lunedì 20 ottobre 2014

Maze runner - Il labirinto

Regia: Wes Ball
Origine:
USA, Canada, UK
Anno:
2014
Durata: 113'




La trama (con parole mie): il giovane Thomas, trasportato da un misterioso montacarichi, si ritrova in una radura quasi incontaminata circondato da altri ragazzi della sua età che da tre anni si confrontano con la vita immersi nella Natura ed il grande Labirinto che incombe sul loro rifugio.
La struttura, pronta ogni notte a cambiare secondo uno schema che si ripete periodicamente, è mappato con cura dai Velocisti, che si occupano di esplorarlo durante il giorno per tornare al tramonto, evitando il contatto con le terrificanti creature poste a guardia dei suoi corridoi, in cerca di un'ipotetica via d'uscita che pare non esistere.
Thomas, curioso e poco propenso a seguire ciecamente le regole cui i ragazzi si rifanno per poter convivere con la situazione inspiegabile in cui si trovano - nessuno di loro ha memoria del tempo trascorso prima dell'arrivo nel luogo che li ospita -, diverrà l'ago della bilancia nel confronto tra una nuova generazione e le precedenti, responsabili di aver portato i loro figli di fronte al Labirinto.







Sinceramente non riesco a spiegarmi l'epidemia di trilogie e saghe teen fantasy proliferate come funghi in Letteratura e al Cinema negli ultimi dieci anni: si stava bene ai tempi in cui due generazioni differenti avevano avuto Star Wars e Il signore degli anelli intervallati da quello che è senza dubbio il periodo più interessante per il genere, gli anni ottanta, senza Twilight, Hunger Games ed affini ad ammorbare gli adulti cui non dispiacerebbe tornare bambini almeno con il pensiero così come i giovani, privi degli stimoli che noi divenuti ormai vintage siamo stati senza dubbio fortunati ad avere.
Parte di questo fenomeno ha portato alla ribalta Maze Runner, primo film di una supposta trilogia che pesca a piene mani dal già citato immaginario eighties, miti dell'antichità - del resto, il labirinto è uno dei concetti più interessanti elaborati fin dall'alba dei tempi - e gusto attuale, purtroppo simile per destino al recente The giver - Il mondo di Jonas, partito meglio di quanto si potesse sperare e naufragato inesorabilmente minuto dopo minuto.
Se, infatti, la prima parte - con tutti i suoi limiti che ricordano in parte The village, seppur in versione decisamente minore, ed altri il terribile After Earth, seppur in versione decisamente maggiore - può sperare quantomeno di catturare l'attenzione non troppo decisa del pubblico, con la seconda la noia e la lentezza paiono prendere il sopravvento - considerato che si tratta di un film d'intrattenimento indirizzato ad un pubblico giovane, sono rimasto stupito da quanto pesante mi sia parso arrivare alla conclusione -, spalleggiate dalla scellerata scelta di adattare il romanzo - che, non avendo letto, non posso apertamente criticare - come se Thomas fosse una sorta di dio sceso in terra per dare una mano alla manica di stronzi che per tre anni tre sono riusciti praticamente solo a tirare la carretta di fronte al Labirinto, in attesa che giungesse tra loro una sorta di prescelto pronto in tre giorni non solo a risolvere tutti gli enigmi del caso, ma anche a sovvertire completamente l'ordine del mondo per come il gruppo di ragazzi prigionieri l'aveva conosciuto.
Una cosa che sfiderebbe la logica perfino nel più illogico tra gli horror di bassa lega, e che finisce per portare di nuovo a galla i ricordi del sottoscritto rispetto alla già citata schifezza con protagonisti gli Smith padre e figlio dello scorso anno, sacrificando anche quanto di buono poteva essere stato fatto soprattutto nell'incipit e nella costruzione del film, senza neppure, in tutto questo, citare il terribile spiegone conclusivo appena precedente il ridicolo confronto tra Thomas ed il suo rivale Gally, pronto a lanciarsi all'inseguimento del protagonista attraverso il Labirinto pur non avendo mai, di fatto, messo piede nello stesso finendo per replicare il successo nell'impresa di andare oltre dello stesso main charachter.
Una robetta, dunque, che potrà - anche se non ci metterei la mano sul fuoco - soddisfare il pubblico meno esperto ed i giovani senza troppe pretese, ma che di fatto riesce a scampare alle bottigliate o ad un voto più basso soltanto perchè, privo delle informazioni della lettura di riferimento, non volevo apparire troppo limitante e cattivo, almeno per una volta.
Resto comunque dell'idea che, se per una qualsiasi congiuntura favorevole il secondo capitolo già in lavorazione ed il successivo terzo non venissero portati a termine non sarebbe certo una perdita per il mondo della settima arte e per noi spettatori, che ci risparmieremmo l'ennesimo polpettone pseudo adolescenziale privo del fascino dei titoli con i quali siamo cresciuti così come dell'appeal di saghe forse non perfettamente riuscite ma comunque coinvolgenti come quella di Harry Potter.
Purtroppo ho l'impressione che il futuro non mi darà ragione e saremo costretti a subirci i capitoli che verranno realizzati, ma almeno una consolazione ce l'ho: già dal prossimo, non sarò così magnanimo e pronto a passare oltre i difetti di una sorta di cocktail poco riuscito realizzato shakerando elementi e tematiche presenti in cult con i quali sono cresciuto e che continuo a trovare importanti ancora oggi.



MrFord



"Now everything is reflection
as I make my way through this labyrinth
and my sense of direction
is lost like the sound of my steps
is lost like the sound of my steps."
Elisa - "Labyrinth" -




domenica 19 ottobre 2014

Il capitale umano

Regia: Paolo Virzì
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 109'



La trama (con parole mie): in un Nord Italia a metà strada tra la crisi economica e le speranze che dall’adolescenza proseguono fino all’età adulta rispetto ad un modello dato dai “nuovi ricchi” si muovono le famiglie Bernaschi ed Ossola. 
I primi, di successo, conosciuti e riveriti, a proprio agio in ogni occasione, specie se ad alti livelli, si trovano legati a doppio filo ai secondi quando il rapporto irrisolto dei due figli – che fingono di stare insieme anche quando non lo sono più da un pezzo – funge da catalizzatore per un’improbabile inserimento in un affare da capogiro – e da squali della finanza neppure troppo lecita – di Dino, capofamiglia degli Ossola.
Ad aggiungersi a questo guaio, i crescenti tormenti della moglie di Giovanni Bernaschi, affascinata da un ritorno al passato e al teatro, ed un incidente che costa la vita ad un cameriere, del quale sembra essere responsabile il giovane Massimiliano, tornato a casa ubriaco dopo una festa. 
Almeno fino a quando non viene portato a galla dalla polizia il coinvolgimento di Serena Ossola nell'accaduto.








Virzì è un regista di quelli che, al Saloon, trovano sempre facilmente un posto a sedere ed un brindisi ad accoglierli, tra i pochi in questo ormai più che disastrato Bel Paese ad avere la forza e l’impegno necessari per raccontare ad un certo livello e con una buona profondità.
Da Ovosodo a Caterina va in città, fino allo splendido La prima cosa bella – forse il migliore tra i suoi lavori -, l’autore livornese ha sempre portato grande attenzione a quella che era la situazione in cui versava il Nostro Paese nel momento della realizzazione della pellicola di turno, specchiandole tutte nel presente e nel passato di un’Italia che, di fatto, ha sempre basato la sua determinazione – quando ha avuto voglia di manifestarla – sulla forza necessaria a superare e lasciarsi alle spalle i problemi, piccoli o grandi che fossero.
Il capitale umano, passato in colpevole ritardo qui al Saloon e giunto in occasione della sua investitura ufficiale a candidato italiano per l'Oscar, portava sulle spalle non solo la responsabilità del suo regista e delle ottime recensioni ricevute, ma anche di un momento certo non florido della settima arte nostrana, in bilico tra la crisi economica che ormai da tempo soffoca il progresso non solo italiano e quella culturale – che potrebbe essere perfino peggiore – e proposte interessanti che ormai si contano, nel corso della stagione, sulle dita di una mano.
Il risultato è stato un successo a metà, reso possibile in positivo dalla scelta di una narrazione divisa per capitoli e punti di vista differenti, dalla selezione degli attori “navigati” – ottimo Bentivoglio, bravi Gifuni e la Bruni Tedeschi – e da un piglio da thriller sociale decisamente interessante ed in negativo da un vero e proprio crollo rispetto alle concessioni da film di grande distribuzione sul finale – davvero pessimo lanciare il sasso e ritrarre la mano, per un regista da sempre impegnato come Virzì -, da una nuova leva di interpreti decisamente non all’altezza – i due figli protagonisti della vicenda dell’incidente al limite dell’imbarazzante, di poco sopra il giovane sbandato Luca – e dalla sensazione che lo stesso cineasta livornese non avesse un’idea precisa a proposito della direzione da dare all’intera opera: quello che è dietro, infatti, a Il capitale umano è una presa di posizione potente e decisa contro una società che premia un certo tipo di aggressività da classe alta ed abbiente rispetto ad una bassa ed operaia relegata a risarcimenti moralmente deplorevoli – il capitale umano del titolo – oppure una versione d’autore e più profonda dei drammi mucciniani che andavano per la maggiore una quindicina d’anni fa?
La crisi ha di fatto colpito anche Virzì, oppure il suo intento era quello di mescolare le carte in modo da raccontare un disagio che è presente e radicato da una parte e dall’altra della barricata?
Al termine della visione, non credo di aver trovato una risposta chiara e valida a queste domande, così come non mi sono sentito affatto convinto di applaudire a questo film come molti altri colleghi della blogosfera e non, quasi dietro ad esso si celasse una scomoda aura di parziale ipocrisia che potrà apparire ai vecchi irriducibili di Ovosodo come un vendersi da parte del buon Virzì e ai suoi detrattori come un’accusa neppure troppo velata e decisamente goffa ad un sistema che, di fatto, sta ancora e come sempre dando ragione agli squali.
Che non paiono essere stufi di nuovo sangue.



MrFord



"Sono tanti arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti,
sono replicanti, sono tutti identici guardali
stanno dietro a machere e non li puoi distinguere.
Come lucertole si arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano.
Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno, spendono, spandono e sono quel che hanno."
Frankie Hi-NRG - "Quelli che benpensano" -


 

sabato 18 ottobre 2014

Fucking Amal - Il coraggio di amare

Regia: Lukas Moodysson
Origine: Svezia, Danimarca
Anno: 1998
Durata: 89'





La trama (con parole mie): in una piccola cittadina svedese, due adolescenti vivono destini diametralmente opposti. Elin è considerata una delle più attraenti e ribelli della scuola, cambia ragazzo senza alcuna fatica, insieme alla sorella non esita a buttarsi in feste ed avvenimenti considerati mondani e sogna di abbandonare il paese.
Agnes, trasferitasi da due anni, ancora fatica ad avere amici, coltiva un rapporto non risolto con i suoi genitori e nasconde al mondo il proprio amore per Elin.
Quando, a seguito di una scommessa e di ripicche adolescenziali tra amici e fidanzati di turno, Elin finge di manifestare interesse per Agnes arrivando a baciarla, si innesca tra loro un rapporto che porterà le due ragazze a rivedere completamente il proprio punto di vista ed il rapporto con il mondo.






Esistono alcuni titoli che è un peccato non poter cogliere nel momento giusto della propria vita di spettatori, quando le sensazioni, la vita e qualunque altra cosa sia in ballo in quell'istante potrebbe rendere l'esperienza unica e speciale: è il caso di Fucking Amal, uscito sul finire degli anni novanta e spesso e volentieri incensato dalla critica alternativa come sguardo unico e diverso nel mondo del Dogma nato in Danimarca pochi anni prima, incentrato sui turbamenti adolescenziali delle giovanissime Agnes ed Elin, così diverse tra loro da finire per esercitare l'una sull'altra non solo un'influenza, ma anche un'irresistibile attrazione.
Con ogni probabilità, infatti, se avessi incrociato il mio cammino con quello del lavoro di Moodysson ai tempi della sua uscita, non ancora ventenne, ora considererei questo come uno dei titoli di formazione cui non si smette mai di voler bene, e che finiscono per occupare un posto speciale nella propria galleria di amarcord emozionale: un vero peccato, dunque, averlo recuperato solo ora, per giunta in occasione della Blog War con la mia nemesi Cannibal Kid - e dunque neppure nelle condizioni migliori, considerato di essere costretto, "per doveri di cronaca e personaggio", a sottolinearne più i difetti che non i pregi -, quando i ricordi dell'adolescenza cominciano a diventare vaghi e la sensazione che, ai tempi, per dirla come Guccini, "si è stupidi davvero", e dunque inesorabilmente destinati a propendere per scelte che in seguito verranno altrettanto inesorabilmente rinnegate.
Ad ogni modo, il lavoro del buon Moodysoon è ben svolto, e seppur tecnicamente non eccelso saggiamente costruito attorno alle due splendide protagoniste, una sorta di sorelline minori delle interpreti del più recente ed incisivo La vita di Adele, nonchè attento a portare in scena una problematica ai tempi ancora poco analizzata come quella dei rapporti omossessuali in età non adulta ed all'interno di uno degli ambiti più crudeli che si possano immaginare: quello della scuola.
In questo senso, più che la più timida e complessata Agnes risulta interessante la ribelle Elin, dal rapporto decisamente non risolto con la sorella a quello con i ragazzi fino al legame costituitosi quasi per caso con Agnes stessa, nato da una scommessa e divenuto uno di quei "dolori" destinati a segnare l'adolescenza e, chissà, forse l'intera esistenza di chi lo vive.
Il vero pregio di questo film è proprio da ricercare nella semplicità attraverso la quale il regista sceglie di raccontare questa improbabile storia d'amore, sia che si parli di girato che di narrazione, quasi come fosse un Ken Loach privo del carico di dramma che, di norma, il cineasta anglosassone porta in eredità al suo pubblico: una scelta che mi trovo a condividere, considerato che, con tutti i suoi alti e bassi, l'adolescenza e quello che la stessa comporta - soprattutto le storie d'amore - dovrebbe essere vissuta come una gioia, perchè nient'altro nel corso della vita avrà, in un certo senso, la stessa intensità e portata.
Peccato che, spesso e volentieri, si è troppo stupidi, per l'appunto, per cogliere questa sfumatura nel momento in cui la si ha tra le mani.
Resta dunque da chiedersi se Elin ed Agnes saranno rimaste insieme, se la prima avrà di fatto scoperto la sua attrazione per le ragazze o se, alla lunga, sarà tornata sui suoi passi spezzando il cuore della seconda, o addirittura il contrario.
Oppure poco importa: quello che conta è che le due ragazze siano uscite da quel bagno, incuranti della neppure troppo sottile crudeltà e della malizia dei compagni di scuola, e abbiano camminato a testa alta verso il loro futuro.



MrFord



"I wanna know what love is
I want you to show me
I wanna feel what love is
I know you can show me."
Foreigner - "I wanna know what love is" -



venerdì 17 ottobre 2014

Submarine

Regia: Richard Ayoade
Origine: UK, USA
Anno: 2010
Durata: 97'




La trama (con parole mie): il quindicenne Oliver Tate vive in un mondo per lui piuttosto difficile, messo all'angolo da una società scolastica lontana dalla sua timidezza ed alle corde dal rapporto con e tra i suoi genitori, pronti a rimbalzare tra lavori che non li soddisfano ed un destino di legami forse riciclati.
Quando ha inizio la storia sentimentale con la coetanea Jordana Bevan per Oliver cambiano le prospettive, dal sesso al confronto con il mondo.
La crisi del matrimonio dei genitori e la malattia della madre della nuova fidanzata porteranno il ragazzo a confrontarsi con il dramma filtrato attraverso lo specchio deformante dell'adolescenza: riuscirà Oliver ad uscire dal guscio e limitare i danni? O dovrà rassegnarsi alla chiusura nel sottomarino che da sempre immagina essere il riparo ideale per i suoi sentimenti?








L'adolescenza è davvero una gran brutta bestia.
Forse la peggiore con la quale ci troviamo a duellare nel corso della nostra esistenza, messe da parte le vere grandi tragedie e concentrandoci solo ed esclusivamente sulla quotidianità.
Oliver Tate è l'esempio perfetto dei "drammi" che la maggior parte di noi si trova a vivere nel tumultuoso - almeno per il cuore - periodo appena citato, dall'eccessiva timidezza all'eccessiva stima di se stessi, dalla percezione distorta del mondo alla tendenza a complicare il più possibile anche la semplicità: Richard Ayoade costruisce alla perfezione sul suo protagonista proprio la sensazione di disagio perenne che avvolge il tipico adolescente "sensibile" nel periodo più delicato della sua crescita, quello che, in un qualche modo, lo definirà per come sarà una volta divenuto adulto, strizzando l'occhio al Cinema indie che conta - da Wes Anderson a This is England - riuscendo, almeno all'apparenza, a far entrare in profonda empatia i personaggi principali con il pubblico malgrado la loro quasi totale ed incredibile antipatia.
Se dovessimo guardare Submarine da un punto di vista sociologico, dunque, si potrebbe quasi pensare di trovarsi di fronte ad un film impeccabile sia dal punto di vista della capacità di portare sullo schermo le sfumature più o meno piacevoli dei suoi protagonisti, sia rispetto alla cornice che permette al regista di raccontare Oliver in tutte le sue sfaccettature - memorabile, ad esempio, il personaggio interpretato da Paddy Considine, cartina tornasole del rapporto tra i genitori Tate -, sia rispetto allo stile, per certi versi un pò troppo alternativo - i finti filmini di Oliver a proposito del suo rapporto con Jordana - ma comunque incisivo nel complesso.
Eppure un film non è soltato estetica, messa in scena, programmazione razionale e studiata a tavolino di quello che potrebbe colpire il pubblico: ed è proprio in questo senso che Submarine difetta.
Nel corso di tutta la visione, infatti, niente di quello passato sullo schermo - e con niente intendo anche i passaggi pronti a ricordare al sottoscritto momenti della sua stessa adolescenza - è riuscito a smuovere un coinvolgimento emotivo in grado di azionare la macchina del tempo come fu per lo splendido Noi siamo infinito, o anche soltanto alzare il gomito per il colpetto che, in amicizia, può voler significare molte cose senza che ci sia il bisogno effettivo di esprimerle a parole o per immagini.
Ayoade, sfruttando le performance decisamente ottime di tutti i suoi attori - dal già citato Considine ai giovani Roberts e Paige, senza dimenticare i veterani Sally Hawkins e Noah Taylor, in grado perfino di ricordarmi l'ottimo Il calamaro e la balena - ed una messa in scena stilosa al punto giusto, confeziona un compito da alunno modello al quale, però, manca il carattere che solo l'imperfezione e l'istinto sanno regalare, il guizzo da numero dieci che trasforma, parafrasando i Fab Four, un semplice submarine in uno strabiliante yellow.
Soltanto in un passaggio, infatti, sulle note del responsabile della colonna sonora e cantante degli Arctic Monkeys Alex Turner, è possibile notare un trasporto che possa indurre a pensare che all'uomo dietro la macchina da presa - e da scrivere - importi qualcosa del cuore della sua opera, ma è poca cosa rispetto a novanta minuti che avrebbero potuto rappresentare un vero e proprio cult per gli amanti del genere e non solo. 
In un certo senso, concedersi la visione di Submarine è un pò come dare appuntamento ad un teenager: non avrai mai la garanzia che si possa trattare dell'illuminazione di un innamoramento o dell'illusione di una cotta per qualcuno cui, in realtà, non frega niente di te.
E, pescando dal bacino sempre utile dell'action, potrei interpretare questo dubbio con una citazione intramontabile: sono troppo vecchio per queste stronzate.



MrFord



"If I don't explain what you ought to know
you can tell me all about it
on, the next Bardot
I'm sinking in the quicksand
of my thought
and I ain't got the power anymore."
David Bowie - "Quicksand" - 



giovedì 16 ottobre 2014

Thursday's child


La trama (con parole mie): proseguono le settimane all'insegna dell'incertezza e dei dubbi, come se non bastasse una presenza decisamente eccessiva del Cannibale su queste pagine - complice la Blog War, sono tre giorni su sette, una sorta di overdose neppure apparentemente piacevole -.
Farò di necessità virtù, comunque, e resisterò portando avanti il baluardo del buon Cinema a dispetto delle discutibili scelte del mio rivale. Del resto, al Saloon basta un bicchiere, e si può affrontare qualsiasi cosa!



"Merda, Ford è già al bancone. Non sarà rimasta una sola goccia di alcool."


Il giovane favoloso

"Non è per niente dolce, naufragare nel mare di stronzate che ogni giorno scrive il Cannibale."

Cannibal dice: Il film su Giacomo Leopardi che è stato parecchio apprezzato all'ultimo Festival di Venezia si preannuncia tra le (poche) visioni italiane degne di nota della nuova stagione. Il film sarà poi all'altezza delle aspettative? Chi lo sa?
L'unica cosa che so per certo è che il naufragar di Ford m'è dolce in questo mare.
Ford dice: Germano è uno forte, Leopardi era uno molto forte. Le premesse di un film interessante, nonostante si tratti di una pellicola italiana, potrebbero esserci. Eppure sento puzza di fregatura. Sarà che, dopo aver visto i film teen propinati dal Cannibale, ancora verso in uno stato di shock.




Tutto può cambiare

"Certo che Ford ci va giù pesante, quando prepara un cocktail!"

Cannibal dice: Tutto può cambiare, tranne Ford che rimane sempre lo stesso vecchio patito di porcherie action anni '80.
Quanto al film Tutto può cambiare, è una pellicola musicale – attenzione, non ho detto musical! - con Keira Knightley, Mark Ruffalo e Adam Levine dei Maroon 5. La recensione cannibale arriverà a breve, nel frattempo voi andate a guardarlo e soprattutto ad ascoltarlo.
Ford dice: tutto può cambiare, tranne Cannibal, che continuerà ad avere discutibili opinioni cinematografiche.
Il film, invece, mi pare una delle più classiche hollywoodianate mascherata da cosa cool, e nonostante i suoi protagonisti non mi dispiacciano affatto, non mi ispira neanche per sbaglio. Tanto più che il mio rivale pare averlo gradito.


Un milione di modi per morire nel West

"Accidenti, questa ragazza spara meglio di Peppa Kid!" "E ti stupisci anche!?"

Cannibal dice: Conosco un milione di modi per far morire Ford. Sottoporgli un'altra maratona di miei spettacolari film teen, giusto per dirne uno. Uno dei modi per far morire me è invece sottopormi alla visione di un film western. Una tendenza cambiata solo di recente grazie a Django Unchained. Questo Un milione di modi per morire nel West di e con il mitico creatore dei mitici Griffin Seth MacFarlane riuscirà a replicare il miracolo?
Lo scoprirete presto non nel vecchio West e nemmeno nel saloon dell'ancor più vecchio Ford, ma su Pensieri Cannibali.
Ford dice: Seth McFarlane è un tipo abbastanza divertente. Ai tempi, adoravo i Griffin, e non mi è dispiaciuto - benchè imperfetto - Ted. Ora il buon Seth è alla prova del fuoco sul terreno forse più congeniale al sottoscritto insieme all'action: il Western. Ce la farà il papà dell'orsacchiotto più irriverente del Cinema recente a stupirmi? Solo il tempo - e White Russian - potranno dirlo.


...E fuori nevica!

"Vi prego, non mandatemi in macchina con Ford!"
Cannibal dice: Il nuovo film di Vincenzo Salemme con Giorgio Panariello e lo stesso Vincenzo Salemme?
Preferirei una nevicata. O una pellicola consigliata da Ford...
No, va beh, quest'ultima cosa no!
Ford dice: nevicherà quando smetteranno di distribuire schifezze come questa, o i film teen che piacciono tanto a Peppa Kid.


La banda dei supereroi

"Siamo venuti per fronteggiare quei due stronzi di Ford e Cannibal!"
Cannibal dice: Dal trailer pare una versione amatoriale, ma molto mooolto amatoriale, di Kick-Ass.
Mi chiedo come facciano a distribuire una cosa del genere non su YouTube ma nelle sale cinematografiche. A questo punto mi chiedo: tra un po' che avranno il coraggio di far uscire, pure i filmini delle gare di wrestling di Mr. Hulk Hogan Ford?
Ford dice: i supereroi mi piacciono, davvero. Non vedo l'ora che escano, per esempio, I Guardiani della galassia. E Avengers 2. Ma questo mi pare troppo perfino per me.


Cristiada

"Caro Peppa, un giorno tutto questo sarà tuo!" "Ma Ford, io non voglio un ranch da cowboy!"
Cannibal dice: Che Cristo è questa roba?
Sembrerebbe una latino-americanata storica clamorosa con protagonista il mai sopportato Andy Garcia. Passo la patata caliente all'amante dei polpettoni Mr. James Ford e scappo a mettermi in salvo.
Ford dice: altro film che puzza di sòla lontano un miglio. Ma che è!? La settimana del Cucciolo Eroico!?


La moglie del cuoco

"La prossima volta cerca di non far guidare Ford, per favore!"
Cannibal dice: Un altro film sulla cucina? Ma non ne era arrivato uno appena la settimana scorsa?
Ormai le pellicole di questo genere stanno diventando più numerose del reality-show culinari. Già non me ne frega niente di quelli, figuriamoci di questi.
Ford dice: preferisco godermi le esibizioni di Bastianich, che sciropparmi l'ennesimo film legato a cuochi ed affini. Roba da togliersi il grembiule e abbandonare la cucina di FordChef.


Minuscule

"Cucciolo eroico, dopo aver letto la tua lista teen, ho scoperto di essere più dura di te!"
Cannibal dice: Ennesima pellicola d'animazione che si preannuncia trascurabile e minuscola. Quindi una tipica fordianata.
Ford dice: ormai non ho più dubbi. È la settimana delle potenziali delusioni. L'ennesima. Tra un po' finirò a rimpiangere le terrificanti liste di film suggeriti da Cannibal Kid.


Piccole crepe, grossi guai

"Una volta ero un blogger famoso passato al .com, e guardate ora come sono finito!"
Cannibal dice: Terza pellicola francese della settimana, dopo La moglie del cuoco e Minuscule, terza pellicola che a sorpresa non mi attira manco per sbaglio. Che mi sta succedendo? È la cattiva influenza di quel filoamericano di Ford, oppure è il cinema transalpino ad essersi un po' spento negli ultimi spenti tempi?
Ford dice: dopo una stagione memorabile, il Cinema transalpino pare in caduta libera neanche fosse l'attenzione rispetto ai consigli sviolinati dal mio rivale. Speriamo sia l'inizio di una nuova, grande stagione per il Cinema USA. Action, magari.


Fango e Gloria – La grande guerra

"Ecco, questo è il punto dell'imboscata a quei due fastidiosi bloggers."
Cannibal dice: Siamo sicuri che non sia una nuova fiction Rai?
Sicuri sicuri?
Ma sicuri sicuri sicuri sicuri???
Ford dice: Ford e Cannibal - La grande guerra. Questo sì, che sarebbe stato interessante.

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