mercoledì 23 luglio 2014

Una vita fa, con quei fumetti lì dove tutto è cominciato (e non è mai finito)

La trama (con parole mie): grazie al gentile invito arrivato da La firma cangiante e legato ad un'idea di Luigi, anche il vecchio Ford si ritrova a pescare dai ricordi del suo passato, prima ancora che di sceneggiatore, di lettore di fumetti.
Dall'estate del novantuno - e qualcuna prima, a dirla tutta - a quella del duemilasei, infatti, le nuvole parlanti sono state mie compagne inseparabili, pronte a fornire evasioni, sogni, illusioni e magia quasi quanto il Cinema stesso.
Ecco dunque una carrellata di titoli, albi e personaggi che hanno fatto la storia di un percorso a dir poco fantastico.


TOPOLINO


Per quanto abbia sempre detestato l'orecchiuto numero uno Disney ed adorato Paperino con le sue sfighe inenarrabili, gli albi del settimanale della grande D hanno rappresentato, di fatto, il primo approccio del sottoscritto con le storie a fumetti: saranno vent'anni che non ne leggo uno, ma ricordo ancora con enorme affetto le storie a bivi - le mie preferite in assoluto -, le avventure di Paperinik, Topomouche - forse una delle pietre miliari della testata - e Paperino marinaio per caso.
La memoria corre anche agli episodi dedicati alle Olimpiadi di Seoul 1988, e alle estati passate a leggere e rileggere i numeri preferiti. Indimenticabile.


SLURP


Una rivista contenitore scombinata e grottesca, durata troppo poco perchè troppo avanti, ma che adorai incondizionatamente per quanto, allora,  non potessi comprendere tutte le sue sfumature.
Da qualche parte, a casa dei miei, devono esserci ancora i numeri di una pubblicazione che, esistesse ancora, non esiterei a tornare a recuperare.
Satira politica, giochi, fantasia stuzzicata e, almeno per quello che posso rievocare ora, un approccio assolutamente divertito e divertente.

L'UOMO RAGNO N°78


L'alter ego di Peter Parker è stato il viatico principale della mia passione per i fumetti: ricordo ancora benissimo il giorno in cui acquistai questo albo, datato trenta agosto - compleanno, tra l'altro, di mio fratello - millenovecentonovantuno.
Ero in Abruzzo con i miei, e per la prima volta, essendo morta mia nonna il marzo precedente, mio nonno - quello dei Western che i lettori del Saloon conoscono ormai bene - finì per venire con noi: ero con lui, quella mattina, e fui incuriosito dal costume nero di Spidey così come dalla figura minacciosa di Sabretooth, che solo in seguito scoprii nemico di Wolverine e degli X-Men.
Fu amore a prima vista. Rilessi quella storia - non l'albo intero - decine di volte, e i più di duecento numeri successivi della testata che divorai furono legati indissolubilmente a quel momento.


CAP. AMERICA & I VENDICATORI N° 68


Non ho mai amato particolarmente il Vendicatore a stelle e strisce.
Anzi, con ogni probabilità si tratta di uno degli eroi Marvel che più ho osteggiato negli anni.
Eppure la prima storia di questo albo, con uno Steve Rogers privato della sua identità ed assunta quella di U. S. Agent, accompagnato per le strade dell'America da Nomad, Falcon e Demolition Man mi colpì per la sua semplicità, lontana dai clamori delle imprese cosmiche o spaziali cui gli Avengers mi avevano abituato: vedere D-Man rischiare l'infarto per portare un furgone fuori da un fosso solo per fare buona impressione sul Capitano mi commuove ancora oggi.
E quando sfoglio questo albo, la nostalgia sale sempre.


SPECIALE X-MEN & L'UOMO RAGNO: EVOLUTIONARY WAR


Gli X-Men, ai margini e perenni outsiders, hanno rappresentato nel corso degli anni da lettore l'esperimento più riuscito per quanto riguarda i cosiddetti "supergruppi", considerata la mia preferenza per gli eroi singoli e "solitari": questo special, divertentissimo e disegnato dall'allora astro nascente Jim Lee, è ancora oggi nel cuore del sottoscritto grazie principalmente alla presenza di uno dei fordiani più fordiani dell'universo mutante, purtroppo sparito dai radar dopo l'inizio degli anni novanta: Longshot.
Se dopo di lui non fosse giunto Gambit, probabilmente avrei abbandonato gli Uomini X senza farmi neppure troppi pensieri.


IMAGE N°1


Correva l'autunno novantatre, e mio padre - anima pia - a seguito di numerose insistenze del sottoscritto, acconsentì ad avventurarsi in un viaggio in giornata a Lucca per la kermesse italiana più importante del fumetto: oltre a La morte di Superman, quell'anno l'evento fu la pubblicazione italiana del primo numero di Image grazie alla Star Comics - che si sarebbe vista privare del parco testate Marvel dalla Panini/Marvel Italia -.
Negli States, la nascita della creatura di Rob Liefeld e soci era stata un vero e proprio terremoto, con i maggiori artisti della tavola uniti per contrastare le imposizioni delle majors come la suddetta Marvel e la DC. Gli anni sono passati, molti personaggi caduti nel dimenticatoio, alcuni autori spariti dalle scene ed altri diventati a tutti gli effetti imprenditori - come Todd McFarlane - ma l'idea fu assolutamente rivoluzionaria.  


DRAGONBALL


Era l'inizio del novantacinque, e fino ad allora, fatta eccezione per qualche sporadica puntata in territori italiani o europei, l'America dominava le letture del Ford adolescente, con il Giappone ancora ad interpretare un oggetto misterioso: Dragonball fu la prima esperienza con la lettura "al contrario" e con il Sol Levante a fumetti, che sarebbe diventato in breve una vera e propria certezza per le mie letture a fumetti.
Goku e soci, per quanto ormai inflazionati a dismisura, hanno fatto la Storia.


LAZARUS LEDD


Ai tempi in cui ancora non seguivo proposte di stampo bonelliano - avrei rimediato in seguito con Napoleone, Magico Vento e Julia -  le vicende del buon Larry e le chiacchierate alle fiere con il suo creatore Ade Capone furono ottime compagne di viaggi, naufragate con il tempo a causa di un'eccessiva aura retorico/militarista/filoammeregana affibbiata alla pubblicazione dal suo autore. Quando seppi della fine della sua corsa rimasi dispiaciuto: resta, di fatto, l'esperimento di questo formato più longevo e di successo mai creato nel nostro Paese fuori dal contesto bonelliano.
E non è affatto poco.
Senza contare che, almeno fino al numero cento, il livello è rimasto decisamente alto.


MONDO NAIF N°1/3


Con l'esplosione dell'adolescenza, questa miniserie - che sarebbe, poi, diventata una testata - contenitore di lavori di giovani autori italiani destinati - chi più, chi meno - al successo, fu un vero e proprio stravolgimento, quasi come la prima, vera cotta importante della vita.
Ricordo ancora l'emozione di leggere, nella rubrica che apriva l'ultimo albo, una citazione della lettera che inviai chiedendo di rimanere anonimo, ed i brividi di quel periodo da Noi siamo infinito.
Fu una specie di prima scopata, in termini più vissuti.


ALITA, BERSERK & SLAM DUNK


Il fumetto giapponese, entrato prepotentemente nel mio mondo di lettore, fu il dominatore assoluto della fine degli anni novanta,  principalmente grazie a tre titoli - e mi è dispiaciuto da morire non inserire anche le meraviglie di Adachi, Video Girl Ai, Ushio e Tora o JoJo - capaci di emozionarmi come pochi altri, di regalarmi lacrime amarissime - Alita all'apice del Motorball -, cazzotti in piena faccia - la saga della Squadra dei falchi in Berserk - e la passione per lo sport - i miei due anni di basket sono tutti merito di Mitsui e del team di Sakuragi-.
Un vero e proprio trionfo di brividi ed emozioni, come piacciono dalle parti del Saloon.



WATCHMEN


Giunto all'età adulta - più o meno - il mio rapporto con il Fumetto cominciò a cambiare, preferendo le graphic novels con una conclusione ai prodotti seriali potenzialmente infiniti e soggetti alle regole più bieche di mercato.
Alan Moore divenne, in questo senso, un vero idolo, nonchè una delle ispirazioni principali per il tentativo che feci di trasformare la passione per la scrittura nel lavoro di sceneggiatore: il passato è passato - soprattutto per quanto riguarda le velleità artistiche del sottoscritto in questo campo -, ma alcune esperienze - come la lettura di Watchmen - restano.



PREACHER 


Concludo la carrellata con la creatura principe di Garth Ennis, uno dei titoli più irriverenti, bastardi e neri del Fumetto: Preacher.
Alan Moore - citato pocanzi - resta senza dubbio il miglior sceneggiatore di sempre, ma se dovessi scegliere un titolo tra quelli pubblicati negli ultimi trent'anni, non ci sarebbe gara per nessuno: le vicende raccontate nella saga firmata dall'allora giovanissimo autore irlandese pubblicate dalla Vertigo - costola autoriale della DC Comics - sono da urlo dalla prima all'ultima pagina, sboccate e romantiche, violentissime e profonde, anticlericali ed antisociali e piene di sentimento.
Un cocktail perfetto, e l'ultima vera esplosione che provai nel cuore da lettore.
Spero comunque, un giorno, magari complice il Fordino, di ricominciare a sentire gli stessi brividi.



MrFord

martedì 22 luglio 2014

Fordino Unchained: lo stretto indispensabile e altre storie

La trama (con parole mie): da troppo tempo non mi mettevo alla tastiera per dedicarmi alle gesta del vero padrone del Saloon, il Fordino. Complici gli impegni quotidiani e lavorativi, quello che ci è successo alla fine di maggio e via discorrendo, non sono riuscito a trovare il momento giusto per raccontare quanto incredibile sia osservare una piccola vita che cresce giorno per giorno, ad una velocità che noi adulti possiamo solo sognarci.
Questa volta è il turno dei primi contatti con la magia delle visioni e della musica.




Ricordo molto bene Lo stretto indispensabile, tratto dal meraviglioso Il libro della giungla, uno dei Classici Disney che ho più amato da bambino.
La imparai a memoria a furia di visioni - e la conosco a menadito anche ora -, benchè, di fatto, nella mia vita io sia stato senza dubbio più simile a Bagheera che non a Baloo: da qualche tempo, però, questa canzone decisamente lebowskiana - e dunque perfetta per il Saloon - rappresenta il must quando mi cimento nell'operazione nanna con AleLeo, compito che di norma spetta a Julez, pronta in questo campo a battermi clamorosamente in termini di metodo e tempistiche.
E proprio dall'esplorazione della dottrina dell'orso più simpatico del mondo del Cinema è nato l'impulso di parlare dell'approccio alla visione del Fordino, che dopo mesi passati a ballare qualsiasi musica abbastanza ritmata passasse su Spotify o dallo stereo o dalla tv ora esprime preferenze sui cartoni animati - Kung Fu Panda, Oggy e i maledetti scarafaggi, i Dalton, Peter Pan e Jules Verne sono i suoi preferiti quando si rimbalza tra Boing e K2 - e sulle canzoni, tanto da costringere soprattutto il sottoscritto a sessioni intensive di Youtube con i brani preferiti: da Il ballo del qua qua - usato anche come richiamo indicando il monitor o afferrando il mouse dopo essere salito sulla sedia - inizialmente sponsorizzato dalla nonna a Il coccodrillo come fa - sfruttato anche e soprattutto per esercitarsi nei versi degli animali, attività amatissima dal più piccolo di casa Ford -, passando per Volevo un gatto nero e Whiskey il ragnetto - al momento il mio personale favorito, vuoi per il nome del simpatico protagonista, vuoi per l'incedere immediato e semplice della melodia -.
Ma questo post non vuole essere una sbrodolata da lista della spesa delle scelte "cinematografiche" del Fordino, quanto un ritorno alla sensazione alla base della theme song del già citato Baloo: proprio oggi rientro dalle prime ferie estive, in una situazione lavorativa che mi sta sempre più stretta, eppure il pensiero di aver visto, in pochi giorni al mare, AleLeo diventare la mascotte della pensione, stringere amicizia con ragazzini di undici anni - cosa mai vista, considerata l'ovvia differenza di visioni delle due età -, cominciare con cognizione di causa a rispondere "NA!" con il sorriso quando gli si offre qualcosa che non vuole, nuotare con i braccioli e girarsi a trecentosessanta gradi in acqua come se fosse la cosa più istintiva e naturale al mondo rende il mio mondo decisamente più leggero e migliore.
E così, mi pare di essere catapultato nel cuore de Il libro della giungla.
A prescindere da quali siano le conquiste dei propri figli - che paiono sempre enormi e clamorose, vissute dall'interno -, essere genitori diventa anche questo: tutti noi ben sappiamo quanto la vita non sia, spesso e volentieri, quello che ci eravamo aspettati, o avremmo desiderato, che il tempo sfugge senza che ce ne si possa accorgere - come in Questione di tempo, per l'appunto, non si può più pensare di tornare indietro, una volta che nasce un figlio -, e ci si ritrova ad allargare le spalle più spesso di quanto non si voglia, o non si dovrebbe.
Eppure basta un loro gesto, l'entusiasmo negli occhi per qualcosa che scoprono, la manifestazione di curiosità, vedere con quanto istintivo trasporto ti corrano incontro per abbracciarti, e tutto il resto scompare. Non solo come se non esistesse, ma come se non fosse mai esistito.
E proprio come dicevo l'altro giorno a Julez, se lei è l'unica con la quale un egoista e caotico, scombinato ingordo come il sottoscritto condividerebbe il piatto, AleLeo è l'unico - almeno fino a quando non arriveranno fratellini o sorelline - che potrà sempre avere il mio cibo, anche a costo di restare a digiuno io stesso, senza neppure pensarci.
Perchè in fondo, "mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i miei malanni posso dimenticar".
Ma lui, lui so che resterà. Sempre.



MrFord



"Mi piace vagare,
ma ovunque io sia
mi sento di stare
a casa mia."
da "Lo stretto indispensabile" - Il libro della giungla (1967) -





lunedì 21 luglio 2014

The Raid 2 - Berandal

Regia: Gareth Evans
Origine: UK, Indonesia, USA
Anno: 2014
Durata:
150'





La trama (con parole mie): Rama, sopravvissuto a stento alla missione che lo vide affrontare uno dei boss locali di Jakarta e ritrovare suo fratello, viene reclutato da un ufficiale della polizia che lo vorrebbe come infiltrato per una missione ad altissimo rischio che ha come obiettivo quello di smascherare i dirigenti delle forze dell'ordine in accordo con i boss criminali della città ed assicurare alla Giustizia - in un modo o nell'altro - gli stessi boss.
Rama, inizialmente refrattario all'idea, accetta convinto dalla promessa di una protezione per sua moglie e suo figlio garantita dalla polizia e per vendicare il fratello, nel frattempo ucciso da uno degli astri nascenti della criminalità di Jakarta.
Incarcerato sotto falso nome, il combattivo tutore dell'ordine dovrà trovare il modo di guadagnarsi la fiducia di Uco, figlio di uno dei più importanti padrini della malavita, e partire proprio da lui per cominciare a costruire la vittoria ed il completamento della missione stessa: peccato che la strada sarà lastricata di cadaveri e continui cambi di prospettiva.






Si può dire che fosse dai tempi del magnifico The Raid - Redemption, che i fan in tutto il mondo di Gareth Evans e del Cinema di botte ed action attendevano il secondo capitolo delle avventure di Rama: io stesso, dopo essere rimasto a bocca aperta di fronte al meraviglioso sfoggio di tecnica e di sprezzo del pericolo degli stuntmen nella prima pellicola, non vedevo l'ora di potermi mettere comodo e tuffarmi nell'allora solo annunciato The Raid 2.
In questi casi, la prima domanda è sempre la stessa: il regista sarà stato in grado di mantenere il livello della sua opera o la stessa sarà crollata miseramente sotto il suo stesso peso?
E subito dopo: il talento sarà all'altezza delle ambizioni?
Nel caso di questo titolo in particolare, la risposta è senza dubbio sì.
Non che il lavoro di Evans sia privo di difetti - soprattutto in fase di scrittura, considerato che le coreografie degli scontri, la fotografia, il montaggio e l'eleganza dei movimenti di macchina sono indiscutibili -, o che non si senta la mancanza della naturalezza del primo film, decisamente meno pretenzioso e più pane e salame, ma questo Berandal rappresenta, di fatto, uno di quei pugni nello stomaco in grado di trascendere un genere e renderlo oggetto di culto, mescolando la perizia di un Michael Mann al gusto per l'eccesso che le arti marziali e l'approccio orientale - benchè l'uomo dietro la macchina da presa sia un ragazzone gallese di nascita - hanno fatto loro fin dagli esordi, in Occidente e non.
Due ore e mezza di furia raccontata con un gusto estetico da fotografo d'elite, come se la pittura delle gallerie d'arte d'alto bordo incontrasse le nocche consumate a furia di pugni delle palestre di strada: la seconda impresa di Rama - un grandissimo Iko Uwais, già protagonista del capitolo precedente e dell'esordio del regista Merantau - riesce nell'impresa di ricordare ad un tempo le epopee di Bruce Lee e di tutti i suoi emuli - non solo orientali, si pensi a Van Damme - e la magia poetica di un Johnnie To, con quel gusto crepuscolare ripreso di recente anche da Refn in Solo dio perdona.
Lo script - certamente non il punto forte della pellicola - recupera a piene mani da tutta la mitologia dell'infiltrazione poliziesca, da Infernal affairs a I padroni della notte, mentre le parti dedicate alla lotta sono tra le migliori mai girate, dallo scontro a partire dal bagno del carcere con protagonista Rama all'inseguimento in macchina, senza contare il duello che precede l'epilogo - davvero degno di rivaleggiare con quello che chiuse Redemption - e soprattutto la prodigiosa sequenza con al centro la figura del sicario Prakoso, tradito dalla sua organizzazione e lasciato in balìa di un'orda di avversari decisi a fargli la pelle: il percorso che dal locale porta lo scatenato Yayan Ruhian - già interprete dell'indimenticabile Mad Dog nel film precedente - sulla strada è vera e propria poesia del Cinema di botte, una lezione indimenticabile con la quale tutti i titoli che usciranno da qui in avanti dovranno, volenti o nolenti, confrontarsi se vorranno assurgere al ruolo di cult.
Devo comunque ammettere che, personalmente e nonostante il livello di esaltazione assoluto provato nel corso di questa visione dal primo minuto alla strepitosa chiusura - non vedo già l'ora del terzo capitolo -, il mio cuore è e resta con The Raid - Redemption, un prodotto forse più grezzo eppure privo di quell'aura di autorialità a tutti i costi cercata - giustamente, considerato il talento visivo - da Evans per questo Berandal.
Senza dubbio, il buon Gareth è riuscito a rompere ogni schema e confine che divideva questo tipo di Cinema e proposte dall'Occidente tamarro e dozzinale all'Oriente esagerato e dalla profonda malinconia - si pensi a tutta la prima produzione di John Woo, o allo stesso e già citato Bruce Lee -: per un figlio della nostra cultura, già questo è sinonimo di un successo senza precedenti, reso ancora più clamoroso dalle evoluzioni che Uwais e tutti gli atleti, attori e comparse riescono a fornire per la gioa del pubblico in quest'occasione.
The Raid 2 è una nuova pietra miliare per il suo genere, e forse non solo.
Di fatto, è come se fosse iniziato un nuovo, strepitoso e senza confini geografici capitolo della Storia dell'action dalle ripercussioni enormi sulla settima arte intera: uno tsunami venuto dall'Estremo Oriente a suon di calci, pugni e colpi proibiti - con ogni tipo di arma ed oggetto - orchestrato da un direttore decisamente unico, venuto dalle brughiere di un Galles che con Jakarta pare non avere nulla a che fare.
Evidentamente, a volte, si sbaglia.
Qui non contano geografia o cultura.
Conta il Cinema.
E The Raid 2 - Berandal è senza dubbio grande Cinema.



MrFord



"Mother Nature's quite a Lady
but you're the one I need
flesh and blood need flesh and blood
and you're the one I need."
Johnny Cash - "Flesh and blood" - 



domenica 20 luglio 2014

Constantine

Regia: Francis Lawrence
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 121'





La trama (con parole mie): John Constantine è un poco di buono tabagista e cinico dedito ad esorcismi grazie ai quali comprare, in un modo o nell'altro, un posto in Paradiso, di norma negato per contratto a qualunque suicida. Quando, tramite il ritrovamento della Lancia del Destino, il figlio "dimenticato" di Lucifero rischia di trovare la via per il mondo degli Uomini sconvolgendo, di fatto, gli equilibri eterni tra il sotto ed il sopra coinvolgendo due sorelle gemelle dai poteri quasi unici e molto simili a quelli dello stesso John, Constantine dovrà rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco come mai prima di quel momento, finendo per affrontare forze in grado di andare anche oltre le sue stesse capacità.
Ma uno scontro impari potrebbe comunque dare origine alla scintilla in grado di cambiare davvero le cose.








Il mio passato di appassionato - e, seppur decisamente dimenticabile - di sceneggiatore di fumetti dovrebbe farmi sentire in colpa, per aver recuperato Constantine soltanto ora, a quasi dieci anni dalla sua uscita in sala: Hellblazer - titolo targato Vertigo dal quale il film di Francis Lawrence è tratto -, infatti, ha rappresentato a cavallo tra gli anni novanta e l'inizio del Nuovo Millennio una delle realtà di riferimento del comic book "adulto", e seppur superato - di gran lunga - da cose enormi come Preacher - e prima o poi dedicherò una serie di post anche alla rilettura della creatura principe di Ennis -, un titolo senza dubbio imperdibile per ogni appassionato del settore, e la sua trasposizione cinematografica avrebbe dovuto richiamare l'attenzione del sottoscritto fin da allora.
Purtroppo per questo lavoro, però, ai tempi mi trovavo ancora preda della crisi di radicalchicchismo che di fatto portò il sottoscritto a dedicare visioni e tempo solo ed esclusivamente a pellicole d'autore per almeno tre o quattro anni, rinunciando ad ogni svago cinematografico - o quasi - e a proposte di questo genere, decisamente lontane anni luce dal concetto di Cinema d'essai.
La scorsa estate, però, tra un dibattito e l'altro riguardanti il Cinema ed il blog, tornò alla ribalta l'argomento Constantine con i cugini di Julez, pronti a sponsorizzare il prode John e la pellicola a lui dedicata: su pressione in particolare del buon Edward, ho deciso dunque di prepararmi alla discussione che seguirà la revisione della trilogia di Matrix - che non ho mai particolarmente apprezzato - proprio con questo recupero.
Senza dubbio il voto non troverà soddisfazione nei miei giovani parenti acquisiti, eppure la visione di Constantine è risultata divertente ed in grado di intrattenere come solo i prodotti più tamarri e sguaiati possono fare, di fatto rappresentando una sorta di versione più curata e posata del secondo Ghost rider, con angeli e demoni a giocarsi a dadi il nostro mondo ed un unico antieroe ad opporsi al volere dei Poteri Superiori: ed è proprio il vecchio John a rappresentare la scelta giusta - per quanto non approvi particolarmente l'utilizzo di Keanu Reeves, considerato che l'appeal del personaggio sarebbe stato senza dubbio più vicino ad un Barry Pepper -, da cinico figlio di puttana dalla scorza piuttosto dura e finto senza cuore come piacciono tanto al sottoscritto.
Certo, la regia non sarà memorabile - del resto, parliamo di Francis Lawrence -, lo script patisce e non poco il fatto di ispirarsi ad una serie di graphic novels e l'intera produzione di non avere avuto il successo sperato e, dunque, di fatto non aver potuto originare un vero e proprio brand con tanto di sequel e spin off, eppure il lavoro nel complesso risulta godibile quanto basta per assurgere al rango di proposta ideale da serata del weekend, lontana dalle pretese autoriali e giusta giusta per il riposo al termine della tempesta che, di norma, è la settimana lavorativa.
Inoltre lo scenario biblico, per quanto da queste parti si finisca per essere felicemente lontani da qualsiasi religione e spesso e volentieri anticlericali, funziona sempre grazie alla sua aura da leggenda, ed induce ad appassionarsi - almeno nel tempo della durata della pellicola - e a chiedersi da che parte ci si schiererebbe, in caso di "conflitto eterno": onestamente non sono troppo entusiasta all'idea di un Paradiso perfetto ed incorruttibile, ed essendo un esempio perfetto dei "Mr. Bad Example" - per dirla come Warren Zevon - dovrei stare dall'altro lato della barricata.
Ma forse, tirando le somme, mi troverei a vestire più che bene i panni del Constantine di turno, troppo stronzo per i piani alti, ma ad un tempo troppo buono per quelli bassi - o almeno in parte -: dunque, pur se lontane dalle proposte d'autore, vengano pure quelle di questo genere, tamarre e sguaiate.
E se non vi stanno bene, stronzi, allora vorrà dire che passerete decisamente un brutto quarto d'ora.




MrFord




"The lover of life's not a sinner
the ending is just a beginner
the closer you get to the meaning
the sooner you'll know that you're dreaming
so it's on and on and on, oh it's on and on and on
it goes on and on and on, Heaven and Hell
I can tell, fool, fool!"
Black Sabbath - "Heaven and hell" - 




sabato 19 luglio 2014

Zona uno

Autore: Colson Whitehead
Origine: USA
Editore: Einaudi
Anno: 2013





La trama (con parole mie): siamo in un prossimo futuro, e l'America - come il mondo - è stata sconvolta da un'epidemia in grado di trasformare gli esseri umani in zombies privi di controllo ribattezzati schel, pronti a divorare e rendere dei loro i pochi sopravvissuti dediti alla missione del ritorno al passato e sostenitori della Fenice americana, che dovrebbe riportare gli umani ad una condizione simile a quella esistente prima del Paziente Zero.
Mark Spitz è uno spazzino, membro di improvvisate forze speciali che si dedicano alla pulizia delle aree della fu Manhattan in attesa di una futura riorganizzazione delle stesse con tanto di reinserimento della società civile così come è intesa da tutti coloro che hanno ancora memoria del mondo prima della catastrofe.
Peccato che le cose non vadano propriamente come i paladini della lotta agli schel vorrebbero, e che una nuova ondata si prepari ad abbattersi sul loro nuovo sogno americano.







Fin dai tempi di Romero e del suo meraviglioso La notte dei morti viventi, lo zombie - personaggio al limite del ridicolo, almeno sulla carta - è riuscito a ritagliarsi, nella personale mitologia del sottoscritto, un ruolo di primo piano portato avanti non solo da uno dei padri fondatori del genere horror, ma anche da una miriade di proposte - più o meno riuscite - passate attraverso il Cinema, la Musica, la TV, il Fumetto e la Letteratura.
Proprio per questo motivo quando incrociai per la prima volta il cammino con Zona Uno di Colson Whitehead - uno dei più promettenti giovani autori della scena newyorkese - pensai di essermi trovato tra le mani uno dei potenziali romanzi pronti ad entrare di diritto nella top ten dei libri da sempre celebrata nel corso dei Ford Awards di fine anno: peccato che, a conti fatti, la lettura dello stesso Zona Uno sia di fatto risultata una delle delusioni più grosse e clamorose che la pagina scritta abbia riservato dall'epoca del sopravvalutato Le belve.
Dunque, perchè non riservare le bottigliate delle grandi occasioni, per il buon Colson?
Principalmente perchè è difficile affermare che Zona Uno non sia ben scritto, erede della tradizione di Capolavori come Io sono leggenda o di Grandi Classici come Cecità, costruito in modo da quasi ammorbare di paroloni e stile il lettore per tre quarti di narrazione per poi esplodere letteralmente in una parte finale da urlo, roba quasi da non credere pronta a solleticare i dubbi rispetto ai livelli che questo romanzo avrebbe potuto raggiungere.
Messi dunque in conto i due deterrenti principali - zombies e squartamenti a parte, si tratta fondamentalmente  di un'opera estremamente radical chic, e fondamentalmente noiosa per la sua gran parte - occorre allo stesso modo applaudire il buon Whitehead per chicche quali l'aneddoto legato all'origine del "nome di battaglia" Mark Spitz - davvero splendido, tra il grottesco, il surreale, il trash e l'action puro - o il crescendo conclusivo, incalzante come pochi altri mi è capitato di affrontare almeno nel corso degli ultimi anni.
Un peccato, dunque, che tutto sia preceduto da un gioco ad incastro tra presente e passato sicuramente ad effetto a livello stilistico eppure poco incisivo nel veicolare e descrivere al meglio l'atteggiamento di Mark Spitz nel presente di narrazione, segnato nell'esplorazione in compagnia dei colleghi Kaitlyn e Gary delle aree da sgomberare da quelli che furono, sono e saranno loro vicini, amici, parenti o semplici sconosciuti.
Interessante, invece, il discorso legato alla mediocrità del protagonista, perfetto nel momento in cui si tratta di sopravvivere ad un mondo in decadenza dominato - volente o nolente - dalla malattia e dagli schel così come ad un passato in cui Mark Spitz si ritrova a prescindere dalla condizione, le occasioni, la preparazione, ad essere comunque un passo indietro rispetto all'eccellenza e troppo avanti per scomparire nel cuore della massa.
Con ogni probabilità, molti di noi - e, forse, perfino lo stesso Whitehead - si sentono così, e quando ci si ritrova intrappolati e soffocati, spinti a lottare principalmente per tentare di trovare una propria strada, è ancora più dura.
Eppure prima o poi si finisce per imparare a nuotare.
Che l'acqua attorno sia limpida e cristallina o che si tratti di un immenso, terrificante, denso fiume di morti che camminano.




MrFord




"Your songs remind me of swimming,
which I forgot when I started to sink
dragged further away from the shore,
and deeper into the drink."
Florence + The Machine - "Swimming" -




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...