una commedia? Questa storia pare più strana di Cannibal che si guarda Wrestlemania.

 

Personal Shopper

"Sarò abbastanza sobria per uscire a bere con Ford!?"

Cannibal dice: La nuova collaborazione di Olivier Assayas con l'ormai sempre più indie Kristen Stewart promette assai bene, dopo il notevole Sils Maria. Sembra inoltre uno di quei film senza senso e sperimentali che Ford non capirà mai...
Ford dice: Assayas è un regista molto interessante, e che mi è sempre piaciuto, nonostante mi sia perso - almeno per il momento - Sils Maria. Che sia giunto il tempo del recupero per veicolare questa nuova visione e scoprirmi purtroppo di nuovo d'accordo con il mio rivale?

 

Planetarium

"Fuma, fuma: è l'unico modo per sopportare che Cannibal venga a fare il bagno con noi."

Cannibal dice: Singolare pellicola su due (finte?) spiritiste interpretate da Natalie Portman e Lily-Rose Depp, a Venezia non è che avesse scatenato particolari entusiasmi. Però le sue due protagoniste e il suo alone radical-chic capace di tenere lontano Ford lo rendono comunque una visione da affrontare.


Ford dice: cannibalata selvaggia che, nonostante il periodo di incredibile non belligeranza tra noi non me la sento proprio di affrontare. Anche perché, dovesse piacermi questo, la situazione prenderebbe una piega ancora più brutta di quanto già non abbia fatto in questi mesi.

 

Mal di pietra

"E così alla fine Ford non ha resistito, e ha fatto secco Cannibal. Poveretto."

Cannibal dice: Altro film promettente più che altro per la sua protagonista femminile, la (quasi) sempre ottima Marion Cotillard. Peccato che l'ambientazione agricolo/fordiana non mi esalti molto...
Ford dice: film incognita della settimana. Fordianata d'autore o cannibalata da evitare? Sperando che non combacino, inizia la caccia per sperare di recuperarlo.

 

Mothers

E pensare che, un tempo, era un highlander.

Cannibal dice: Film con Remo Girone e... Christopher Lambert?!? Ma questo giusto Ford se lo può guardare.
Ford dice: Remo Girone e Christopher Lambert. E purtroppo non siamo più negli anni ottanta. E non si tratta di un action.

 
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