giovedì 10 giugno 2010

Il porto delle nebbie


Poche storie, Marcel Carnè è uno di quei mostri sacri che hanno fatto la storia del Cinema.
Francese e non.
E mi viene da sorridere quando sento gli universitari un pò tronfi e molto radical chic straparlare a proposito Godard, Truffaut e soci figli delle rivoluzioni degli anni sessanta e settanta quando in realtà quelle stesse rivoluzioni sono frutto del lavoro dei grandissimi veri, Carnè in testa.
Quando un regista regala agli spettatori - e attenzione, qui non conta saperne o non saperne, essere appassionati o battersene i cosiddetti, si parla di capolavori e basta - Les enfants du paradis si dovrebbe assistere a qualsiasi sua opera in silenzio religioso ringraziando che ci sono dei Maestri di questo livello: immagino che non sia possibile, se non in un mondo ideale in cui Carnè è conosciuto e gustato dal pubblico indiscriminatamente, e così, in attesa di parlare del succitato punto cardinale del Cinema sponsorizzo più forte che posso Il porto delle nebbie, una sorta di brumosa ed invernale versione de Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, altro supercapolavorone, accomunato a Il porto delle nebbie dal protagonista e da una storia dal finale amarissimo e legata all'irrealizzabilità dell'amore.
Ma se nel caso del bandito lo spirito che mescolava latinità e medioriente - una Algeri così neanche Pontecorvo, l'ha mostrata - trasmetteva ugualmente una voglia di vivere dirompente, con Il porto delle nebbie si assiste ad una versione più dimessa e pessimistica del tentativo di fuga del braccato protagonista, lo spigoloso disertore Jean.
Specchio del suo carattere pare essere il porto di Le Havre e lo sviluppo della trama, quasi interamente basata sulle suggestioni della fotografia e sui dialoghi scritti da Prevert, che trova negli scatti d'ira e di romanticismo del protagonista uno sfogo soltanto parziale, accumulando energie e tensione fino al finale, uno dei più terribili e pessimistici del cinema dell'epoca, e ancora oggi capace di sconvolgere lo spettatore e toccare corde che il tempo e i cambiamenti che esso porta nella società non possono aver cambiato.
La nebbia che pesa come un macigno, quasi fosse solida, tagliata dalle vane speranze di Jean e, soprattutto, della sua innamorata Nelly, è indipendente da mode ed epoche, dagli spettatori e dalle convenzioni "naturali" del Cinema e di tutti i suoi sottogeneri.
E' semplicemente grande.
E come tale andrebbe gustato.

"But i can't let you go,
if I let you go,
you slip into the fog."
MrFord

1 commento:

  1. Just like a spy through smoke and lights
    I escaped through the backdoor of the world
    And I saw things getting smaller
    Fear as well as temptation
    Now everything is reflection
    As I make my way through this labyrinth
    And my sense of direction
    Is lost like the sound of my steps
    Is lost like the sound of my steps
    Scent of dried flowers
    And I'm walking through the fog
    Walking through the fog

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