domenica 14 febbraio 2016

Crossed

Autori: Garth Ennis, Jacen Borrows
Origine: UK, USA
Anno: 2008/2010
Editore: Panini Comics






La trama (con parole mie): a seguito di una misteriosa epidemia che tramuta gli esseri umani in veri e propri animali assetati di violenza, eccesso, sangue e sesso, un piccolo gruppo di sopravvissuti fuggiti da una cittadina della provincia americana inizia un vero e proprio viaggio della speranza attraverso la desolazione che è diventata il Paese alla ricerca di un passaggio verso Nord, in Alaska, dove pare che le possibilità di imbattersi nei ribattezzati "scrociati" sia decisamente minore.
Un barista outsider e la sua coraggiosa collega, madre single con attitudini da leader militare ed un figlio da proteggere a tutti i costi, affiancano così sopravvissuti, esuli, disperati e coppie formatesi nella disperazione alla ricerca di un futuro che possa garantire loro la cosa più semplice del mondo: la vita.










Da amante del Fumetto - per quanto negli ultimi dieci anni ne sia stato colpevolmente lontano - non potrò mai e poi mai smettere di ringraziare Garth Ennis, il Tarantino delle nuvole parlanti, se non altro per aver creato uno dei charachters e delle saghe che ho più amato nella mia vita di lettore: Preacher.
Per lo sceneggiatore irlandese, però, le vicende di Jesse Custer hanno di fatto significato anche un peso da portare simile a quello che il già citato Quentin di noi tutti ha dovuto sobbarcarsi dopo aver regalato al mondo Pulp fiction: in ogni sua opera successiva, infatti, il marchio di fabbrica "Ennis" ha reso molti dei lavori di quest'ultimo terribilmente simili l'uno all'altro, e per quanto sempre divertenti, cattivi e tosti, decisamente meno incisivi di quanto non fosse la sua creatura più famosa.
Non è da meno questo Crossed, volumone dal packaging prestigioso prestatomi dal mio fratellino Dembo, che mi sono goduto senza ritegno ma che, al contempo, ho considerato come un'opera fortemente derivativa che sfrutta clamorosamente l'approccio del vecchio Garth e tutti i clichè che il lettore si aspetta quando apre un fumetto scritto dal bad guy irlandese: dunque violenza selvaggia, tanto gore, sangue a fiumi, improperi e via discorrendo, conditi da un setting che pare un ibrido tra 28 giorni dopo, The walking dead e quel Capolavoro videoludico di The last of us.
Se, dunque, il lettore è giovane e lontano dalla grande tradizione del survival zombie da Romero in avanti, potrebbe addirittura trovare irresistibilmente figo un lavoro come questo, ma per i più stagionati l'impressione è che Ennis stia da un ventennio marciando solo ed esclusivamente sul fatto che da lui ci si aspetta sempre e comunque una cosa "alla Ennis": non voglio però sminuire troppo un prodotto godibile ed in grado di stimolare riflessioni profonde almeno in un paio di occasioni - l'eccidio dei bambini abituati ad uccidere "scrociati" ed umani, la rivelazione del compagno di viaggio a proposito della sua natura di omicida, il pensiero legato alla natura degli scrociati, di fatto emanazioni estreme della Natura umana -, che senza dubbio non nega il talento di Ennis come sceneggiatore e dimostra una dose consistente di pancia, un buon ritmo ed una scorrevolezza invidiabile per essere di fatto una miniserie uscita non in volume ai tempi dei suoi esordi e giocando tra presente e passato di narrazione.
Nel mio caso, ho cercato di non considerarlo soltanto una produzione ludica o volutamente eccessiva - come ad esempio pare far sembrare la pessima introduzione dell'edizione deluxe italiana, che cita come esempi, a sproposito, immondizie come A serbian film -, quanto una riflessione - per quanto a suo modo scontata - a proposito di tutto quello che potremmo combinare se privati di convenzioni sociali e regole dettate dalla Legge, o vivessimo in un mondo governato, banalmente, dalla Legge della giungla, per le strade del quale sopravvivono i più forti e i più cattivi, quelli pronti a tutto per liberare ogni peggior istinto e pensiero che sia possibile coltivare.
In questi termini, Crossed offre risvolti decisamente intensi ed umani nel corso dell'epopea che vede i protagonisti perdersi e ritrovarsi lottando sia contro gli infetti che contro la progressiva perdita di se stessi: da questo punto di vista, è lecito, ed appunto umano, chiedersi come ci comporteremmo noi, in un mondo senza regole.
Più facile dare una risposta razionale, che istintiva.
Ma in questi casi, l'istinto fa sempre più male.




MrFord




"I carry the cross, if Virgin Mary had an abortion
I'd still be carried in the chariot by stampeding horses
had to bring it back to New York
I'm happy that the streets is back in New York
for you rappers, I carry the cross."

Nas - "The cross" -







sabato 13 febbraio 2016

Walking tall - A testa alta

Regia: Kevin Bray
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 86'






La trama (con parole mie): Chris Vaughn, ragazzone di provincia che ha abbandonato tutto per intraprendere una carriera militare nei corpi speciali, torna dopo otto anni nei luoghi in cui è cresciuto per ricominciare una vita normale, ritrovando i vecchi amici, i genitori, la sorella ed il piccolo nipote.
Peccato che la sua cittadina sia radicalmente cambiata, al posto della segheria che dava lavoro a molti degli abitanti è stato aperto un Casinò gestito dal vecchio compagno di scuola di Chris Jay Hamilton, ed attorno allo stesso fioriscano attività criminali che minacciano non solo la vita tranquilla dei locali, ma anche il loro futuro.
Quando Chris decide che le cose devono cambiare, finisce nel mirino di Hamilton e dei suoi sgherri, che dalla violenza agli agganci politici cercheranno in tutti i modi di fermarlo: peccato che Vaughn non abbia alcuna intenzione di abbassare la testa.










A volte, quando mi rendo conto di non avere mai visto alcuni action tamarri oltre misura, resto sconcertato di me stesso.
Ai tempi dell'uscita in sala di Walking tall - A testa alta, del resto, ero nel pieno del mio fervore radical-cinefilo, spinto solo ed esclusivamente dai Classici e dai titoli d'essai estremo e pronto, se non a rinnegare, a considerare i miei trascorsi da tamarro della settima arte come incidenti di percorso e poco altro: come se non bastasse, nonostante avessi ripreso a seguire il wrestling con una certa frequenza già dal duemiladue dopo un'interruzione di quasi dieci anni, la presenza di The Rock non risultava abbastanza per potermi convincere a recuperare un prodotto di questo genere, che cadde nel dimenticatoio e vi rimase fino a quando, non troppo tempo fa, il mio amico e collega Steve non strabuzzò gli occhi scoprendo che non l'avevo mai visto.
Inutile affermare che il recupero, soprattutto dopo i racconti del mio buddy e la visione del trailer, è stato fulmineo e ben più che godurioso: il lavoro assolutamente di grana grossa di Kevin Bray, infatti, pare un concentrato di tutto quello che di divertente, spassoso, sopra le righe e chiassoso poteva essere ritrovato in un qualsiasi prodotto di culto di questo filone nei miei adorati anni ottanta, dal protagonista invincibile ma ugualmente outsider a suo modo alla spalla comica - divertentissimo il folle Johnny Knoxville, al quale vorrò sempre bene per avere regalato al mondo Jackass -, dai valori a stelle e strisce del nostro eroe - Famiglia e rettitudine innaffiate di birra e mazzate - al livello stellare di stronzaggine del bad guy di turno - il Neil McDonaugh che ho imparato ad odiare con piacere anche in Justified, ben spalleggiato da Kevin Durand, che pare disegnato per i ruoli da sacco di merda -, con tanto di tutto è bene quello che finisce bene e fanciulla di turno ad incorniciare il prodotto finito.
Il buon The Rock - che, ai tempi, ancora si faceva accreditare come The Rock e non come Dwayne Johnson - riesce poi a combinarne davvero di tutti i colori: dal ritorno a casa in stile Rambo alla partita di football tra amici che mi ha riportato alla mente quella - mitica - di Sorvegliato speciale, dalla caduta alla resurrezione, dalle legnate - metaforiche e letterali - distribuite a mazzi ai cattivoni di turno - bellissima l'idea dell'asse come "accompagnatrice" - alla capacità di difendersi da solo anche in tribunale, dalle strade dove viene abbandonato e dato per morto all'ufficio dello sceriffo, in un turbine di energia e cazzotti che trascina neanche fossimo tutti tornati dodicenni e sognassimo di essere noi quel ragazzone pronto a rompere il culo a chiunque non faccia la cosa giusta.
Personalmente, oltre a voler correre immediatamente ad acquistare il bluray, non mi divertivo in questo modo dai tempi di Sly, Schwarzy, Van Damme, Willis, Russell e bella compagnia, tanto da rivedere nel The Rock di allora tutti loro a turno, ognuno con le proprie mosse e con le proprie specialità: questo perchè - ed è un grande merito - di fatto Walking tall racconta una storia fondamentalmente universale, che si adatta ad ogni genere ma trova la sua dimensione migliore in quello più larger than life di tutti quanti: l'action.
Potrete dunque facilmente immaginare quanto il sottoscritto ci si sia sentito a casa.




MrFord




"There has to a place for me
where I belong right now
I don't need a dynasty, a name to share, a heart to care
that's really old, then I'll be walking tall."
Lyle Lovett - "Walking tall" - 





venerdì 12 febbraio 2016

Mistress America

Regia: Noah Baumbach
Origine: USA, Brasile
Anno:
2015
Durata:
84'
 






La trama (con parole mie): Tracy è un'aspirante scrittrice fresca d'iscrizione all'Università, sola a New York e per la prima volta lontana dalla madre, in procinto di risposarsi con un uomo conosciuto online. La figlia di quest'ultimo, più grande di Tracy di almeno una decina d'anni, vive proprio nella Grande Mela, e quando è contattata dalla studentessa finisce per offrirle non solo amicizia e presenza, o una guida alla vita nella nuova città, ma anche un modello ed un esempio che Tracy traduce in un racconto che potrebbe portarla ad entrare nel club letterario più esclusivo del campus.
Quando il legame tra le giovani donne si fa più stretto e Tracy decide di spalleggiare Brooke, sua futura sorella, in modo che quest'ultima riesca a realizzare un sogno commerciale e non solo che rischia di naufragare, le prospettive cambiano: i ruoli, dunque, si ribalteranno ed i primi sei mesi a New York di Tracy finiranno per essere diversi e più intensi di quanto non avrebbe potuto immaginare.







Noah Baumbach ha tutte le carte in regola per essere il classico tipo cui le bottigliate calzano a pennello.
Radical chic, alternativo, figlio di un Cinema hipster made in USA buono giusto per tipi come il Cannibale, autore di alcune delle pellicole più Sundance - e questa volta, non in accezione positiva - degli ultimi anni, figlio del Woody Allen più supponente e di un approccio che pare lontano anni luce dalla mia galassia fatta di pane e salame.
Con Mistress America, ultima fatica del regista, la situazione è stata più o meno questa per due terzi del pur limitato minutaggio della pellicola: desiderio di colpire ripetutamente la premiata ditta Baumbach&Gerwig senza alcun ritegno sul grugno.
Ma evidentemente, nonostante le diversità che ci segnano, il sottoscritto ed il supponente Noah abbiamo qualcosa che ci lega, che nel caso di Mistress America si è tradotto non solo nella passione per la scrittura, ma anche nell'approccio da stronzi che, in qualche modo, nasconde sempre lezioni che neppure noi che stronzi siamo fino al midollo ci aspettiamo possano esserci riservate.
Il rapporto tra Brooke e Tracy, i loro scambi di ruolo da idolo ed esempio a gregaria, e viceversa, sono stati una delle sorprese più interessanti di questo inizio anno, in grado di rivaleggiare, pur in contesti assolutamente diversi, con le sfumature sentimentali e sessuali di Cate Blanchett e Rooney Mara in Carol: molti di noi, infatti, hanno finito per avere, nel corso della vita, "cotte" - se così si possono definire - per persone immaginate come qualcosa di molto più che umano, oltre le possibilità ed i fallimenti, e che, al contrario, proprio nella loro umanità hanno finito, prima o poi, per impartirci lezioni decisamente importanti.
Una sorta di fallimento - o di fallibilità - dei nostri eroi pronto a divenire il motore di un successo, o forse, a ben guardare, una nuova interpretazione del gioco delle parti che vede il supposto maestro necessitare dell'allievo più di quanto lo stesso non abbia davvero di lui: in questo senso, l'atmosfera da commedia brillante da salotto finisce per mascherare la voracità e la predatorietà di un personaggio come quello di Tracy, che non esiterei quasi a definire femme fatale a prescindere dall'immaturità e dal percorso del suo charachter, destinato ad un ulteriore, sentito e sentimentale ribaltamento proprio con l'ottimo finale.
Un botta e risposta pronto a sorprendermi ancora una volta da parte di un regista che forse non sarà mai tra i miei preferiti ma che, nonostante le diversità, finisce per riuscire sempre a superare le difese del Saloon: Mistess America, ad ogni modo, non è il miglior lavoro dell'ex "nuovo Wes Anderson" - che, a mio parere, continua ad essere Il calamaro e la balena -, eppure fotografa bene atteggiamenti e situazioni che, potenzialmente, New York, ambiente radical e chissà cos'altro a prescindere, potremmo aver vissuto tutti.
Del resto, ognuno di noi, in posizione di vantaggio o di svantaggio - parlando di rapporti sentimentali, che riguardano anche l'amicizia ed i legami "di costruzione", e non solo l'amore - ha potuto provare sulla pelle l'ebbrezza che da la sensazione di essere la guida e l'esempio di qualcuno, e quella di avere qualcuno come guida o esempio.
Così come quando le parti finiscono per mescolarsi con la presa di coscienza dello stesso ribaltamento, pronto ad andare a braccetto con l'ego che manifestiamo quando ancora pensiamo di essere geni ed avere il mondo in pugno, o quando, in modo diverso, capiamo di non esserlo eppure sappiamo bene che non potremo mai mollare.





MrFord





"I can wait another day until I call you
you've only got my heart on a string
and everything a'flutter
but another lonely night might take forever
we've only got each other to blame
it's all the same to me love
'cause I know what I feel to be right
no more lonely nights
no more lonely nights
you my guiding light."

Paul McCartney - "No more lonely nights" - 






giovedì 11 febbraio 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): nuova settimana di uscite, vecchi conduttori di rubrica. Da una parte, come di consueto, il saggio ma sbarazzino Ford, dall'altra il finto giovane e pusillanime Cannibal Kid, che come Zoolander e Hansel si daranno battaglia a suon di commenti prima di poterlo fare rispetto alle singole recensioni.
Per il resto, spiccano qualche potenziale sorpresa e le solite, vecchie schifezze garantite: speriamo solo che le bottigliate non siano troppe e di scovare qualche nuova sorpresa in questo inizio duemilasedici che, occorre ammetterlo, finora sta mantenendo un livello insolitamente alto.


"Mi piace leggere la corrispondenza alla maniera di Ford!"
Zoolander 2

"Cannibal, altro che Ford: adesso ti faccio il culo come una capanna!"
Cannibal dice: Il primo Zoolander è un mio cult personale, nonché una delle commedie più divertenti del nuovo millennio. È proprio per questo che il sequel mi spaventa non poco. Sarà un piacere rivedere Derek e Hansel sfilare in passerella... pardon sul grande schermo, però dietro le operazioni di marketing geniali che ne hanno accompagnato l'uscita ci sarà anche una pellicola degna di nota?
Inutile chiederlo a Mr. Ford, che a quello manca sia il senso dell'umorismo che il benché minimo senso della moda, uahahah!
Ford dice: Zoolander, stranamente, è anche un mio piccolo cult, ed ogni volta che lo vedo finisco con le lacrime agli occhi come se fosse la prima volta. Purtroppo, non sono altrettanto fiducioso del sequel, anche se una nuova visione di Derek e Hansel non me la toglierà nessuno.
Speriamo bene. E speriamo che il film non sia la solita cannibalata brutta, brutta, brutta in modo assurdo.



Perfetti sconosciuti

"Ma che dici!? Ford con uno smartphone!? Ma siete pazzi?"
Cannibal dice: Oltre a Zalone c'è qualche pellicola italiana in grado di conquistare il grande pubblico? Ci provano questi perfetti sconosciuti, formati non da Cannibal Kid e James Ford, la cui popolarità ormai gli impedisce di andare in giro senza essere seguiti da legioni di fans e di gente che vuole menarli, bensì da Valerio Mastandrea, Kasia Smutniak, Marco Giallini, Giuseppe Battiston, tale Anna Foglietta,, il simpatico Edoardo Leo e l'insopportabile Alba Rohrwacher. Lo spunto di partenza, quello di un gruppo di amici che per una sera rendono pubblici tutti i loro messaggi di cellulari e social, è così accattivante che non mi stupirei se gli americani presto lo copiassero. Lo sviluppo sarà all'altezza?
Ford dice: questa è la tipica roba italiana che normalmente evito come la peste, eppure qualcosa, guardando il trailer, mi ha incuriosito. Non so neppure io perché, dato che tra attori e tipo di prodotto mi pare quasi peggio di un film consigliato dal mio rivale.

Staremo comunque a vedere: dovesse capitare da queste parti per caso, tenterò.



The End of the Tour

"E così tu non bevi, ragazzo!? Sei messo peggio del Cannibale!"
Cannibal dice: Il film dedicato allo scrittore David Foster Wallace si è rivelato un piccolo cult recente su Pensieri Cannibali, tanto da essersi guadagnato un posto nella top 10 dei miei film dell'anno. Non pensavo sarebbe arrivato in Italia, non in tempi così relativamente brevi, ma per fortuna ogni tanto la distribuzione nostrana sa sorprendere in positivo. A differenza di Ford.
Ford dice: argomento interessante, potenziale sorpresa della settimana.
Unico neo: pare essere piaciuto davvero parecchio al mio rivale.
Speriamo solo sia uno di quei casi in cui ci ritroviamo di fronte ad un film in grado di rompere il muro tra me e Cannibal.



L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

"Il metodo Ford per scrivere recensioni funziona alla grande."
Cannibal dice: Bryan Cranston di Breaking Bad nominato all'Oscar per questa pellicola ambientata nella Hollywood degli anni '50. Meriterà la visione?
A presto il verdetto cannibale.
Ford dice: Trumbo è uno dei miei miti personali in termini di scrittura, e Cranston resterà sempre nel mio cuore per avermi regalato Walter White.
Le premesse di un successo ci sono tutte.
Ma sarà davvero andata così bene?
Presto al Saloon la risposta alla domanda.



Single ma non troppo

"Beviti questo: ha steso il Cannibale al primo sorso."
Cannibal dice: Rebel Wilson qualche tempo fa sembrava una nuova travolgente rivelazione comica. Peccato che abbia stufato più rapidamente della lettura di un post di WhiteRussian. Detto ciò, una comedy come questa, benché si rivelerà una probabile porcata, non me la farò di certo sfuggire. Anche perché faccio fatica a resistere al fascino di Dakota Johnson con quella sua aria da zoccoletta innocente.
Ford dice: Rebel Wilson è uno dei volti della commedia USA che reggo meno. Partita come una specie di versione femminile di Jack Black, è presto naufragata nell'autoparodia.
Salto con enorme piacere.



Milionari

"Caro Cannibal, Ford ci ha gentilmente invitati a portarti da lui. E non importa che tu sia tutto sano."
Cannibal dice: Un film che sa tanto di un Gomorra/Romanzo Criminale in versione poraccia, però non mi sento di escludere del tutto una visione. Quello che mi sento di escludere è invece la possibilità che Ford scriva dei commenti furbi.
Ford dice: la possibilità italiana della settimana mi sa tanto che se la giocherà Perfetti sconosciuti, quindi lascio volentieri la visione al mio rivale sperando che possa rivelarsi la più indigesta - per lui - possibile.



Mózes, il pesce e la colomba

"Ford mi aveva detto che questo sport era una ficata, ma non mi pare così divertente."
Cannibal dice: Pellicola ungherese in bilico tra follia giovanile in pieno Cannibal style e pretenziosa autorialità fordiana. E in bilico quindi tra l'essere la rivelazione o l'essere la ciofeca della settimana.
Ford dice: un tempo mi sarei letteralmente esaltato per un titolo di questo genere.
Adesso, per quanto incuriosito, scaldo già le bottigliate.
E spero, ovviamente, che possa esaltare il Cannibale tanto quanto essere smontato dal sottoscritto.


mercoledì 10 febbraio 2016

Furyo

Regia: Nagisa Oshima
Origine: Giappone, UK, Nuova Zelanda
Anno: 1983
Durata: 123'






La trama (con parole mie): siamo nel quarantadue a Java, in un campo di prigionia giapponese all'interno del quale si trovano prigionieri britannici. John Lawrence, che ha vissuto nel Paese del Sol Levante e conosce la lingua dei carcerieri, è il tramite tra i suoi compatrioti ed i due leader del campo, il Capitano Yonoi ed il sergente Hara, il primo austero e quasi algido, il secondo passionale e brutale spesso e volentieri con i prigionieri.
Con l'arrivo del maggiore Jack Calliers, ufficiale ribelle sempre pronto a sfidare l'autorità anche a rischio della vita, la situazione nel campo pare complicarsi: i due mondi a confronto e le diversità culturali e sociali dei leader dei due lati della barricata condurranno al punto di rottura Yonoi, combattutto tra l'attrazione per Calliers e gli impegni del suo ruolo.
Nel frattempo tra Lawrence e Hara il rapporto si evolverà diventando quasi un'amicizia.








Questo post partecipa alle celebrazioni per il David Bowie Day.






"A volte vincere è davvero doloroso", sentenzia, a conflitto mondiale ormai concluso, John Lawrence, protagonista delle vicende avvenute quattro anni prima in un campo di prigionia giapponese sull'isola di Java insieme al compagno d'armi Jack Calliers, contrapposti più per cultura che in battaglia al Capitano Yonoi ed il suo braccio destro, il Sergente Hara - rispettivamente interpretati da Tom Conti, l'oggi celebrato David Bowie, Ryuichi Sakamoto, autore anche della splendida colonna sonora ed ai tempi superstar del pop quasi al livello del Duca Bianco, e Takeshi Kitano, alle prime grandi esperienze che separarono i suoi esordi di comico e l'affermazione come regista -.
Pare proprio questa, la morale di Furyo - terribile adattamento dello splendido originale Merry Christmas, Mr. Lawrence -, elegante film di guerra in bilico tra l'haiku giapponese ed il gusto occidentale in stile L'impero del Sole firmato da Nagisa Oshima, poco conosciuto forse al grande pubblico ma in realtà autore di alcuni tra i cult del Cinema nipponico più significativi dagli anni settanta ai novanta - come L'impero dei sensi o Tabù Gohatto, sua ultima pellicola -: da tempo non mi capitava di rimettere occhio e cuore in gioco seguendo le imprese di Lawrence e Calliers, che paiono raccogliere il testimone di Classici indimenticabili come Il ponte sul fiume Kwai ingaggiando una sfida più ideologica e morale contro i loro carcerieri, che non di rivolta e combattimento veri e propri come ci si aspetterebbe da un film di guerra, e devo ammettere che l'effetto resta potente nonostante gli anni che passano, di fatto assumendo la connotazione di denuncia alla follia della guerra come concetto ed alla rigidità di chi la segue applicandone i dogmi quasi fossero regole d'onore.
In questo senso, appare straordinaria - ancor più di quella di Calliers, protagonista di un flashback elegante pronto a spezzare la narrazione senza per questo renderla meno coesa o efficace che mi ha riportato alla mente il primo Weir, spirito ribelle e tormentato, al centro di uno dei passaggi più emozionanti della pellicola e non solo - la figura del sergente Hara, selvaggio e brutale nell'applicare le regole del comportamento tipiche del suo paese ed allo stesso tempo pronto ad ignorare anche gli ordini più importanti pur di seguire, di fatto, il suo cuore: quel "Merry Christmas, Mr. Lawrence" che da il titolo al film è infatti destinato, insieme ad un Kitano mai più così bravo, a rimanere nel cuore dell'audience come un monito, chiudendo il cerchio di una riflessione fondamentale non solo rispetto all'antimilitarismo ed alla pace, ma anche all'amore nel senso più ampio del termine, ben rappresentato dai sentimenti - seppur combattuti dallo stesso charachter - provati da Yonoi rispetto a Calliers, celebrato con un altro passaggio da brividi legato al canto dei suoi compagni di prigionia una volta esploso il caso dell'insubordinazione dello stesso Calliers e Lawrence rispetto alle decisioni dei loro carcerieri.
Il tempo, dalla Seconda Guerra Mondiale e da quell'ottantatre dell'uscita del film, è trascorso, e le differenze culturali tra Occidente anglofono e Sol Levante si sono sicuramente livellate - anche se il mondo nipponico continua ad essere diverso da qualsiasi altro -, eppure Oshima riesce a rompere gli schemi anche in questo senso, talvolta riuscendo ad apparire perfino più simile a Lawrence e Calliers che non a Yonoi e Hara: merito, probabilmente, di una mente aperta e decisa a fare tesoro dell'esperienza in modo da poter costruire un futuro migliore, all'interno del quale non ci si debba rammaricare di una vittoria.
Perchè in guerra, di fatto, un vincitore non c'è.
Ed essere dalla parte "giusta" una volta che la cenere si è posata non significa, di fatto, non aver perso qualcuno cui si teneva.
O perderlo anche quando si vorrebbe rendere il suo Natale il migliore che si possa immaginare: quello che in regalo porta il resto della propria vita.





MrFord




"See these eyes so red
red like jungle burning bright
those who feel me near
pull the blinds and change their minds
it's been so long."
David Bowie - "Cat people (Putting out the fire)" -




Cantano con il Duca Bianco insieme al sottoscritto anche: 
L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
Labyrinth (1986) su Director’s Cult
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
The Prestige (2006) sul Bollalmanacco di cinema





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