lunedì 29 febbraio 2016

Intervista a Klaverna

La trama (con parole mie): come consuetudine quando qui al Saloon viene presentato il lavoro di un giovane autore, diamo spazio alla "voce" dell'autore stesso grazie ad un'intervista che racconti qualche retroscena sulla realizzazione del film recensito e sul percorso umano e cinematografico dell'uomo dietro la macchina da presa.
Ecco dunque sedersi al bancone la firma di Paese per nessuno, Klaverna.








Ford: Ciao Klaverna, e benvenuto al Saloon. E' consuetudine, da queste parti, iniziare con una domanda rigorosamente alcolica: quali sono i tuoi drinks preferiti? Cosa ti andrebbe di ordinare potendo riprendere fiato al bancone di questo luogo di Frontiera?
Klaverna: Ciao James, vorrei bermi un doppio whisky scozzese e se possibile proveniente dalle Ebridi o dalle Orcadi.

F: Archiviate le fondamentali questioni alcoliche, ecco una domanda clamorosamente convenzionale: parlaci di te, del percorso che hai compiuto per giungere a Paese per nessuno, di come è nata la passione per il Cinema e anche di questo nome d'arte che ho trovato curioso fin dalla prima volta.
K: La passione è antica… Riverberano ancora nella volta cranica le luci dei primi film che ho visto… I veri pionieri del mio immaginario (mi rivedo bambino in una grande sala al buio, un fascio di luce da un foro e  il suono meccanico del proiettore… Gli occhi puntati avanti e di fianco la presenza confortante di mio padre che profuma di tabacco).
KLAVERNA è il mio alias artistico, prima musicale poi anche registico;  il nome proviene da “American Tabloid”, un romanzo di James Ellroy (si vede per un attimo una sua foto in cornice nel film).
Per creare Paese per nessuno sono stato mosso dall'incrollabile convinzione di volerlo portare a termine, l’essenziale è crederci!… Chiaramente si attraversano paesaggi-passaggi (interiori) problematici e a volte anche disperanti, ma devono restare intimi e devono durare poco… I problemi vanno risolti (meglio spostati) uno dopo l’altro… Il fine è finire il film! 
Nel concreto ho cercato una piccola storia che potessi filmare con zero budget, una storia intima ma universale e contemporanea che potesse prescindere anche dai testi, in cui le immagini e le loro suggestioni potessero portare da sole il film stesso.

F: Altra domanda di rito, considerata la tua appartenenza al Cinema di nicchia italiano lontano dalla grande distribuzione: riesci a campare con la macchina da presa, o sei costretto a ripiegare su lavori "normali" come tutti noi comuni mortali?
K: Sono al primo film e  per me il Cinema non è un lavoro… E' una forma di miglioramento…
Una terapia di matrice ossessiva,  fondamentalmente  è un modo di guardare la realtà e di viverla… Anche quando non filmo e sto “solo” vivendo, ecco anche allora sto facendo “solo” Cinema.

F: La gestazione di un'opera non è mai - o quasi - lineare ed immediata: raccontaci la genesi di Paese per nessuno, la sua evoluzione e realizzazione, magari impreziosendo il tutto con qualche aneddoto curioso.
K: Non penso mai lo scritto (leggi sceneggiatura) come qualcosa di intoccabile, ma piuttosto come qualcosa da cui poter divergere… Si deve voler rispettare il caso che poi è anche il caos…
Prima e durante le riprese è buona norma assicurarsi che i venti sconosciuti possano permeare l’aria del set…
Nel concreto di PPN, poco prima di iniziare le riprese, la persona a cui avevo affidato un ruolo importante nella seconda parte del film (nella casa a picco sulla frana), si era reso irreperibile, tanto da spingermi a cercare un sostituto: ecco! La persona che ho incontrato per la sostituzione, è poi diventato il fratello del primo attore (che poi si è reso disponibile) nel film!
Di fatto la seconda parte del film e la storia del (non) rapporto tra i due fratelli è stata creata grazie alla problematica generata dall’interprete che si era reso irreperibile!


F: Ho visto Paese per nessuno esattamente ad un anno di distanza - e senza pensare alla coincidenza - dal suicidio di uno dei miei migliori amici: come vivi il rapporto con il concetto, e cosa ti ha spinto ad analizzarlo attraverso la figura del tuo protagonista?
K: La società è la più grande fabbrica di suicidi al mondo… 
La famiglia spesso è il luogo dove si sperimentano le solitudini e le incomprensioni più laceranti per l’io… Credo che poi ci possa essere sempre una propria via, una propria possibilità di vivere o di saper superare gli ostacoli… C’è poi chi vuole consciamente la propria fine e la scelta è definitiva... 
La depressione è in costante crescita (“la crisi è nei cervelli”)… Non ci sono taumaturghi…
Scagliati nella fossa i demiurghi… I problemi sono per chi resta comunque. 
Nel film “il suicidio” è sicuramente il motore della storia, ma ancora di più mi interessa posare lo sguardo sulla solitudine e vedere come questa agisce deformando azioni e personalità.

F: Come gestisci il rapporto con gli attori ed i tecnici? C'è una fase della realizzazione che non sopporti, o una che, invece, ti fa sentire come a casa?
K: Quando sono sul set sto sempre bene, anche se persone e cose da gestire non sono facili… Anzi… Fare un film realmente indipendente è un'impresa titanica, è proprio come tentare di portare una barca sopra una montagna… Ogni fase va supportata e sopportata con rigore e convinzione totali…
Io filmo con una troupe inesistente… Ci sono solo io e gli interpreti, sicuramente perché ho zero budget, ma anche perché questa condizione di povertà mi aiuta a creare una situazione protetta ed intima con gli attori che ricerco alla prima esperienza.

F: Senza spoilerare selvaggiamente il destino di Jacopo nel corso della pellicola, per te il bicchiere rispetto alla vita è mezzo pieno o mezzo vuoto?
K: A parte Jacopo e la sua parabola… Il bicchiere è sempre mezzo vuoto per me, proprio perché questo cosmico-comico bicchiere lo dobbiamo voler riempire in continuazione e senza sosta… Se si è capaci e se si è conformato il giusto spazio, c’è sempre “ l’inatteso”  pronto a tuffarsi nel bicchiere …

F: La domanda di chiusura è un altro rito delle interviste al Saloon: scegli un film italiano, uno straniero ed uno che associ idealmente a Paese per nessuno che porteresti su un'isola deserta salvandoli dall'Apocalisse. 
K: In ordine:  “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, “Workingman’s Death” di Michael Glawogger, “ Last Days” di Gus Van Sant.

E ringraziando Klaverna anche per essere il primo tra gli intervistati del Saloon a centrare tutti e tre i titoli scelti incontrando anche i gusti del sottoscritto, alziamo i calici al nostro ospite ed al suo Paese per nessuno.


MrFord

Paese per nessuno

Regia: Klaverna
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata: 98' 






La trama (con parole mie): siamo a Parma, in Emilia, e Jacopo, giovane che ha da poco perso il padre, pare vivere in una bolla che lo fa sentire lontano dalla madre e dalla realtà locale, sconvolta da una serie di misteriosi suicidi compiuti da ragazzi e ragazze dell'età dello stesso Jacopo. 
Trovata una scusa per abbandonare la casa e la madre ed affrontata una lunga discussione con una vicina che pare comprendere il ragazzo più di quanto non possa lui stesso pensare, Jacopo vaga fino a perdersi in ricordi e frammenti di realtà che lo vedono molto più coinvolto di quanto non ammetta proprio nella serie di suicidi: riuscirà Jacopo a trovare una via d'uscita ed un modo per tornare a casa e nella sua realtà, o verrà anch'egli inghiottito da questa sorta di caotico nulla generazionale?











Uno dei piaceri più grandi ricevuti in cambio dalla volontà di aprire un blog è stato, senza dubbio, quello di poter condividere e scambiare opinioni con altri appassionati di Cinema, oltre che di scoprire titoli magari mal distribuiti - o non distribuiti affatto - da queste parti che, altrimenti, non avrei avuto la possibilità di recuperare se non per caso.
Un altro, forse anche più grande, è stato quello di essere contattato da giovani registi alla ricerca di un posto al sole nel panorama della settima arte italiana, pronto a solleticare l'ambizione del sottoscritto di avere abbastanza materiale e contatti, un giorno, per costruire una rubrica settimanale destinata alla scoperta di piccole realtà e fermenti artistici che non trovano - almeno per il momento, spero per i loro autori - spazio nella grande distribuzione.
L'ultimo giunto ad arricchire le fila di questa interessante schiera è Klaverna, che direttamente dalla terra delle mie origini, l'Emilia Romagna, è giunto al Saloon finendo per colpirmi con un'opera molto interessante e tecnicamente notevole, illuminata da un'apertura che mi ha lasciato a bocca aperta - splendido l'utilizzo del drone per riprese che, al contrario, ricordano i classici dolly - e da tematiche sempre profonde, come quella legata ai dolori della crescita, alle contraddizioni che finiscono per travolgerci nel corso dell'adolescenza e ad una scelta estrema come può essere quella del suicidio.
Klaverna, che mostra la mano salda di chi mastica Cinema da parecchio, è bravo nel portare sullo schermo una vicenda torbida, a tratti quasi lynchiana - si veda il lungo dialogo con la vicina, forse il momento migliore della pellicola -, e a raccontarla con perizia notevole: di fatto, l'unico neo di questo Paese per nessuno sta nell'essere arrivato da queste parti molti anni dopo il mio periodo di cinefilo molto radical, quando ormai l'età ed un approccio pane e salame hanno finito per smussare molti degli angoli dei tempi andati, e per rendere, di fatto, più difficili da digerire lavori fin troppo intenti a scavare nello spettatore e in loro stessi.
Paradossalmente, un lavoro come quello di Klaverna potrebbe invece colpire molto il mio rivale Cannibal Kid, considerato che, nonostante l'età del suo regista - classe settantatre - riesce ad essere instabile ed energico come solo prima dei vent'anni possiamo essere, pregi e difetti del caso compresi.
Dunque, alternando momenti a mio parere fin troppo "sospesi" - l'attesa fuori dal bagno di Jacopo con la scoperta delle fotografie messe a bollire nella pentola - ad altri decisamente efficaci - l'utilizzo della cartina geografica italiana come una maschera, le critiche certo non velate alle magagne del Nostro Paese -, Klaverna regala una visione senza dubbio interessante e meritevole, anche se un pò troppo "d'essai" per i gusti ormai molto rustici del sottoscritto: resta la speranza che, un giorno non lontano, giovani talenti come lui possano trovare uno spazio anche mirato all'interno dei meccanismi della distribuzione in sala.




MrFord




P. S. Per chiunque volesse visionare Paese per nessuno, lascio con il beneplacito dell'autore la mail per contattare direttamente Klaverna, klaverna@libero.it
Non mi dispiacerebbe, in questo senso, essere il primo di una serie di blogger pronti a recensire il suo lavoro.




"A un diciottenne alcolizzato 
versò da bere ancora un poco 
e mentre quello lo guardava 
lui disse "Amico ci scommetto stai per dirmi 
adesso è ora che io vada" 
l'alcolizzato lo capì 
non disse niente e lo seguì 
sulla sua cattiva strada."
Fabrizio De Andrè - "La cattiva strada" - 





domenica 28 febbraio 2016

Road to the Oscars 2016: Academy VS Ford

La trama (con parole mie): questa notte avrà luogo l'appuntamento per eccellenza della settima arte di ogni anno, l'assegnazione degli Oscar. Nonostante, infatti, l'indubbio fascino dei grandi Festival ed un'originalità sempre lasciata un pò da parte, il rendez vous con l'Academy resta uno degli eventi più importanti che un appassionato di Cinema possa vivere stagione dopo stagione, e come ogni anno anche il Saloon si prepara ad accogliere la cerimonia con lo scontro tra quelle che, probabilmente, saranno le scelte dell'Academy e quelle che sarebbero se fosse il vecchio cowboy a distribuire le ambite statuette.
Andrà meglio, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, dello scorso anno, con l'affermazione fin troppo netta del sopravvalutato Birdman? O questo giro di giostra riserverà un altro boccone amaro?
Tra qualche ora avremo tutte le risposte.





Miglior film:

La grande scommessa
Brooklyn
Il ponte delle spie
Mad Max - Fury Road
The Martian - Sopravvissuto
The Revenant
Room
Il caso Spotlight


Academy: The Revenant

Ford: Mad Max - Fury Road


Come lo scorso anno, arrivo ben preparato rispetto alla selezione delle nominations per il miglior film, avendo visto tutti i titoli candidati.
In tutta onestà, mi pare assurdo che titoli come Sicario, The Hateful Eight o Inside out - ma anche Carol, a dirla tutta - siano stati clamorosamente snobbati, ma tant'è: con ogni probabilità vedremo un nuovo successo di Inarritu, anche se la mia preferenza è tutta per il magnifico e tiratissimo Mad Max di Miller.
Non mi dispiacerebbe, in caso di sorprese, comunque, se la statuetta andasse al piccolo, grande Room.



Miglior attore protagonista:

Bryan Cranston per L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo
Matt Damon per The Martian - Sopravvissuto
Leonardo Di Caprio per The Revenant
Michael Fassbender per Steve Jobs
Eddie Redmayne per The Danish Girl


Academy: Leonardo Di Caprio
Ford: Bryan Cranston



Pare che sia giunto, finalmente, l'anno di Leonardo Di Caprio, per stagioni e stagioni messo ai margini dall'Academy: curioso che, in caso, la vittoria sia legata alla pellicola che meno, secondo me, ha mostrato il suo eccezionale talento negli ultimi anni.
Paradossalmente, per il buon Leo si prospetta un destino simile a quello di uno dei registi che più hanno creduto in lui, Martin Scorsese, che fu premiato con l'ambita statuetta per The Departed, lontano anni luce dai suoi titoli più riusciti.
Ad ogni modo, qui al Saloon si tiferà spudoratamente per Bryan Cranston, spettacolare in Trumbo, anche se trovo ingiusto non sia stato neppure candidato il piccolo, strepitoso Jacob Tremblay di Room.



Migliore attrice protagonista:

Cate Blanchett per Carol
Brie Larson per Room
Jennifer Lawrence per Joy
Charlotte Rampling per 45 anni
Saoirse Ronan per Brooklyn


Academy: Jennifer Lawrence

Ford: Brie Larson


Una lotta decisamente interessante, quella per la statuetta di migliore attrice, anche se meno rispetto a quella per lo stesso premio della categoria maschile: la favorita, a mio parere, resta Jennifer Lawrence, nuovo idolo dell'Academy, ma non mi stupirei - e non mi dispiacerebbe - venisse premiata Brie Larson, ottima in Room pur se meno impressionante del suo piccolo partner di scena.



Miglior attore non protagonista:

Christian Bale per La grande scommessa
Tom Hardy per The Revenant
Mark Ruffalo per Il caso Spotlight
Mark Rylance per Il ponte delle spie
Sylvester Stallone per Creed


Academy: Mark Rylance
Ford: Sylvester Stallone



Il premio che attendo di più dell'intera serata.
La concorrenza è notevole e per la maggior parte composta da attori maiuscoli - su tutti, Bale e Hardy -, ma sapete bene come la penso: se Sly dovesse bissare il successo dei Globes, per il Saloon sarebbe Festa Nazionale, nonchè una delle più grandi soddisfazioni legate alla Notte degli Oscar di sempre.
Dunque, considerata l'Academy, già mi preparo alla delusione.



Miglior attrice non protagonista:

Jennifer Jason Leigh per The Hateful Eight
Rooney Mara per Carol
Rachel McAdams per Il caso Spotlight
Alicia Vikander per The Danish girl
Kate Winslet per Steve Jobs


Academy: Alicia Vikander
Ford: Jennifer Jason Leigh


Oscar prenotato per l'ottima Alicia Vikander di The Danish Girl, anche se, non fosse altro che per un contentino, personalmente premierei Jennifer Jason Leigh, strepitosa nell'altrettanto strepitoso The Hateful Eight.



Miglior regia:

Adam McKay per La grande scommessa
George Miller per Mad Max - Fury Road
Alejandro Gonzales Inarritu per The Revenant
Lenny Abrahamson per Room
Tom McCarthy per Il caso Spotlight


Academy: Alejandro Gonzales Inarritu
Ford: : George Miller


Altro giro, altro regalo per Inarritu, che per il secondo anno consecutivo incasserà i premi principali e che, nonostante l'indubbia bravura a livello tecnico e la soddisfazione ricevuta dalla visione di The Revenant continuerà sempre e comunque a sembrarmi solo un gran furbone.
Miller, dunque, tutta la vita. Sempre a meno che non mi sorprendano con Abrahamson.



Miglior sceneggiatura originale:

Il ponte delle spie
Ex machina
Inside out
Il caso Spotlight
Straight outta Compton

Academy: Il caso Spotlight
Ford: Inside out


L'assenza di Tarantino si fa sentire nella categoria della miglior sceneggiatura originale, che a questo punto vede a mio parere favorito Il caso Spotlight - il che è un bene - ma che, allo stesso tempo, dalle mie parti vedrebbe alla grande come premiato lo splendido Inside out.



Miglior sceneggiatura non originale:

La grande scommessa
Brooklyn
Carol
The Martian - Sopravvissuto
Room


Academy: La grande scommessa
Ford: Room


Il lavoro fatto su La grande scommessa, grande favorito per questa statuetta, è stato senza dubbio notevole, ma l'operazione svolta su Room, scritto e diretto ad altezza e a favore di bambino, per me vale una vittoria piena e convincente.



Miglior film d'animazione:

Anomalisa
Il bambino che scoprì il mondo
Inside out
Shaun the sheep - Il film
Quando c'era Marnie


Academy: Inside out
Ford: Inside out


Charlie Kaufman con il suo Anomalisa ha davvero creato una gran cosa, Shaun the sheep mi è sempre stata simpatica, Quando c'era Marnie è una visione imperfetta ma coinvolgente, ma mi spiace, in questa categoria, per me, quest'anno non c'è gara.
Inside out è troppo per tutti.



Miglior film straniero:

El abrazo de la serpente
Krigen
Il figlio di Saul
Mustang
Theeb


Academy: Il figlio di Saul
Ford: El abrazo de la serpente


A differenza delle ultime edizioni, a questo giro giungo molto impreparato rispetto alla selezione del miglior film in lingua straniera, avendo visto soltanto l'interessante Mustang.
Personalmente, da quello che ho letto degli altri quattro candidati, vado a scatola chiusa sul colombiano El abrazo de la serpente, sperando di poter recuperare comunque tutti i titoli in tempi non simili a quelli della produzione italiana.
Per quanto riguarda l'Academy, invece, Il figlio di Saul più che favorito.



Miglior fotografia:

Carol
The Hateful Eight
Mad Max - Fury Road
The Revenant
Sicario


Academy: The Revenant
Ford: The Revenant


Con i premi tecnici inizia la battaglia tra The Revenant e il resto del mondo, con il primo favorito.
Rispetto alla fotografia, benchè siano stati fatti ottimi lavori su tutti i candidati, non c'è gara: Lubezki ha letteralmente sbaragliato ogni concorrente.



Miglior montaggio:

La grande scommessa
Mad Max - Fury Road
The Revenant
Il caso Spotlight
Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza


Academy: The Revenant
Ford: Mad Max - Fury Road


Altro Oscar tecnico, ed altra probabile vittoria - che comunque ci starebbe - di The Revenant, anche se preferirei un riconoscimento al lavoro pazzesco fatto dalla squadra di Miller su Mad Max.
Ad ogni modo, sarà una gran bella lotta.



Miglior production design:

Il ponte delle spie
The Danish girl
Mad Max - Fury Road
The Martian - Sopravvissuto
The Revenant


Academy: The Revenant
Ford: Mad Max - Fury Road


Situazione fotocopia di quella legata al montaggio: The Revenant favorito, Mad Max outsider di lusso. Del resto, saranno i titoli che si spartiranno, salvo particolari sorprese che l'Academy di norma non predilige, la maggior parte dei premi.



Migliori costumi:

Carol
Cenerentola
The Danish girl
Mad Max - Fury Road
The Revenant


Academy: Carol
Ford: Mad Max - Fury Road


Carol e The Danish girl sono una meraviglia dal punto di vista dell'estetica e della cura del dettaglio, dunque sulla carta saranno i due favoriti principali per questa categoria: eppure, il look punk post-atomico dei pirati del deserto di Mad Max, per me, non ha rivali.



Miglior trucco e acconciature:

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve
Mad Max - Fury Road
The Revenant


Academy: Mad Max - Fury Road
Ford: Mad Max - Fury Road


Premio minore nonchè una delle statuette della quali meno mi frega.
Se dovesse andare a Mad Max, sarà comunque un Oscar in meno per Inarritu e soci. E ciò è bene.



Miglior colonna sonora originale:

Il ponte delle spie
Carol
The Eightful Eight
Sicario
Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza


Academy: The Eightful Eight
Ford: The Eightful Eight


L'unica speranza di Tarantino di uscire con un riconoscimento dalla Notte degli Oscar si chiama Morricone, un vero e proprio mostro sacro apprezzato parecchio anche dall'Academy.
In questo caso, dunque, potrebbe verificarsi un'inconsueta sovrapposizione tra quello che deciderei io, e quella che sarà la scelta dei giurati.



Miglior canzone:

50 sfumature di grigio
The hunting ground
Racing extinction
Spectre
Youth



Academy: Spectre
Ford: Youth



Le scelte conservatrici dell'Academy ricadranno probabilmente sulla bolsissima theme song dell'ultimo Bond in una categoria che, quest'anno, non ha riservato grandi cose.
Non fosse altro che per vederlo almeno in questo riconosciuto, scelgo Youth, ed incrocio le dita che non sorprenda 50 sfumature di grigio.



Miglior mixaggio sonoro:

Il ponte delle spie
The Martian - Sopravvissuto
Mad Max - Fury Road
The Revenant
Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza


Academy: Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza
Ford: Mad Max - Fury Road


Entrando nel campo molto tecnico del montaggio e del mixaggio sonoro brancolo discretamente nel buio, tanto che non mi stupirei della vittoria o dell'esclusione di alcuno dei titoli candidati.
Ho segnalato come probabile vincitore Star Wars, ma non è detto che venga riconosciuto almeno in questa categoria The Martian, tra le sorprese - in termini di numero di nominations - di questa edizione.



Miglior montaggio sonoro:

Mad Max - Fury Road
The Martian - Sopravvissuto
The Revenant
Sicario
Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza


Academy: Star Wars VII - Il risveglio della forza
Ford: Mad Max - Fury Road


Il commento scritto poco sopra, praticamente, vale per due.
Del resto, siamo nello stesso campo da gioco.



Migliori effetti visivi:

Ex Machina
Mad Max - Fury Road
The Martian - Sopravvissuto
The Revenant
Star Wars Episodio VII - Il risveglio della forza


Academy: The Revenant
Ford: The Revenant


Se c'è un premio che The Revenant merita, oltre a quello di migliore fotografia, tra tutti quelli per i quali è nominato, è senza dubbio quello per gli effetti visivi: l'assalto dell'orso a Di Caprio resterà a lungo negli occhi degli appassionati, e da solo vale una statuetta oggettivamente meritatissima.



Miglior documentario:

Amy
Cartel Land
The look of silence
What happened, Miss Simone?
Winter on fire: Ukraine's fight for freedom


Academy: Cartel Land
Ford: The look of silence


Anche rispetto al miglior documentario giungo piuttosto impreparato, considerato che ho potuto vedere soltanto The look of silence, fino ad ora: mentre conto di recuperare assolutamente sia Cartel Land - che a mio parere la spunterà, considerata l'attualità della questione del confine USA/Messico - che Amy, il lavoro di Oppenheimer resta la migliore soluzione per questo premio.
Un film dolente, agghiacciante, terribile, degno erede del suo predecessore The act of killing.



Chiudo con le nominations legate ai corti, come di consueto difficilmente reperibili e dunque, di fatto, ingiudicabili ed impronosticabili, per dovere di completezza.
Non mi resta, con questo, di augurare a tutti i bevitori presenti al Saloon la miglior notte degli Oscar possibile, in attesa, tra lunedì e martedì, di rivedere i risultati, i vincitori ed i vinti dell'appuntamento cinematografico più importante dell'anno.



Miglior corto documentario:

Body Team 12
War within the walls
Claude Lanzmann: spectres of the Shoah
A girl in the river - The price of forgiveness
Last day of freedom

Miglior corto animato:

Historia de un oso
Mi ne mozhem zhit bez kosmosa
Prologue
Sanjay's super team
World of tomorrow

Miglior corto (live action): 

Ave Maria
Day One
Alles wird gut
Shok
Stutterer

sabato 27 febbraio 2016

Chuck - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 13








La trama (con parole mie): dopo anni passati - volontariamente o no - non solo come agente della CIA, ma come contenitore dell'Intersect, Chuck si ritrova con una propria agenzia di sicurezza da gestire - come sempre coperta dal Buy More -, sposato con Sarah e soprattutto privo dei "poteri" che lo stesso Intersect gli garantiva. Il suo migliore amico Morgan, nuovo ricettacolo del software, pare dunque farsi travolgere dalle capacità che lo stesso fornisce, almeno fino a quando Chuck, Sarah e Casey non scoprono che, in realtà, dietro questa nuova versione dell'Intersect c'è un vecchio agente rinnegato che intende vendicarsi del gruppo di amici spie a tutti i costi, lottando per portare via al novello sposo tutto quello che ha.
Ci riuscirà? E riuscirà Chuck ad affrontare le nuove minacce che si prospettano all'orizzonte contando solo sulle sue abilità da nerd e sul suo cuore?











Suona davvero strano, salutare un compagno di viaggio di casa Ford come Chuck.
Non è, infatti, certo la prima volta che da queste parti si alza il bicchiere in onore di una serie tv portata a termine, eppure, per la prima volta - fatta eccezione, forse, per True Blood -, non si tratta di un titolo cult, o che sia riuscito a sconvolgere gli occupanti del Saloon grazie ad episodi indimenticabili o qualità eccelsa, bensì di una sana proposta di sano intrattenimento che ha fatto parte della nostra vita nei momenti di pranzi e cene fin dai tempi in cui con Julez  eravamo ai primi mesi di convivenza nel nostro indimenticabile appartamento da quasi artisti in centro a Milano al presente con il Fordino pronto a chiedere "Stasera c'è Chuck?", legandoci inevitabilmente ai suoi protagonisti e lasciando per questo addio il sapore dolceamaro da fine delle vacanze al quale non si può scampare.
Dunque, seppur limitando il tutto al divertimento puro e semplice senza alcuna pretesa alta, è con grande partecipazione ed affetto che abbiamo accompagnato Chuck - maturato enormemente dai suoi esordi da nerd senza speranza -, Morgan - curioso vederlo nelle vesti di quasi bad guy negli episodi che l'hanno visto preda del fascino maligno dell'Intersect -, Sarah, Casey - che resterà il mio favorito assoluto della serie -, Ellie e Fenomeno, e perfino i sempre pessimi Lester e Jeff - che, nella sua versione "sobria", ha vissuto una vera e propria rivitalizzazione del charachter in quest'ultima stagione - alla fine del loro viaggio televisivo, godendoci gli scontri, i nuovi casi, le partecipazioni eccellenti - divertentissime le comparsate di Stan Lee e Bo Derek - ed il crescendo che ha portato ad un nuovo capitolo nelle vite di tutti i personaggi e del protagonista, pronti a salutare una serie che, comunque, già da un paio di stagioni mostrava il fianco e non avrebbe retto altre annate senza risultare ripetitiva.
Dunque ci siamo goduti quest'ultima carrellata insieme alle follie di Jeff e Lester, i grugniti di Casey, l'evoluzione del rapporto tra Chuck e Sarah, le sempre numerose citazioni - da Star Wars a Die Hard, passando per i fumetti e i videogiochi -, pensando a quanto, nel frattempo, siamo cambiati anche noi: nel duemilasette, agli esordi di questo titolo, con Julez eravamo reduci da un anno molto wild per entrambi, non sapevamo cosa sarebbe stato del nostro futuro e, non ancora trentenni, costruivamo le cose giorno per giorno: ora cominciano ad avvicinarsi i quaranta, stiamo per diventare genitori per la seconda volta, tante prospettive sono cambiate ma, di fatto, l'entusiasmo per la vita è rimasto lo stesso.
Anche perchè, Intersect o no, in fondo siamo noi a rendere emozionanti i giorni e le avventure cui andiamo incontro, e speciali i legami che ci porteremo dentro anche quando faranno parte del passato: e Chuck è stato un ottimo esempio di questo tipo di emozioni e di esperienze, pur se veicolato da un piglio da fumettone per adolescenti nerd e più risate che lacrime o grandi scossoni.
Ma il bello, spesso, è proprio questo: guardare qualcosa che ci fa sentire bene, nella nostra zona di confort, come una coperta o un paio di ciabatte comode.
O come Chuck.





MrFord





"I was always the one behind 
you would run up and keep me in line 
I looked up to you damn this hurts 
all these years of discipline 
just to end up here at the end 
can you tell me what I've learned 
what I've learned."

N.E.R.D. - "Stay together" - 







venerdì 26 febbraio 2016

Heist

Regia: Scott Mann
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
93'







La trama (con parole mie): Vaughn è un outsider del mondo del crimine, ex promessa di un boss proprietario di un casinò in procinto di ritirarsi costretto dalla malattia che con la malattia deve fare i conti, perchè il cancro si sta portando via sua figlia.
Quando viene avvicinato da Cox, infiltratosi nel suo stesso casinò per progettare un colpo, inizialmente rifiuta, cercando di ottenere dal grande capo i soldi necessari per coprire i costi dell'operazione della piccola: vedendosi rifiutare malamente il favore, Vaughn decide di accettare la proposta e gettarsi a capofitto in un'impresa che rispolvererà il suo passato militare e lo vedrà rischiare il tutto e per tutto pur di salvare la persona che conta di più nella sua vita.
Ma anche in un piano perfetto si rischia l'inghippo, e dunque Vaughn, Cox ed i loro due complici finiranno per dover improvvisare per portare a casa la pelle ed il bottino: riusciranno nella loro impresa, o dovranno soccombere alla morsa delle forze dell'ordine e del "padrino" Pope, che pare avere occhi e uomini ovunque?








Non riesco davvero mai a resistere, alla tentazione di concedermi ad un film d'azione.
Non importa che non siano più gli anni ottanta, gli interpreti dei tempi d'oro siano ormai, purtroppo, solo un ricordo e tutto viva, di fatto, come avvolto in un'atmosfera di attesa di qualcosa di nuovo che, purtroppo, raramente arriva a stupire.
Dunque, quando ho incrociato il cammino di Heist, non ho davvero saputo resistere: rapine, tensione, minutaggio perfetto per il genere, il buon vecchio Batista e Gina Carano - anche se, questo devo proprio rimproverarlo a Scott Mann, sarebbero stati da spremere decisamente di più dal punto di vista fisico -, una parte affidata al fu Zach di Bayside School - secondo giro di amarcord -, il discreto Jeffrey Dean Morgan come protagonista, il vecchio leone De Niro - anche se, ormai, è ben lontano dall'essere una garanzia di qualità -, il classico tema del riscatto unito al crimine ed una buona dose di riflessioni sul rapporto tra padri e figli.
In poche parole, un passaggio obbligato per il vecchio cowboy.
Sinceramente, non mi aspettavo nulla, da questo Heist, se non il classico film da riempimento di serata buono per gli infrasettimanali resi più pesanti dalle sveglie alle sei con allenamento prima del lavoro, e devo dire che, a parte una certa consistente mancanza in termini di botte ed esplosioni - con Batista e Gina Carano, per l'appunto, nel cast, occorre che si ci applichi in questo senso quasi per contratto - il risultato è stato onestamente raggiunto nonostante un plot ed una sceneggiatura assolutamente derivativi ed elementari - il twist principale è facilmente individuabile fin dalle prime sequenze - ed una serie di elementi che ricordano, senza ovviamente poterli replicare, cult degli anni ottanta e novanta come Speed - palesemente citato ed imitato grazie allo sfruttamento del bus -, conditi da qualche strizzata d'occhio al cultissimo firmato da Spike Lee, Inside Man.
Per tutti coloro per i quali, come il sottoscritto, il genere ha un significato non solo legato ai ricordi ma resta sempre un divertissement o un guilty pleasure, comunque, Heist - che non credo verrà mai distribuito in Italia, se non in home video - finisce per risultare una visione quasi doverosa, considerata la penuria di produzioni valide - almeno in Occidente - per quanto riguarda i film di botte e spari: non che ci si debba illudere di trovare l'Eldorado degli action tamarri del secondo decennio degli anni zero, quanto più disporsi nel miglior modo possibile ad una sorta di shake tra il tentativo di rispolverare i vecchi valori, il riscatto in stile Stand up guys e l'approccio senza troppi pensieri che vide tanti attori ormai di culto anche da queste parti fare le loro fortune ormai una trentina di anni or sono.
Una volta accettata questa realtà dei fatti, Heist risulterà un artigianale ed a suo modo riuscito tentativo d'intrattenimento sopra le righe in grado di mescolare tensione ed a suo modo profondità - e sento già il Cannibale fare l'eco ai riferimenti del sottoscritto ai legami tra padri e figli - pur senza rappresentare un nuovo standard, un perfetto omaggio ad un'epoca purtroppo tramontata ed un riempitivo senza pretese che farà quasi sorridere chi quei tempi li ha vissuti sulla pelle e li porta in una certa misura ancora nel cuore.





MrFord





"Didn't believe in love until we fell out
gave the keys back, now I'm on the homie's couch
always going out, sleeping ‘round with strangers
danger! But you can't live without her
now you're paranoid, checking on her cellphone
making sure she ain't like you alone
haven't made love with the lights still on
it's like you're hiding something from me."

Macklemore&Lewis - "Thin line" - 






giovedì 25 febbraio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): eccoci pronti per un'altra settimana di uscite - l'ultima prima della Notte degli Oscar - rigorosamente commentate dal vecchio e saggio Ford e dal giovane incompetente Cannibal, sempre pronti a darsi battaglia per determinare chi è in grado di scrivere le castronerie più grosse.
Anche a questo giro, fortunatamente, pare che le proposte interessanti non manchino, dunque facciamone tesoro per i tempi di magra che giungeranno con la bella stagione e diamoci dentro, anche se sempre con moderazione quando si tratta dei deliri del mio rivale.


"E chi è, Jeeg Robot!? No, è James Fordot!"

Lo chiamavano Jeeg Robot

"Se è così facile con un termosifone, figuriamoci quando mi divertirò con Cannibal!"
Cannibal dice: Un film supereroistico made in Italy? Dopo Il ragazzo invisibile di Salvatores, moderatamente gradito, qui mi sa che ci troviamo di fronte a un potenziale cult. Le prime recensioni sono entusiastiche. Forse troppo. Mi sa che rischiano di sollevare aspettative eccessive, ma speriamo verranno mantenute. E speriamo anche che il mio giudizio su questo supereroe indie made in Roma sia opposto a quello del SuperFordone patito degli eroi ammeregani ultracommerciali.
Ford dice: lo ammetto. Attendo questo film al varco fin dalle prime voci in proposito qualche mese fa. Sinceramente spero che le recensioni - tutte entusiastiche - lette finora non mi rovinino la visione alimentando le aspettative, o che Cannibal non le distrugga promuovendolo a pieni voti.
Staremo a vedere. Intanto, scateno Jeeg e tutti i robottoni e supereroi - italiani ed americani - su Casale.



Anomalisa

"Mi raccomando, alla guida non mettere neppure il pupazzetto di Ford!"
Cannibal dice: Per il titolo di filmone della settimana, Jeeg Robot se la deve vedere con una pellicola d'animazione. Ma non una bambinata qualunque di quelle buone per Ford, bensì un'opera firmata da Charlie Kaufman, sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e regista di Synecdoche, New York. Un autore che è riuscito più o meno sempre a mettere d'accordo me e Ford. Fino ad ora?
Ford dice: Charlie Kaufman è universalmente riconosciuto come uno dei più talentuosi sceneggiatori e registi del panorama americano, in grado di mettere d'accordo perfino eterni nemici come il sottoscritto e Cannibal Creed.
Ci sarà riuscito anche questa volta, o avremo finalmente una spaccatura degna di nota in questo inizio duemilasedici troppo poco belligerante?



Tiramisù

"Avvicinati pure, Cannibal, voglio farti un bel primo piano: sto preparando il mio secondo film, un horror."
Cannibal dice: Fabio De Luigi mi stava parecchio simpatico ai tempi di Mai dire gol. Da quando si è messo a fare l'attore al cinema invece parecchio di meno... Adesso che si è messo pure a fare il regista, avrà tirato fuori qualcosa di decente, o vuole proprio che scateni il mio odio contro di lui? Mi spiacerebbe farlo, ma se il suo Tiramisù mi risulterà indigesto non esiterò a dire che è una merda, inequivocabilmente merda.
Ford dice: De Luigi, ai bei tempi di Bastilani batto il ferro mi stava molto simpatico. Molto più di Cannibal - e per questo non ci vuole un grande sforzo -.
Peccato che poi si sia messo a fare Cinema, finendo per farsi odiare forse più del Cucciolo eroico - e per questo ci vuole molto di più -.
Questo Tiramisù, del quale è anche regista, non passerà dalle mie parti neppure sotto tortura.



Gods of Egypt

"Non bastava una mano, ora mi devono pure accecare!"
Cannibal dice: Alex Proyas, regista australiano nato in Egitto, aveva iniziato alla grande la sua carriera con gli affascinanti e darkissimi Il corvo e Dark City, poi si è un po' trasformato in uno di quei mestieranti buoni giusto per WhiteRussian. Questo nuovo God of Egypt mi sa di porcheria storico-fantasy assoluta, ma spero sia almeno trash abbastanza da regalare qualche risata. Un po' come i post più seriosi (ovvero tutti) di Mr. Ford.
Ford dice: io a Proyas voglio anche bene, ma questa porcatona proprio non la digerisco, nonostante Coster-Waldau e Gerardone Butler.
La lascio volentieri a quel radical di Cannibal, che lo esalterà come un cult da buon incompetente dell'action tamarra.



God's Not Dead

"Vedrete che dopo la nostra bella lezione di catechismo anche quei due bloggers miscredenti si convertiranno!"
Cannibal dice: Oh my God! Questo rischia di essere ancora peggio di Gods of Egypt. Un film cristiano con Kevin “Hercules” Sorbo. Cos'è? Un mio incubo atroce, oppure un sogno d'oro di Ford?
Ford dice: nonostante la presenza di Kevin Sorbo, indimenticabile Hercules anni novanta, questa roba pseudo cristiana mi pare una schifezza ancora peggiore di quelle che propina il Cannibale.



Il club

"E così quello è il rifugio di Ford e Cannibal." "Già. Quando scrivono insieme quei due devono isolarsi dal mondo: sono troppo pericolosi."
Cannibal dice: Altra pellicola religiosa ma qua, grazie al cielo, dovremmo avere un punto di vista meno bigotto. L'idea di vedere un film cileno ambientato all'interno di una specie di comunità di recupero per vecchi preti pedofili non è di quelle che facciano correre nei cinema le masse, però una visione ci potrebbe stare. Meglio se non durante una serata relax in cui uno cerca di allontanare le preoccupazioni della vita di tutti i giorni e, se ci tenete a saperlo, tra le mie preoccupazioni c'è soprattutto la sanità mentale di Ford.
Ford dice: considerato il recente ed interessante Il caso Spotlight, direi che questa nuova pellicola dedicata ad una tematica molto importante come quella della pedofilia all'interno della Chiesa una visione potrebbe meritarla.
Sempre che non si riveli una porcata pronta a farmi incazzare forte. Quasi più del Cannibale.



Good Kill

"Comandante, un drone ha appena fatto esplodere Casale Monferrato, dobbiamo fare rapporto?" "Ma quale rapporto!? Dobbiamo fare una festa!"
Cannibal dice: Un film di Andrew Niccol, il regista degli ottimi Gattaca e Lord of War, un tempo sarebbe stato un evento. Adesso, un po' come Alex Proyas, pure lui si è trasformato in un mestierante qualunque. Segno che troppe pellicole hollywoodiane commerciali e la vecchiaia fanno male. Ford né è un'ulteriore dimostrazione morent... volevo dire vivente. Comunque questo action-thriller vanta un buon cast (Ethan Hawke + January Jones + Zoe Kravitz) e potrebbe essere una specie di incrocio tra Wargames e Top Gun meritevole magari - e ho detto magari - di visione.
Ford dice: ho sempre trovato Niccol piuttosto interessante, sia nello sfornare cagate devastanti, sia pellicole degne di nota come Lord of war.
Questo Good Kill pare appartenere più alla prima categoria che non alla seconda, ma non si può mai sapere: se non altro, potrebbe regalare una serata senza troppi pensieri, al contrario di Cannibal, che di pensieri, purtroppo, ne regala in continuazione, soprattutto al sottoscritto.



Amore, furti e altri guai

"Sintonizzo la radio sulla vecchia frequenza fordiana: quella è sempre una sicurezza."
Cannibal dice: Film palestinese che sa tanto di mattonata impegnata fordiana, ma che potrebbe essere salvata con un tocco di leggerezza da commedia cannibale.
Ford dice: tipico titolo d'essai che una volta sarebbe stato in cima alla mia lista, scovato in qualche sala di periferia e visto insieme ad un paio di altri temerari.
Ora come ora non ho più tempo per questo tipo di imprese, dunque segno nel caso dovesse praticamente piovermi addosso.



Oliver, Stoned

"Questa è la stessa roba che fuma Cannibal, provala!" "Neanche per idea: non voglio ridurmi a scrivere le sue stesse stronzate!"
Cannibal dice: Pellicolaccia trash da fattoni che potrebbe essere troppo scema persino per me, che un'occhiata comunque gliela potrei dare comunque. Al contrario di quel re dei radical-chic che risponde al nome di Ford che, quando non si parla di action, snobba a priori tutte le proposte non considerate all'altezza dei suoi standard intellettuali.
Ford dice: pellicolaccia trash finto trash buona giusto per quel radical finto trash del mio rivale. Passo volentieri la mano a lui, sperando si possa stonare per bene.


mercoledì 24 febbraio 2016

The Danish Girl

Regia: Tom Hooper
Origine: UK, USA, Belgio, Danimarca, Germania
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Einar e Gerda Wegener sono marito e moglie, due artisti piuttosto conosciuti nella comunità della pittura di Copenaghen negli Anni Venti del Novecento. In particolare, è il primo a riscuotere successo e raccogliere riconoscimenti, fino a quando, a seguito di un gioco legato alle pose per alcuni quadri della moglie, si risveglia in lui il desiderio sopito fin dall'infanzia di vivere la propria vita come una donna.
Entrato in crisi creativa e personale, giudicato pazzo dai medici ed assistito dall'inseparabile Gerda, Einar si muove con la compagna a Parigi, dove la donna trova la sua realizzazione artistica proprio grazie alla serie di dipinti che ritraggono il marito nelle sue vesti femminili: quando anche la capitale francese e l'aver ritrovato un amico d'infanzia di Einar, Hans, cominciano a stare stretti ai Wegener, Einar prende una decisione che sarà destinata a cambiare la Storia.
Seguito dal professor Warnekros, un pioniere della chirurgia, l'uomo ha infatti intenzione di dire addio per sempre alla sua parte maschile e diventare donna a tutti gli effetti.












Se qualcuno mi avesse detto, anche solo scherzando, che il giorno dopo essermi goduto senza ritegno una cosa grandiosa e scoppiettante come Deadpool, sarei riuscito non solo a digerire, ma anche a trovare interessante The Danish Girl, drammone romantico ambientato tra la Danimarca, Parigi e Dresda nel corso della seconda metà degli Anni Venti del Novecento, firmato dal finto radicalchicchissimo Tom Hooper pronto a portarlo sullo schermo con l'eleganza più di un fotografo che di un cineasta, avrei riso della grossa.
A dispetto, invece, della predizione di bottigliate selvagge che pendeva sul capo di questo film come la più pesante delle spade di Damocle, ho finito non solo per non patirne il ritmo ed i toni, ma anche per appassionarmi alla storia di Einar e Gerda Wegener come ad un romanzo da sturm und drang di quelli che mi facevano impazzire a sedici o diciassette anni, quando sognavo una carriera sfolgorante come poeta e scrittore maledetto ed una morte appena dopo i trenta: inoltre, la tematica trattata, per quanto lontana anni luce dalla galassia del Saloon, risulta importante a livello sociale soprattutto in questo periodo e per il futuro, quando si spera che la civiltà prenderà finalmente le redini rispetto alle questioni legate alle differenze culturali, sessuali, razziali, religiose e via discorrendo e finirà - si spera - per farne un punto di forza, e non di debolezza del nostro impianto sociale.
Interpretato benissimo dai due protagonisti - entrambi, comunque, a mio parere enormemente sopravvalutati in termini di bellezza oggettiva -, puntellato su comprimari convincenti ed un'estetica senza dubbio notevole, The Danish Girl pare quasi ipnotizzare sfruttando la sensibilità del singolo spettatore, da chi subirà il fascino della "storia d'amore al contrario" di Gerda ed Einar o di Lili a chi, invece, seguirà con più partecipazione il viaggio verso l'emancipazione della stessa Lili, così come chi, semplicemente, si gusterà il tutto come una vicenda molto passionale per quanto, di fatto, vissuta tutta per sottrazione, dal rapporto tra i due sposi a quello tra Gerda ed Hans: il risultato è un viaggio emotivo e, perchè no, anche estetico che lascia senza dubbio più di un brivido pur concedendo troppo specialmente nella parte finale, con una strizzata d'occhio decisamente marcata all'Academy ed alla retorica.
Ma sono peccati veniali di un film che resta profondamente intenso, e che riesce a fotografare - pur se non bene come in The end of the tour, presto qui al Saloon - con grande sensibilità il disagio profondo di chi non si sente al proprio posto in questo mondo, che sia a causa del proprio corpo o della propria mente: un disagio che non è figlio di follia, ma di una sensibilità che viaggia su binari differenti da quelli che ci si aspetterebbe di percorrere in una quotidianità incasellata, e che spesso, nel corso della Storia, ha significato una vera e propria condanna per chi l'ha vissuta sulla pelle.
Una critica, invece, senza appello, è rivolta all'utilizzo dell'inglese come unica lingua parlata della pellicola: comprendo la facilità in termini di produzione - il danese, in effetti, non dev'essere così semplice da imparare per un attore anglosassone -, ma le sfumature delle inflessioni - specialmente rispetto ai personaggi di Hans e del professor Warnekros, interpretati dal belga Schoenaerts e dal tedesco Sebastian Koch -, sarebbero state indubbiamente più incisive.
Dettagli, comunque - un pò come quella sciarpa nel vento del finale, hollywoodiana oltre misura - , per un film che non solo si lascia guardare e colpisce, ma è riuscito nell'impresa di lasciarsi guardare e colpire anche un tamarro vecchio stile come il sottoscritto.
Un risultato già notevole.





MrFord





"One man, one woman
two friends and two true lovers
somehow we'll help each other through the hard times
one man, one woman
one life to live together
one chance to take that never comes back again
you and me, to the end."

ABBA - "One man, one woman" - 








martedì 23 febbraio 2016

Deadpool

Regia: Tim Miller
Origine: USA, Canada
Anno:
2016
Durata:
108'








La trama (con parole mie): Wade Wilson, ex membro delle Forze Speciali, mercenario dal cuore tenero, dopo aver trovato l'amore trova anche, sotto l'albero di natale, un cancro terminale. Avvicinato da misteriosi individui che dicono di volerlo guarire per renderlo, di fatto, un supereroe, ed accettata la loro offerta nella speranza di poter tornare accanto alla donna della sua vita, Vanessa, Wade si trova con il volto ed il corpo completamente sfigurati dalla mutazione, poteri incredibili di rigenerazione ed una grande incazzatura celata abilmente dall'ironia che l'ha sempre contraddistinto.
Inventato, grazie all'amico Weasel, l'alter ego Deadpool, Wade inizia a pianificare la tanto agognata vendetta contro i responsabili di tutte le sue disgrazie: peccato che sistemarli a dovere sarà più difficile del previsto e dovrà avvenire forzando un'alleanza certo non desiderata con alcuni degli X-Men di Charles Xavier.










Con ogni probabilità, se il mio io quattordicenne avesse visto Deadpool al Cinema, la mia storia sarebbe stata molto diversa, o se non molto, almeno in parte: ai tempi delle medie e dei primi anni delle superiori, infatti, patii tantissimo una timidezza che superai davvero soltanto con la fine dell'adolescenza lottando con le unghie e con i denti, e da appassionato di Fumetti adoravo il modo in cui un supereroe come l'Uomo Ragno dribblava il problema con battute a raffica ed un umorismo da maschera pronto a scacciare ogni paura.
Ma, già allora, c'era chi era riuscito a fare molto meglio del vecchio Testa di tela: sto parlando del Mercenario Chiacchierone, l'antieroe numero uno tra i miei favoriti dalla metà degli anni novanta ad oggi, Mr. Wade Wilson, alias Deadpool.
Leggere le sue avventure era come assistere ad una versione dopata e pirotecnica di quelle di Spidey, quasi come se si passasse da Wall Street a The Wolf of Wall Street, o da Lock&Stock a Pulp Fiction: da allora, ed anche dopo aver appeso gli albi a fumetti al chiodo - o quasi - come lettore, il charachter aveva mantenuto un posto d'onore nella mia memoria, custodito gelosamente nonostante una piccola parte non esaltante nel per nulla esaltante Wolverine: Origins e nell'interprete scelto in quell'occasione e dunque per questo tanto atteso esordio in solitaria su grande schermo, Ryan Reynolds, uno degli attori più cani dell'universo conosciuto.
Ma torniamo al mio io quattordicenne, che probabilmente sarebbe uscito dalla sala esaltato oltre ogni misura e convinto di poter superare qualsiasi timidezza a suon di battutacce e scorrettezze verbali alla maniera del vecchio Wade, e ringrazierebbe in eterno l'esordiente Tim Miller per aver confezionato non solo il film di supereroi - anche se la definizione non piacerebbe a Pool - più grandioso dell'anno, ma anche delle ultime stagioni, vincendo a mani basse la concorrenza pur agguerrita e portando sullo schermo una versione pulp e soprattutto ironica come non mai dei vari Kick Ass, Scott Pilgrim, Super e via discorrendo: perchè Deadpool è questo, un cocktail esplosivo di quelli pronti a stendere il bevitore esperto senza che se ne accorga o distruggere quello alle prime armi già dalle prime sorsate.
Narrazione scomposta, quarta parete letteralmente sbriciolata da uno strabordante protagonista - da impazzire i riferimenti alla saga cinematografica degli X-Men, tra Patrick Stewart e James McAvoy, quelli a proposito delle scene più violente e della colonna sonora o il riferimento alla scarsa capacità attoriale dello stesso Reynolds, impagabile -, scene d'azione esilaranti e perfette per ogni patito dei film di botte e degli effettoni, un crescendo con tanto di battaglia finale che ad un tempo omaggiano e sbeffeggiano tutti gli stilemi di un genere, scorrettezze come se piovessero e perfino lo spazio per una storia d'amore che, a suon di volgarità e colpi bassi, finisce per diventare più romantica di tante altre raccontate con epica ed enfasi certamente maggiori e seriose: e poi legnate, sangue, teste mozzate, proiettili, risate, vecchie cieche appassionate di Ikea e la costruzione della base per un protagonista che, se continuerà ad essere scritto e diretto con questo piglio, rischierà di soppiantare nel cuore dei fan del genere qualunque altro.
Il mio io quattordicenne, scrivevo poco sopra, sarebbe uscito esaltato e pronto a lottare con sorriso e lingua lunga contro la timidezza ed il mondo: non so se sarebbe andata diversamente da come effettivamente è stato, ma quello che è certo è che mi piacerebbe potergli mostrare cosa il futuro è stato in grado di fare con uno dei nostri favoriti di sempre del Fumetto mainstream.
Ma in fin dei conti, chi se ne frega. Del mio io quattordicenne e di tutte le elucubrazioni.
Io, oggi, nel duemilasedici, sono uscito dalla visione di Deadpool esaltato ed a pieno regime.
Quasi come se mi fossi fatto un acido e schiaffato i titoli di testa di Enter the void per un paio d'ore, poi Spongebob per un altro paio ed infine avessi sognato un coltello piantato in testa per vedere uscire animaletti animati da dietro le spalle di Julez.
E l'effetto, a distanza di un giorno o due, non è ancora finito. Anzi.
Dunque fanculo i quattordici anni, la critica, il questo ed il quello.
Deadpool è una ficata come ne esce - se va bene - una all'anno.
E per me si è già guadagnato il posto che fu di Fury Road la scorsa stagione.
Perchè finalmente, ed è sotto gli occhi di tutti, realizzare una tamarrata d'Autore è più che possibile.
E' fottutamente reale.
Ed ora un paio di esplosioni, gli Wham! che attaccano Careless whisper ed una bella scopata di chiusura.
E non aspettatevi teaser del sequel.
Parola di Pool.
Forse.





MrFord





"I'm never gonna dance again
guilty feet have got no rhythm
though it's easy to pretend
I know you're not a fool
I should have known better than to cheat a friend
and waste a chance that I've been given
so I'm never gonna dance again
the way I danced with you."
Wham! - "Careless whisper" - 





Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...