giovedì 18 settembre 2014

Thursday's child

La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite e nuova probabile sequela di delusioni per tutti noi spettatori con un certo criterio sempre in attesa di un'infornata di titoli come quelle che hanno costellato l'inizio dell'anno. Per tutti quelli che, invece, di Cinema masticano poco o niente, primo fra tutti il mio co-conduttore e rivale Cannibal Kid, cult come se piovesse e lacrime a profusione, da bravi nuovi schiavi della religione di bimbiminkia.
Speriamo che la prossima settimana, più che alzarsi, cambi il vento.

 
"Sei più romantica di Katniss Kid, ti meriti un bel bacio zuccheroso!"

 
Tartarughe Ninja

 


 Cannibal dice: A metà strada tra Transformers e il film dei Puffi, personalmente non sentivo alcun bisogno del recupero nostalgico delle Tartarughe Ninja, che pure da ragazzino mi piacevano parecchio. Certe cose è meglio lasciarle nel passato. Come James Ford.
Detto questo, nel film c'è Megan Fox e la visione diventa quindi imprescindibile per tutti, tranne quelli con i gusti “strani” (e si badi che per gentilezza ho detto strani quando avrei potuto dire schifosi) come Ford.
Ford dice: le Tartarughe ninja, ai tempi, mi piacevano parecchio, e ricordo anche intense sessioni di gioco con mio fratello. Ricordo anche che da bambino il mio prediletto era il più giocoso e casinista Michelangelo, mentre con la prima adolescenza - ed il primo film - cambiai parere spostandomi sullo scontroso Raffaello. Ma poco importa. Ho voglia di dare un'occhiata a questa nuova incarnazione delle Tartarughe, nonostante i pollici da incubo di Megan Fox.

"Peppa Kid, sono venuto per darti una raffica di mazzate: e non dare la colpa alle stelle!"

Resta anche domani


Cannibal dice: Sì, cazzo, sì!
Dopo Colpa delle stelle un altro melodrammone adolescenziale pronto a farci versare un sacco di lacrime. E la cosa più bella è che il mio blogger rivale James Ford piangerà lacrime amare perché questi film stanno conquistando il pubblico di tutto il mondo mentre i suoi cari vecchi Expendables invece non se li caga più nessuno.
Ford dice: dopo Colpa delle stelle, un'altra merdina strappalacrime teen inutile ed irritante. Tanto meglio. Un altro posto occupato nella decina dei Ford Awards dedicati al peggio dell'anno.


"Chissà se riusciremo ad eguagliare il primato di lacrime da coccodrillo di Colpa delle stelle!?"

Jimi – All Is By My Side
 

Cannibal dice: I film su artisti e band musicali mi incuriosiscono sempre e questo con André 3000 degli Outkast nei panni di Jimi Hendrix non me lo farò mancare. Qualche dubbio in proposito però ce l'ho. Per una questione di diritti, al film non è stato concesso l'uso dei brani del grande chitarrista e cantante. E un film su Jimi Hendrix senza canzoni di Jimi Hendrix è un po' come la rubrica sulle uscite cinematografiche senza l'opinione di Cannibal Kid.
Ford dice: Jimi Hendrix non ha bisogno di presentazioni, anche se, senza i suoi pezzi, decisamente qualcosa si perde. Andando oltre, comunque, la questione delle beghe legali e dei diritti, sono piuttosto curioso di questo biopic, in particolare per la partecipazione di Andrè 3000 degli Outkast, gruppo che ho sempre molto apprezzato, malgrado non quanto il grande Jimi.

"Il Cannibale!? Non lo voglio neanche vedere!"
Anime nere


Cannibal dice: Pellicola italiana molto apprezzata all'ultimo Festival di Venezia. La tematica criminale è la solita affrontata da molto nostro cinema, però l'approccio duro e crudo potrebbe ricordare Gomorra – La serie (che tra l'altro lunedì 22 settembre arriverà anche nei cinema) e allora lì sì che le cose si potrebbero fare interessanti.
Quanto a Ford, a forza di esaltare filmetti action che ormai fanno pena pure agli appassionati del genere, presto anziché un'anima nera troverà qualcuno che gli fa un occhio nero.
Ford dice: da Venezia si dice che questo titolo potrebbe essere notevole, benchè sia un prodotto italiano. Considerata la stagione che ci stiamo lasciando alle spalle, spero davvero che possa essere così, e non di trovarmi di fronte all'ennesima cannibalata radical chic come le recenti e bottigliatissime uscite di bassa lega mascherate da filmoni. Speriamo bene.

"Ford ha beccato il Cannibale. Dalla prossima settimana, sarà una rubrica a uno."
Un ragazzo d'oro


Cannibal dice: Un ragazzo d'oro non è a sorpresa un film su di me, di certo non lo è su Ford che non è più un ragazzo da 90 anni e d'oro non lo è mai stato, bensì su Riccardo Scamarcio, che torna al cinema nel nuovo film di Pupi Avati. Non credo di aver mai visto un film di Pupi Avati, dite che è ora di rimediare?
Nah, dai, non c'ho voglia.
Ford dice: già il titolo non mi dice nulla, già Scamarcio non mi dice nulla, già Sharon Stone rediviva non mi dice nulla, e già che ci sono, neppure Cannibal mi dice nulla che valga la pena ricordare.
Insomma, neppure Pupi Avati in persona potrebbe convincermi a vederlo.

"Scamarcio un attore!? Bella questa! Cannibal un esperto di Cinema!? Questa è ancora più bella!"
La nostra terra
 

Cannibal dice: Film di impegno sociale che passo volentieri al mio blogger rivale, il sempre noios... volevo dire sempre impegnato Mr. James Ford.
Ford dice: la mia terra è quella che userei con grande piacere per seppellire definitivamente l'ex Kid Cannibal. Ma attenderò la prossima Blog War, per questo. Intanto, potrei pensare anche di dare una possibilità a questo film.

"Ford ha sistemato Cannibal, e ora mi tocca fare tutto il lavoro sporco!"
La preda perfetta


Cannibal dice: Un film con Liam Neeson protagonista?
Non mi serve sapere altro. Una bella stroncatura cannibale è già in arrivo. Subito dopo Ford, lui è la mia preda perfetta.
Ford dice: curioso che nella stessa settimana escano due film con protagonisti l'attrice dalle mani più brutte del mondo - Megan Fox - e l'attore con le mani più brutte del mondo - Liam Neeson -. Inutile dire che, dopo i due Taken, da questo La preda perfetta mi aspetto una schifezza cosmica pronta per una bella stroncatura.

"Ford ha fatto fuori Cannibal!? Merda, volevo pensarci io!"

L'Ape Maia – Il film


Cannibal dice: Più devastante delle profezie dei Maya, ecco che arriva il film dell'Ape Maia. Se volete saperne di più non potete rivolgervi a Pensieri Cannibali, ma tranquilli perché tanto di sicuro passerà sugli schermi di WhiteRussian che di queste robe non se ne perde una. Quel blog ormai è diventato vietato ai maggiori di 4 anni.
Ford dice: l'Ape Maia non mi è mai piaciuta, neppure ai tempi dell'asilo. Del resto, gli insetti non mi sono mai andati a genio. Un pò come non mi è mai andata a genio l'Ape Kid.

"Zitto! Non vorrai che Peppa Kid venga a vedere il nostro film!"
Se chiudo gli occhi non sono più qui


Cannibal dice: Se chiudo gli occhi non sono più qui a scrivere commenti per una rubrica con James Ford, bensì su un'isola tropicale ad ammirare Megan Fox e i suoi splendidi pollici.
Ford dice: se chiudo gli occhi non sono più qui, ma in Australia, su una spiaggia, con un paio di cocktails pronti, Julez e il Fordino a giocare sulla spiaggia ed una palestra con piscina privata. Magari con gli Expendables come personal trainers.

"Lo vedi quello? E' Cannibal Kid, e di Cinema non capisce proprio nulla!"

mercoledì 17 settembre 2014

Good Morning Vietnam

Regia: Barry Levinson
Origine: USA
Anno:
1987
Durata: 121'




La trama (con parole mie): siamo a Saigon, nel 1965, e la guerra del Vietnam impazza.
Per risollevare il morale delle truppe viene chiamato a trasmettere l'aviere Adrian Cronauer, popolare dj delle forze armate. L'uomo, decisamente anticonvenzionale in quanto a metodi ed approccio, riscuote da subito un successo clamoroso con la sua "Good morning, Vietnam", ed al contempo attira le antipatie di alcuni degli ufficiali stanziati sul posto e responsabili delle trasmissioni.
Quando il suo legame con una ragazza del luogo e l'amicizia con il fratello di quest'ultima lo mette in pericolo, Cronauer si troverà a dover combattere non solo per la propria libertà di parola e trasmissione, ma per la sua vita e quella dei suoi nuovi amici, arrivando a giocarsi il posto nell'esercito e dietro il microfono.







La recente scomparsa di Robin Williams, oltre a segnare profondamente il sottoscritto - in fondo era stato il volto di almeno un paio di pellicole simbolo della mia crescita - ha risvegliato la curiosità in merito alla riscoperta o al recupero di titoli che l'avevano visto protagonista e che, per colpa o per destino, dalle parti del Saloon ancora non si erano viste: una di esse, se non per qualche spezzone colto nel corso delle numerose visioni concesse invece da mio fratello, è proprio Good morning Vietnam, uscita nel pieno degli anni ottanta e forse all'apice della carriera del suo protagonista e perfettamente ascrivibile alla cerchia dei titoli antimilitaristi in grado di stemperare il dramma attraverso una decisa ironia - non a caso fu paragonato, ai tempi, al MASH di Robert Altman, pur non raggiungendone i livelli -.
Ispirato alla vera storia di Adrian Cronauer e praticamente cucito addosso a Williams - che, di fatto, mise nel personaggio molti dei suoi tratti tipici e dei trademarks in quanto a battute che il pubblico avrebbe ritrovato spesso e volentieri anche in seguito -, il lavoro di Levinson è solido e funzionale, tipico esempio di Cinema USA in grado di accontentare il grande pubblico senza essere snobbato dall'elite legata all'autorialità, meritevole di raccontare una vicenda legata fortemente al Vietnam ma lontana dai drammi bellici che molti grandi Maestri dedicarono a quella che, di fatto, resta una delle cicatrici più profonde nella cultura a stelle e strisce - da Kubrick a Coppola, passando per Stone e Cimino -: interessante, infatti, quanto mostrato rispetto alla vita almeno in parte "pacifica" per le strade di Saigon, ed il rapporto tra i soldati americani ed i locali, dai ristoranti ai corsi di inglese - teatro delle gag migliori di Williams - passando per la lotta legata alle proprie radici dei vietnamiti ed il desiderio di ricominciare a vivere dall'altra parte di quel mondo, nel cuore del sogno americano venduto da quei soldati sempre in bilico tra l'invasione e la voglia di comunicare.
Proprio il linguaggio ed il suo utilizzo come strumento per abbattere le barriere ed agitare le acque si aggiungono alle tematiche più importanti trattate dal lavoro del regista di Sleepers e Piramide di paura, dalle sventagliate di battute a raffica del protagonista alla sua scoperta del mondo celato dalle strade di Saigon, passando alle già citate e spassose lezioni di slang da strada fino al concetto alla base della radio, ovvero un mezzo in grado non solo di divulgare notizie ed informazioni, ma di sfruttare musica e parola affinchè chiunque si trovi in ascolto possa non solo trascorrere del tempo piacevolmente, ma anche prendere spunto ed ispirazione per piccole o grandi imprese.
Certo, ci troviamo di fronte comunque ad un prodotto viziato almeno in parte dal buonismo a stelle e strisce da blockbuster - seppur colto - che non lesina colpi bassi - molto ben riusciti - come l'utilizzo di uno dei pezzi più noti e "da strappo" della Storia della Musica - What a wonderful world di Louis Armstrong -, eppure Good morning Vietnam è uno di quei titoli destinato a rimanere un Classico cui è impossibile non voler bene, quasi fosse lo scatenato Cronauer, che con tutti i suoi eccessi - verbali e non - finisce per segnare il cuore di chiunque si trovi in un modo o nell'altro ad ascoltarlo: dunque, dalle visioni a scuola fino a quelle da serate in famiglia, il lavoro della premiata ditta Levinson/Williams continuerà a funzionare, divertire e, in una certa misura, anche a commuovere.
Perchè in fondo, pur se con un pò di retorica, riesce a parlare della guerra giocando sul sorriso prima che sul dramma, e lo fa con una buona dose di onestà, da titolo pane e salame: se, dunque, un giorno il Fordino dovesse manifestare interesse rispetto all'argomento Vietnam al Cinema, senza dubbio questo sarà uno dei primi film cui penserò.
E non è una cosa da poco.



MrFord



"I see skies of blue,
and clouds of white.
The bright blessed day,
the dark sacred night.
And I think to myself,
what a wonderful world."
Louis Armstrong - "What a wonderful world" - 



martedì 16 settembre 2014

The sacrament

Regia: Ti West
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 95'





La trama (con parole mie): Jake, Sam e Patrick, tre giovani reporter, colgono l'occasione per un servizio che potrebbe rivelarsi un buco nell'acqua o uno sguardo unico su una comunità chiusa dove ha trovato rifugio Caroline, sorella di Patrick.
Giunti sul posto ed ottenuto a fatica il permesso di rimanere e riprendere il luogo ed i membri della comunità stessa, i tre si ritrovano a contatto con una realtà apparentemente idilliaca gestita da un leader - denominato Padre da tutti i presenti - che con sermoni melliflui e più che convinti pare avere definitivamente convinto ogni abitante di Eden Parish a credere nel suo progetto.
Quando, però, la festa organizzata proprio per celebrare l'arrivo dei reporter venuti dal mondo esterno termina, per Sam e Jake in particolare, separati dal loro compagno, si apre un mondo di dubbi e terrore circa la conduzione del campo da parte del Padre e dei suoi fedelissimi.
Cosa aspetta, dunque, i tre "intrusi"? E cosa si cela davvero dietro la facciata da Paradiso in Terra mostrata a prima vista del campo?








Il rapporto del sottoscritto con Ti West si potrebbe definire in molti modi, ma certo non con il termine semplice.
Quando, qualche anno fa, The house of the devil fece la sua comparsa regalando qualche brivido alla blogosfera, recuperai al volo il titolo speranzoso di potermi trovare di fronte ad un vero, nuovo talento del genere horror, che negli ultimi anni ha conosciuto più dolori che gioie, almeno da queste parti, finendo per essere soddisfatto solo in parte: neppure il tempo di capire che direzione avrebbe preso il suddetto rapporto, quand'ecco giungere l'onda lunga di Innkeepers, celebratissimo dalla critica online ed acclamato come qualcosa di innovativo ed unico nel suo genere.
Purtroppo, però, come spesso accade quando l'asticella delle aspettative finisce per alzarsi inevitabilmente, la delusione fu cocente, tanto da compromettere - e non poco - il giudizio sul lavoro di West, che ai tempi mi parve più un furbetto citazionista figlio della generazione di registi influenzati dall'ascesa di Tarantino negli anni novanta che non aveva poi così tanto da raccontare, e ben poco da sfruttare per inquietare e spaventare il suo pubblico.
E dunque, venne The sacrament.
Bistrattato da molti dei bloggers che avevano gridato al miracolo con il succitato Innkeepers, di fatto l'ultimo lavoro dietro la macchina da presa del buon Ti rappresentava una sorta di prova decisiva rispetto al diritto di permanenza dello stesso all'interno del Saloon: ed è curioso come, per quanto ai suoi fan hardcore sia parsa un'opera minore, l'abbia trovata di gran lunga la più riuscita del suo autore, regista - per l'appunto - e montatore.
The sacrament, infatti - ispirandosi agli eventi del massacro di Jonestown del 1978 operato ed orchestrato da Jim Jones, agghiacciante leader religioso, registrato come la più grande perdita di civili statunitensi fino all'undici settembre duemilauno -, porta sullo schermo tutta l'inquietudine ed il fascino perverso e misterioso del mondo delle sette e dell'influenza che queste ultime - specie se a sfondo religioso - finiscono per esercitare sui propri adepti, e seppur non inventando, di fatto, nulla di nuovo - da Manson e la sua Famiglia nella realtà al The village di Shyamalan i temi non suoneranno certo innovativi al pubblico -, regala uno dei prodotti migliori che il genere abbia concepito nel corso quantomeno della stagione in corso.
L'incredibile, agghiacciante, grottesca avventura dei tre protagonisti, partiti con l'idea di prestare soccorso alla sorella di uno di loro e, in caso, realizzare un servizio da poter rivendere ed utilizzare, diviene lo spunto per un mockumentary efficace, teso ed inquietante - soprattutto nella prima parte -, che fotografa alla grande quello che è il delirio nato da convinzioni religiose - imposte oppure no, poco importa - malsane e dettate da un leader pronto a sfruttare il suo carisma per fare presa, principalmente, su persone dalle spiccate debolezze - emarginati, poveri, tossici, figli delle ombre della società -.
Senza dubbio il risultato non è esente da difetti - non sempre la tecnica del found footage risulta chiara e comprensibile, e soprattutto nel crescendo di tensione finale West pare perdersi almeno in parte per dedicarsi a sequenze visivamente più impressionanti come il confronto tra Caroline e Patrick o tra il Padre e Jake e Sam - e potrebbe addirittura irritare chi, come del resto gli occupanti di casa Ford, a fronte di situazioni da lavaggio del cervello come quelle delle sette finisce per sgranare sempre gli occhi, chiedendosi come sia possibile per una ed ancor più per decine di persone riuscire a cadere nella rete di un unico individuo, per quanto almeno ai loro occhi dotato possa apparire, eppure l'utilizzo di elementi ormai classici come la piccola Savannah ed i dubbi crescenti dei main charachters rendono questo viaggio allucinante quanto basta per garantire una visione che il decisamente più noioso Innkeepers può solo sognarsi, o limitare ad un paio di momenti inspiegabilmente riusciti.
Un plauso dunque a West, che con un colpo di coda a metà tra il thriller ed il survival è riuscito in qualche modo a rientrare nelle grazie del sottoscritto, che ora si dichiara pronto ad attenderlo al varco per il prossimo lavoro: questo The sacrament, di fatto, è stato un sacrificio necessario.
E clamorosamente efficace.




MrFord




"You know our sacred dream won't fail
the sanctuary tender and so frail
the sacrament of love
the sacrament of warmth is true
the sacrament is you."
HIM - "The sacrament" - 




lunedì 15 settembre 2014

Under the skin

Regia: Jonathan Glazer
Origine: USA, UK, Svizzera
Anno:
2013
Durata:
108'





La trama (con parole mie): un misterioso motociclista, recuperato il cadavere di una donna, rende possibile la "vestizione" di un'aliena dello stesso. L'entità extraterrestre, una volta assunte le fattezze umane, decide di vagare attraverso la Scozia seducendo uomini che finisce per destinare all'oscurità psichedelica delle sue "stanze". Quando l'incontro con un ragazzo sfigurato cambia le sue prospettive, per la misteriosa viaggiatrice i sentimenti umani cominceranno a fare sempre più breccia nel suo modo di rapportarsi alla realtà.
Ma non è detto che a questo cambiamento corrisponda, di fatto, qualcosa di positivo: e circondata dalla cornice di una Natura splendida, selvaggia ed incontaminata, l'ospite extraterrestre potrebbe finire per incontrare un destino ben più amaro di quello delle sue prede.








Complice una delle stagioni cinematografiche meno esaltanti degli ultimi dieci anni, quest'anno ho finito per rimanere a corto anche di pellicole da massacrare come si conviene a suon di bottigliate, considerato che addirittura - almeno in parte - Lars Von Trier con il suo Nymphomaniac ha finito per deludermi da questo punto di vista: fortunatamente, non più tardi di una settimana fa, Colpa delle stelle è giunto in soccorso risvegliando dal torpore il sottoscritto e dando una bella spolverata alle sue armi predilette, conscio probabilmente di scaldarle per un'altra clamorosa merda d'autore che qualcuno è riuscito addirittura a definire un filmone come Under the skin.
Ma partiamo dal principio: come se non fosse bastata la lezione di The tree of life, continua ad apparirmi assurdo e ben oltre i confini di tutte le realtà conosciute che un regista sano di mente si prospetti di scimmiottare - verbo scelto ovviamente non a caso - 2001, Capolavoro assoluto di Kubrick, pensando di poter stupire con qualche immagine da trip d'acido buttata a caso sullo schermo.
Nel passato recente, soltanto Enter the void e Holy motors sono riusciti nell'intento di ricreare atmosfere ben oltre il lecito traendone, di fatto, qualcosa di unico e destinato ad essere ricordato: Jonathan Glazer, probabilmente traboccante d'ego quanto il già citato Von Trier, decide di prendere di petto l'inarrivabile lezione dello Stanley di noi tutti confezionando un polpettone indigesto, lento, inutile, privo di capo e coda, giocato tutto sulle scene di nudo che coinvolgono la protagonista Scarlett Johansson, che se rapportata agli standard della vita di tutti i giorni potrà apparire una bella donna ma che, di fatto, se presentata come la figa stellare che non è finisce per deludere, una volta svestita, anche chi si aspettava un corpo da fantascienza - e non è il mio caso, considerato che già pensavo che non avrebbe retto il confronto con la Rosario Dawson dell'altrettanto deludente In trance di qualche mese fa -.
Certo, la cornice è splendida, e le location scelte dall'autore assolutamente perfette, tanto da riportare alla memoria il sapore del whisky di malto e le visioni del - quello sì - meraviglioso Valhalla rising, il finale interessante, la tesi legata alla dipendenza dei maschi umani adulti dal triangolo più importante del mondo - e forse dell'universo - assolutamente veritiera, ma non bastano poche - e scontate - verità per rendere interessante una pellicola assolutamente priva di attrattive e senso di esistere, buona giusto per i radical chic pronti a darsi un bel tono da spocchiosi decandando i sottotesti che Under the skin dovrebbe comunicare al suo pubblico.
Raramente, pure finendo per sforzare i pochi neuroni rimasti con gli occhi aperti a fatica cercando di ricordare una situazione analoga, ho finito per annoiarmi così mortalmente durante la visione di un film, mantenendo l'interesse sveglio - e non solo quello - grazie ad abbondanti rifornimenti di cibo ed agli scorci offerti dalle Highlands, finendo prigioniero di una sceneggiatura sconclusionata e solo apparentemente "geniale" in grado di saltare da dialoghi al limite del ridicolo involontario alle inquadrature su una Johansson - che non è mai stata chissà quale attrice, intendiamoci - alla sua di gran lunga peggiore interpretazione di sempre.
Come se tutto questo non bastasse, finisco anche per fare finta di niente e soprassedere rispetto ai riferimenti ad Elephant man e all'approccio in stile Cronenberg per evitare di infierire ulteriormente su quello che potrebbe essere uno dei candidati più autorevoli a film peggiore dell'anno, in barba a tutti gli snob che sono corsi a gridare al miracolo rispetto ad uno dei simboli più efficaci della definizione di "merda d'autore".
Se questi sono gli alieni che dovrebbero aprirmi gli occhi, preferisco tenere gli stessi decisamente "wide shut", per non essere da meno e citare un Maestro che certa gente come Glazer non dovrebbe neppure permettersi di immaginare.
Figuriamoci intraprendere una presunta carriera nello stesso campo.




MrFord




"Mi piace la bicicletta, ci faccio dei giri, 
incontro la fidanzata e poi le mostro il cambio. 
E tutto era partito da un mio caro amico, 
per questo dico fidati quando ti dico 
la visione della figa da vicino, la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, la visione della figa."
Elio e le Storie Tese - "La visione" - 




 

domenica 14 settembre 2014

Enemies closer

Regia: Peter Hyams
Origine: UK, USA
Anno: 2013
Durata: 85' 




La trama (con parole mie): Henry, un ranger forestale da anni di stanza in una quasi disabitata isola situata nella zona di confine USA/Canada, ha un passato nelle forze speciali da seppellire nella memoria pronto a chiedergli il conto per mezzo del fratello di uno dei suoi uomini dei tempi, morto tragicamente in azione. Clay, questo il nome dell'improvvisato vendicatore, rintraccia infatti Henry con l'intento di ucciderlo e chiudere i conti anche con se stesso, reduce da una vita ben lontana dall'essere felice, in bilico tra un passato in carcere ed il rancore provato per l'uomo che ritiene responsabile della fine del suo fratellino.
Peccato che il progetto di vendetta sia bruscamente interrotto dall'arrivo sull'isola della banda di Xander, pericolosissimo trafficante di droga ed assassino deciso ad ogni costo a recuperare un carico affondato al largo a seguito di un incidente aereo: Henry e Clay, dunque, nemici giurati, dovranno fare fronte comune per sopravvivere e porre fine alla minaccia di Xander.








So già che starete pensando - primo fra tutti il Cannibale - che sia impazzito.
Per quanto possa essere un tamarro sguaiato ed un amante di un certo tipo di action e di trash, di norma non assegno mai voti troppo alti ai titoli perfetti per lo svago dei miei neuroni, neanche quando si tratta di film con protagonista il numero uno di questo genere: il mio caro, vecchio Sly.
Eppure è proprio così. Enemies closer è inesorabilmente, inequivocabilmente, incredibilmente una figata come non ne vedevo da tempo, e senza dubbio il miglior film con protagonista Van Damme dai tempi dell'ormai mitico JCVD, e tra i primi cinque della sua intera carriera - non contando quella meraviglia di Expendables 2, sia chiaro -.
Fin dalla prima apparizione del Nostro, tornato al ruolo del cattivo come all'inizio della sua carriera, vestito da mountie canadese, con una cavellata assolutamente inguardabile che lo fa assomigliare ad un pupazzo da show televisivo, un piglio totalmente sopra le righe, incontrollato e gigioneggiante, pronto a fare polpette dei malcapitati di turno con una serie di mosse più vicine all'MMA che non ai calci rotanti del passato, si ha la percezione di essere di fronte a qualcosa di davvero speciale.
Tutto questo, senza contare il francese.
Perchè grazie all'incredibile personaggio di Xander, il buon Jean Claude può tornare a sfoggiare la sua lingua madre accostandola ad un charachter non solo destinato a mettere in ombra tutti gli altri, ma anche lo script stesso, geniale nella sua crudele aura da villain da fumettone lontano dai limiti ormai imposti quasi ovunque dal PG: trafficante di droga vegano con traumi infantili che l'hanno portato ad odiare chiunque minacci la Natura ed i suoi abitanti, il criminale portato in scena da Van Damme è uno spettacolo per gli appassionati del genere così come per il Cinema - trash - tutto, e la vicenda - figlia di un certo tipo di prodotti assolutamente macho oriented - con i due nemici per la pelle portati da una minaccia più grande a stringere alleanza fino a diventare quasi amici finisce per mescolare la mitologia di eroi amatissimi da queste parti come Hap e Leonard a situazioni che ricordano - purtroppo non per spessore del resto del cast - meraviglie eighties in stile Tango&Cash.
Interessante, inoltre, la scelta di non rendere invincibili - anzi, piuttosto fallibili - i due "eroi" contrapposti a Xander, così come la volontà del regista di non porre limiti all'istrionismo becero di Van Damme, in grado di prendere sulle spalle l'intera pellicola rifacendosi di cose recenti di dubbio gusto come Welcome to the jungle e regalando praticamente una perla per ogni singola sequenza: dalla già citata prima apparizione all'ultima, assistiamo di fatto ad un festival vero e proprio dell'attore ed esperto di arti marziali belga, pilastro dell'action anni ottanta e simbolo di un'epoca che ancora oggi risulta difficile pensare possa essere davvero parte del passato.
Ottimo il lavoro sulla fotografia - che potrà anche apparire piuttosto scura, eppure in alcuni momenti è riuscita addirittura a ricordarmi i colori sempre carichi del wuxia -, ed il ritmo, pronto a non dare un attimo di tregua allo spettatore grazie a twist che, seppur telefonati, finiscono per appassionare neanche si potesse tornare ragazzini in preda ai primi sfoghi da film di arti marziali con tanto di mosse replicate durante e dopo la visione.
Enemies closer è tutto questo e molto di più.
Lo capiranno i figli della mia generazione, cresciuti a pane e Stallone e Schwarzenegger, che ancora si emozionano all'idea dell'incontro di Muay Thai con le corde delle fasciature imbevute di resina e spinte tra i cocci di vetro, e provano un brivido quando il cervello si stacca dalle menate della vita e si può pensare che tutto questo possa esistere davvero.
Perchè se esiste, è grazie ad attori, interpreti, esperti del calibro di Van Damme.
Squilibri e disciplina, calci rotanti e situazioni improbabili, quelli come lui sono il cuore pulsante della macchina dei sogni che è il Cinema.




MrFord




"So anytime somebody needs you, 
don't let them down, although it grieves you,
Some day you'll need someone like they do, 
looking for what you knew."
Led Zeppelin - "Friends" - 




 
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