martedì 30 settembre 2014

That awkward moment - Quel momento imbarazzante

Regia: Tom Gormican
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
94'




La trama (con parole mie): Jason, Daniel e Mikey sono tre amici inseparabili fin dai tempi dell'università, sempre pronti a spalleggiarsi l'un l'altro, che si tratti di rimorchiare o di passare il tempo tra alcool e videogiochi. Quando Mikey, l'unico ad essere sposato, viene lasciato dalla moglie, i tre promettono di rimanere single in modo da essere presenti e divertirsi il più possibile uscendo insieme: peccato che, non troppo tempo dopo, Jason conosca quella che pare proprio essere la ragazza dei suoi sogni, Daniel finisca a letto con la sua migliore amica e compagna di "rimorchi" Chelsea e Mikey tenti la strada della riconciliazione con la consorte, il tutto senza che nessuno sia partecipe di quello che sta accadendo agli altri.
Quando la situazione esploderà, non sarà messa alla prova soltanto l'amicizia dei tre, ma anche i rapporti che hanno cercato, in un modo o nell'altro, di costruire.








Con il passare degli anni resto sempre più convinto dell'idea che, almeno quanto per gli uomini le donne restino una sorta di oggetto misterioso, la situazione possa essere la stessa vista dall'altra parte - con le dovute proporzioni, considerato che, tendenzialmente, noialtri siamo decisamente più semplici e meno svegli -.
Ora, la visione di questo film mi ha portato a pensare di incentrare il post non tanto sul film stesso - che non dice, di fatto, niente di nuovo, ma lo fa con un buon approccio da commedia romantica indie che tutto sommato si fa voler bene, nonostante una conclusione decisamente poco coraggiosa, per esempio, se confrontata con cose più interessanti come Drinking buddies -, quanto su una delle grandi verità riguardanti l'Uomo inteso come genere: per quanto intenti a mostrare il lato forte, figo o simpatico del momento, decisi o timidi, pronti a scopare senza ritegno e fuggire come se ci si accorgesse di essere nel letto sbagliato - davvero niente male la partenza della storia tra Jason ed Ellie -, la verità è che il genere maschile è popolato da fighette.
E' una dura verità, ma che lo si dichiari oppure no, tutti noi sappiamo che è così.
Questo, principalmente, perchè soffriamo di dipendenza.
E di quella sbagliata, o quella giusta al momento sbagliato.
Spesso e volentieri, infatti, ci divertiamo a cucirci addosso un'aura da stronzi sciupafemmine quando, in realtà, non possiamo fare a meno di quel brivido, che sia caccia, contatto fisico, calore umano, sesso puro e semplice.
Ed allo stesso modo, finiamo per non riconoscere mai quanto, ed in modo molto femminile, ci scopriamo romantici, gelosi, pronti a coltivare gli stessi dubbi e porre le stesse domande che tanto, in condizioni di tranquillità, ci divertiamo a sbeffeggiare rispetto alla parte in rosa del mondo.
In questo senso, il lavoro di Tom Gormican - nonostante, come già sottolineato, il finale molto consolatorio e lo sviluppo chiaramente telefonato - ben sottolinea questo aspetto, sfruttando tre protagonisti in parte - devo ammetterlo, Zac Efron comincia addirittura quasi a piacermi, dopo Cattivi vicini e questo That awkward moment - ed una serie di situazioni tipiche del buddy movie bromantico da serata tra amici con fuochi d'artificio iniziali e sbronza malinconica di chiusura: in qualche modo, si potrebbe perfino pensare che l'intreccio sentimentale che fa da ossatura alla pellicola sia più legato all'amicizia che lega Jason, Daniel e Mikey piuttosto che alle storie che ognuno di loro vive nel corso di questi novanta minuti tutto sommato discretamente guardabili, considerati i limiti che una proposta di questo genere può per natura avere.
E attenzione: tutta la questione della verità sull'atteggiamento di noi pezzi d'uomini non è una grande rivelazione svelata all'universo femminile, quanto più una strizzata d'occhio con tanto di pacca sulla spalla a tutti i miei compagni di bevute del Saloon - un pò quello che accade tra il padre di Ellie e Jason alla festa "in costume" -.
Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma non possiamo affatto prenderci per il culo.
Certo, ci sarà chi di noi finisce per rimorchiare di più, chi resterà legato ad una sola donna per tutta la vita, chi neppure a quella: ma sotto sotto, siamo tutti nella stessa barca.
Capaci di chiamare la compagna di riserva quando quella che ci piace davvero ci manda in bianco per poi tornare da lei con la coda tra le gambe, delle peggiori figure si possano fare, o anche solo immaginare: in realtà quel "dunque" preso tanto di mira dai tre impavidi - più o meno - eroi della pellicola è proprio dell'Uomo, che finge di non porsi domande e poi torna - o si butta - tra le braccia dell'amata neanche fosse di colpo salito sulla macchina del tempo e divenuto ancora una volta bambino.
Quello è il momento imbarazzante.
E la cosa curiosa è che a volte è proprio questa la goccia che fa traboccare il vaso rendendo possibile l'innamorarsi della donna della nostra vita.




MrFord




"Under a sky, no one else sees,
yourself appears in front of me
the sky clear, the sun hits, i'm here
waiting, what's happening.
the moment that you want is coming if you give it time."
The Horrors - "Still life" - 




lunedì 29 settembre 2014

Duro da uccidere

Regia: Bruce Malmuth
Origine: USA
Anno: 1990
Durata:
96'




La trama (con parole mie): Mason Storm è un poliziotto tutto d'un pezzo, spaccaculi incorruttibile, nel posto giusto al momento sbagliato. Nel corso di un'intercettazione, infatti, insieme al boss locale Calabrese scopre l'implicazione del Senatore Trent, uno tra i politici più in vista della città.
Appoggiandosi ad alcuni poliziotti corrotti, lo stesso membro del Congresso ordina un assalto alla casa del tutore della Legge che finisce in un vero e proprio massacro: malgrado la resistenza di Storm, infatti, sua moglie e suo figlio vengono uccisi, mentre lui, ridotto in coma e nascosto da un vecchio amico del dipartimento, è costretto in un letto d'ospedale per sette lunghi anni.
Al risveglio, l'ex poliziotto dovrà non solo difendersi dagli attacchi di Trent e degli uomini responsabili dell'uccisione dei suoi cari, ma anche fuggire - aiutato dall'infermiera che si è occupata di lui durante il coma -, nascondersi per ritrovare le forze e rimettersi in forma nonchè rintracciare il collega che aveva reso possibile la sua sopravvivenza per attuare un piano di vendetta.







Questo post partecipa alla sarabanda di legnate organizzata per celebrare Meniamo le mani 2!




Dev'essere davvero un periodo di magra, per gli action che mi hanno cresciuto, se oltre ai miei consueti eroi del genere sono finito perfino a ripescare quello che, forse, ho meno seguito anche ai tempi, Steven Seagal.
Eppure, con il recente ripescaggio di Trappola in alto mare e Trappola sulle montagne rocciose - senza contare il terribile quanto geniale Killing point -, mi sono trovato a rivalutare l'operato del parruccone più bolso del Cinema di botte, andando di conseguenza a ripescare le sue performance legate ai tempi in cui non era poi così bolso e, almeno all'apparenza, non sembrava indossare un caschetto di capelli in stile Playmobil.
Duro da uccidere, in questo senso, è una scelta pressochè perfetta: cucito sulle spalle di Seagal - ma ugualmente adattabile, con qualche cambio di coreografia per quanto riguarda le scene di combattimento e le parti dedicate all'allenamento, ad un qualsiasi interprete che questo tipo di pellicole abbia consacrato dagli anni ottanta in avanti, si parli dei mostri sacri Stallone, Schwarzenegger, Van Damme e Willis fino ai recenti Statham -, inverosimile, breve, veloce, divertentissimo nel suo essere tamarro, è in grado di riportare qualsiasi nostalgico - come il sottoscritto - ad un'epoca in cui le cose erano molto più semplici, i buoni erano i buoni e sistemavano i cattivi a suon di gran legnate, non c'erano grossi tormenti, domande e passaggi legati al buon senso ed alla logica, ed alla fine tutti al parco ad imitare - o più propriamente, a cercare di farlo - le mosse del protagonista di turno.
In particolare, scoprire per la prima volta una chicca di questo calibro è stato davvero godurioso, degno del banco di legno del Saloon e delle sbronze selvagge: dalla ridicola e divertentissima sequenza dell'assalto alla casa di Mason Storm - che si prende fucilate a ripetizione continuando a sgominare avversari come se niente fosse prima di cadere in un coma di sette anni dal quale finisce per riprendersi a tempo di record - all'escalation conclusiva con la giusta e sacrosanta resa dei conti, il film di Malmouth è un festival di luoghi comuni dell'action anni ottanta e novanta, impreziosito giusto dalla presenza di Kelly LeBrock - all'epoca compagna del protagonista -, nel ruolo improbabile dell'infermiera che senza farsi troppe domande si innamora del suo assistito in coma dopo averlo rasato per anni in maniera penosa, senza preoccuparsi del numero imprecisato di inseguimenti, sparatorie e scazzottate cui sarà costretta ad assistere da quel momento in avanti.
Onestamente, nel corso della visione la sensazione più presente è stata quella della malinconia per un periodo in cui questo tipo di prodotti non solo veniva considerato come "roba forte" ed andava bene al botteghino, ma di fatto costituiva uno standard pronto a guidare una generazione di ragazzini alla loro età adulta e ad intrattenere gli adulti come se non ci fosse un domani: al giorno d'oggi, purtroppo, l'essere naif di robaccia di questo calibro è una qualità andata perduta dietro minutaggi da capogiro o pretese artistiche anche per titoli che pretese artistiche non dovrebbero avere per contratto, e che porta residuati dell'epoca come il sottoscritto a rimpiangere perfino i loro meno interessanti "eroi" pur di tornare ad un periodo d'oro che, ora come ora, difficilmente potrà ripetersi.
Fortunatamente, ed è il bello del Cinema, ogni volta che si vorrà si potrà pensare di tornare a menare le mani accanto ai pionieri delle botte della settima arte, interpreti dozzinali e sguaiati che prima o poi - anche se, a ben guardare, questo trend ha già preso vita - verranno rivalutati e ringraziati per il lavoro svolto, seppur esclusivamente con i muscoli e parecchia immaginazione.
In fondo, il miracolo di una visione è anche questo: uomini grandi e grossi dalla scarsa mobilità pronti, a mani nude, a sgominare intere schiere di nemici.
Chi non l'ha mai sognato, del resto!?






"Yeah, play times over motherfuckers
spice 1's defiantly in motherfuckin' effect
you know what I'm saying? bringing it to all you bitch ass niggaz
so raise up and recognize, and understand that this brother is hard to kill."
Wu Tang Clan - "Hard to kill" - 



domenica 28 settembre 2014

La città incantata

Regia: Hayao Miyazaki
Origine: Giappone
Anno: 2001
Durata: 125'


 

La trama (con parole mie): la piccola Chihiro, alle prese con un trasloco che non vuole ed in viaggio verso la sua nuova casa in campagna, si imbatte con i genitori in uno strano parco divertimenti deserto. Quando il padre e la madre cadono vittime di un incantesimo trasformandosi in maiali e Chihiro viene guidata dal giovane Haku in un mondo di spiriti e strane creature e viene ribattezzata Sem ed assunta in un complesso termale all'interno del quale si rilassano entità provenienti dalle differenti realtà, il suo confronto con la strega Yubaba e la sua gemella Zeniba diviene fondamentale per ritrovare la strada per il mondo che conosce e salvare i suoi genitori.
Riuscirà la bambina a trovare la via per l'equilibrio e lasciare il segno da una parte e dall'altra della realtà?






Lo Studio Ghibli, e Hayao Miyazaki, sono una realtà consolidata e celebrata in tutto il mondo, ed uno dei fiori all'occhiello della settima arte tutta: come spesso mi capita di citare, addirittura un Maestro come Kurosawa dichiarò in un'intervista che il paragone tra lui stesso e Miyazaki risultava riduttivo per quest'ultimo.
Una cosa non da poco, per un regista di "semplici" cartoni animati. E per un regista in generale.
La città incantata - primo, a quanto mi risulta, lungometraggio d'animazione a vincere il premio più prestigioso ad un grande Festival, nello specifico l'Orso d'oro a Berlino -, considerato da molti il Capolavoro del grande cineasta, la summa della sua opera, è un affresco meraviglioso per le suggestioni ed i colori, i paesaggi, i temi trattati, l'universalità dei temi - uno dei più grandi pregi di Miyazaki è la sua capacità, tratto distintivo dei grandi narratori, di parlare a tutte le latitudini ed età -, segnato da una vena dolce, speranzosa ed al contempo malinconica come la maggior parte dei suoi lavori, eppure, lo ammetto, continua a non essere di gran lunga il mio personale favorito.
Forse troppo ineccepibile, forse, effettivamente, un cocktail clamorosamente perfetto della poetica del suo autore, non sono mai riuscito a trovare in questa che è e resta, di fatto, una meraviglia, il cuore di Porco Rosso, la semplicità assoluta e disarmante del meraviglioso Totoro, la passione bruciante di Mononoke.
Senza dubbio, a partire dal tema del rapporto genitori/figli - dalla protagonista Chihiro alla strega Yubaba - alla meraviglia dei paesaggi offerti dal mondo "dall'altra parte", dalla varietà di personaggi e caratteri - che si tratti della fugace apparizione dello Spirito del ravanello allo sfaccettato e senza dubbio vero jolly della pellicola Senza Volto -, fino alla cornice da togliere il fiato offerta dalla brulicante struttura termale al mondo come spesso accade nelle opere del già leggendario Hayao basato e strutturato principalmente sull'acqua, tutto è un restare a bocca aperta, nella speranza che il cuore si lasci trasportare dalle gesta di una protagonista femminile - altro tratto distintivo dell'opera del regista - pronta a ritagliarsi un ruolo forse non di primo piano, eppure fondamentale per il suo mondo, a prescindere da quale quest'ultimo sia.
Dunque, potrebbe apparire decisamente strano che qui al Saloon si decida di mettere La città incantata un gradino sotto - sempre che di "sotto" si possa parlare, per lavori di questo calibro - altri titoli meno celebrati di Miyazaki, lanciando di fatto una sorta di sfida alla critica illustre che proprio grazie al successo di questo film ha riscoperto un nome che in Giappone era considerato intoccabile da quasi un ventennio: eppure, con il cuore in mano - e quattro visioni alle spalle - posso affermare che l'innamoramento che di consueto provo quando mi trovo di fronte ad un lavoro targato Ghibli in questo caso ha faticato - come ad ogni passaggio in casa Ford - a farsi strada nel mio cuore, finendo per "ridursi" al finale per sancire la sua indiscutibile grandezza - ed in particolare, allo stupendo viaggio sulla ferrovia di Sen/Chihiro e della sua improvvisata brigata -.
Certo, ci sarebbero da analizzare tutte le derivazioni culturali e le ispirazioni di un mondo coloratissimo e fantastico, ribollente, a tratti spaventoso eppure in qualche modo sempre giocoso, e senza dubbio un prodotto come questo apre la strada ad articoli, recensioni fiume, saggi e chi più ne ha, più ne metta: ma in un momento, chiudo gli occhi e torno con la mente a Totoro, alla poesia e alla bellezza delle piccole cose, e penso che allora il ritorno di Chihiro al suo mondo, alla realtà, a quello che sta da questa parte, benchè segnato nel profondo dalla magia dell'altra, sia più che giusto.
Naturale.
Ed è per questo che, alle spalle i postumi della sbronza di colori e stupore che La città incantata saprà sempre regalare e regalarmi, continuerò a pensare che il meglio di questo strepitoso regista non si trovi nelle gesta mirabolanti e strepitose dell'energica e piena di sorprese Chihiro.



MrFord



"Centuries are what it meant to me
a cemetery where I marry the sea
stranger things could never change my mind
I've got to take it on the otherside
take it on the otherside
take it on
take it on."
Red Hot Chili Peppers - "Otherside" - 




sabato 27 settembre 2014

Catfish

Regia: Henry Joost, Ariel Schulman
Origine: USA
Anno: 2010
Durata:
87'





La trama (con parole mie): Niv Schulman è un giovane fotografo di New York che condivide lo studio con due giovani registi, il fratello Ariel ed il loro comune amico Henry. Entrato in contatto con la giovanissima pittrice Abby e la sua famiglia, proveniente da uno sperduto paesino del Michigan, Niv conosce Megan, una loro parente, e tra loro inizia una corrispondenza che passa dalle e-mail a Facebook, fino alle telefonate, aprendo le porte ad un legame sempre più forte che potrebbe sfociare, una volta superata la barriera telematica, in una vera e propria relazione.
Quando i tre giovani artisti, impegnati in un documentario sulla danza nel Nord degli States, decidono di improvvisare una visita a questa strana famiglia, i misteri cominciano ad infittirsi: le canzoni che Megan manda a Niv dichiarandole registrazioni per lui sono infatti prese dalla rete, e qualcosa pare sempre più strano nel comportamento della ragazza.
Il confronto con Abby e Angela, la madre della bambina, rivelerà uno dei più clamorosi inganni che le relazioni sentimentali online abbiano mai rivelato, ed una realtà che pare quasi quella di un film.






Senza alcuna ombra di dubbio, internet ed il suo concetto non solo di condivisione globale, ma anche di evoluzione - o involuzione - dell'identità sociale e reale sono stati tra i più importanti che la Storia umana abbia conosciuto nel passato recente e non solo: la comunicazione, l'Arte, la Musica, il Cinema, il sesso, le relazioni sono cambiate radicalmente nell'epoca della Rete, e noi stessi, pronti a trasformare la blogosfera nella nostra quasi casa, avremmo preso strade sicuramente differenti un centinaio di anni or sono.
Personalmente, non conservo brutti ricordi - o quantomeno bizzarri - degli incontri nati da una conoscenza fatta online, e dagli aneddoti divertenti - come quella volta in cui Julez, alla vigilia della mia prima uscita con Dembo, si mostrò preoccupata pensando che il mio Fratellino fosse l'Edward Bunker con la faccia da ergastolano settantenne del suo avatar - alle occasioni per rimorchiare, devo
ammettere che mi è andata discretamente bene.
Qualche stagione fa, invece, Mtv cominciò a presentare una trasmissione decisamente interessante legata ai rischi - sentimentali e non - delle storie d'amore telematiche condotta da un regista e da un giovane fotografo, Niv Schulman, che ispirò la stessa grazie ad un documentario realizzato nei primi tempi della sua avventura artistica dal fratello, che con un amico regista condivideva con lui lo studio a New York: Niv, infatti, conobbe la famiglia della piccola Abby, pittrice sorprendente per la sua età che realizzava quadri a partire dalle sue fotografie, finendo per perdere la testa per sua sorella maggiore, Megan, intrattenendo con quest'ultima una fitta corrispondenza cartacea, telefonica e telematica di nove mesi prima di decidere, sfruttando un incarico lavorativo, di rompere il ghiaccio e
dirigersi verso la sperduta località del Michigan dove abitava, ovviamente accompagnato dai due futuri registi di questo documentario.
Il risultato fu a dir poco incredibile, tanto da sospendere Niv in uno stato in bilico tra lo stupore, la malinconia e la quasi ammirazione per il talento mostrato nel mentire rifugiandosi in sogni e pezzi di vite non sue della donna con la quale aveva condiviso momenti e sentimenti degni di una vera e propria storia, finendo, con le rivelazioni che seguirono il loro incontro, proprio per ispirare la stessa a cambiare la propria esistenza ed uscire da un guscio che pareva essere stato costruito appositamente per una di quelle pellicole da provincia americana senza speranza buona per un cocktail tra Lynch e Springsteen.
La vita di Angela - questo il nome della donna -, di fatto rivoltata come un guanto dall'ingresso di Niv nella stessa, finisce dunque per rivelare sfumature che vanno ben oltre la questione legata ai chiaroscuri della rete, ma toccano corde sospese tra il coraggio e la follia, la disperazione e la speranza: osservare suo marito definire Niv il catfish delle loro esistenze in quella che è, probabilmente, la sequenza pià clamorosa di questo sorprendente documentario e mosaico di frammenti di vite, e spiegare il significato della definizione stessa, custodisce la scintilla del grande Cinema, quello legato al bisogno di raccontare una storia, o forse più di una, e di quanto una persona anche lontana migliaia di chilometri da noi possa influenzare l'esistenza che conduciamo tutti i giorni.
Ma è davvero un rischio, quello di vivere?
O dovremmo sempre sperare di incontrare i nostri catfish, per poterci spingere un passo avanti?
A ognuno la sua risposta, a ognuno la sua identità.
Vera o falsa che sia, l'importante sarà viverla.
O cercare di farlo.




MrFord




"How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
wish you were here."
Pink Floyd - "Wish you were here" -





venerdì 26 settembre 2014

Red Cliff - La battaglia dei tre regni

Regia: John Woo
Origine: Cina, Hong Kong, Giappone, Taiwan, Corea del Sud
Anno: 2009
Durata: 146' (parte prima) e 142' (parte seconda)




La trama (con parole mie): siamo attorno al duecento dopo Cristo nell'antica Cina, quando il primo ministro Cao Cao, portata a termine con successo la campagna contro i signori della guerra e divenuto più temuto e rispettato dell'Imperatore, decide di manipolare quest'ultimo in modo che gli permetta di innescare un conflitto contro i due principali regni del Sud, retti da Liu Bei e Sun Quan, il primo di umili origini ed avanti con gli anni, il secondo giunto sul trono quasi per caso, giovane e senza esperienza. Quando la sconfitta pare inevitabile per il primo, lo stratega Zhuge Liang comincia a lavorare ad un'alleanza tra i regni del Sud che possa significare non solo salvezza, ma anche speranza di sconfiggere l'invincibile Cao Cao.
Stretta una forte amicizia con Zhou Yu, vicino a Sun Quan e considerato da quest'ultimo come un fratello, Liang sfrutterà tutte le sue conoscenze ed abilità per preparare il terreno ai suoi compagni in modo che gli stessi possano vincere la battaglia decisiva: ma sarà davvero una vittoria? 
E Cao Cao si limiterà a soccombere, o rivelerà la sua natura di vincente?






Ricordo ancora quando vidi per la prima volta la versione cinematografica di Red Cliff, forse l'opera più ambiziosa, costosa e tecnicamente incredibile di John Woo, Maestro indiscusso del Cinema action d'Oriente e non solo: correva l'anno duemilanove, ed attendevo da tempo la trasposizione cinematografica di una delle epopee di guerra più note dellla Storia cinese, che paradossalmente, invece che a scuola - l'Oriente è purtroppo un snobbato ancora oggi - conobbi grazie alle interminabili partite a Dynasty Warriors, videogioco fracassone e di battaglie da ore passate davanti allo schermo grazie alla Playstation 2 di qualche anno fa.
Purtroppo si trattava della versione cinematografica di questo lavoro, ignobilmente tagliata a metà - in tutti i sensi - e così distribuita in tutto il mondo - per una volta, dunque, non fu colpa solo dei nostri distributori -: il risultato, quindi, fu una sorta di mezza delusione, anche perchè la complessità della trama, la varietà ed il numero dei personaggi nonchè la coesione del plot subirono dei pesanti condizionamenti di un montaggio assolutamente da macellai - destino che accomuna quest'opera enorme ad uno dei grandi Capolavori del Cinema tutto, I sette samurai, che ai tempi fu presentato a Venezia vincendo il Leone d'argento con la metà del minutaggio effettivo, portando lo stesso Kurosawa a dichiarare che la Giuria aveva visto, in realtà, solo tre samurai e mezzo -.
Fortunatamente, con l'uscita per home video è giunta anche dalle nostre parti la versione integrale di quello che è, forse, l'affresco più potente che l'autore di filmoni come The killer abbia mai prodotto in carriera: ed il risultato della visione è decisamente differente.
Red cliff, infatti, gustato nella sua interezza, rappresenta, di fatto, l'equivalente epico ed emozionante di quello che fu, da queste parti, Il ritorno del re, ovvero una grande fiera di emozioni e sentimenti da blockbuster orchestrati con mezzi e tecnica da fantascienza, filtrati però attraverso una sensibilità ed una profondità di temi da pellicola d'autore: per quanto, infatti, si tratti di fatto di un film che racconta una delle epopee belliche più note della sua terra - e quella che, di fatto, è l'Iliade cinese -, La battaglia dei tre regni è un accorato atto d'accusa contro la guerra come concetto, portato avanti principalmente dai personaggi dello stratega Liang - un ottimo Takeshi Kaneshiro - e da Zhou Yu - il mitico e decisamente fordiano Tony Leung - e la sua compagna, charachters dai molteplici interessi messi al servizio del conflitto ma dallo stesso clamorosamente lontani - la musica, la conoscenza del territorio, il rispetto della Natura, la cura della forma come della sostanza - e reso ancora più intenso da passaggi quasi bucolici - i generali di Liu Bei intenti ad insegnare ai bambini o ad intrecciare ciabatte di corda, gli intermezzi ironici legati alla figura di Sun Shangxiang ed il suo rapporto con gli uomini - ed altri profondamente commoventi e drammatici - il confronto nel finale tra la stessa Sun ed il giovane conosciuto durante il suo periodo da infiltrata tra le fila dell'esercito di Cao Cao -, concluso con il monito di Zhou Yu e con quel "nessuno ha vinto, oggi" che pare un macigno sul cuore.
Eppure, nonostante lo spirito profondamente antimilitarista che sostiene questa pellicola - sottolineato dalle continue dichiarazione degli alleati del Sud rispetto ad un futuro che potrebbe vederli, invece, avversari - Woo riesce al contempo a mostrare anche i lati più eroici ed onorevoli del combattimento, attraverso figure come i generali di Liu Bei o di Gan Xing, alimentando il coinvolgimento del pubblico - per quanto possa suonare cinico, infatti, difficilmente a smuoverci sono la tranquillità e la pace, ma la lotta ed il ribollire delle passioni -: Red Cliff, dunque, rappresenta in qualche modo lo Yin e lo Yang dell'Uomo, le sue contraddizioni, i suoi lati profondamente malvagi e quelli assolutamente eroici, le bassezze e i colpi d'ala che tutti noi che calpestiamo questa terra viviamo e facciamo vivere da millenni.
Proprio per questo, prima ancora che per i prodigi tecnici - pazzesca la battaglia della testuggine - e la meraviglia visiva, la capacità di avvincere e di narrare una storia lontana secoli e migliaia di chilometri da noi, Red Cliff è indiscutibilmente un titolo destinato a restare nel cuore e negli occhi di chiunque troverà il tempo e la voglia di approcciare il suo intero affresco: non lasciatevi spaventare, dunque, dalla durata, dai nomi o dalle diversità culturali.
Poco importa che sia il wuxia o qualche effetto mirabolante, a raccontare la passionalità umana ed i suoi eccessi: l'importante è che sia raccontata e trasmessa.
Ed è questo che riesce così bene a questa meraviglia.



MrFord



"Dark is the light,
the man you fight,
with all your prayers, incantations,
running away, a trivial day,
of judgement and deliverance,
to whom was sold, this bounty soul,
a gentile or a priest?"
System of a down - "War?" -




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